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Che cos’è il Piano Marshall

Il Piano Marshall è un programma economico di sostegno alla ripresa europea attuato subito dopo la seconda guerra mondiale. Il piano consiste nello stanziamento di diversi miliardi di Dollari volti a finanziare programmi di ricostruzione e ristrutturazione dell’economia del Vecchio Continente, uscito disastrato dal conflitto. Il piano prende il nome da George Marshall, segretario di Stato Usa durante la presidenza Truman che per primo parla della necessità di un grande stanziamento per l’Europa il 5 giugno 1947.

Nel Vecchio Continente il secondo conflitto mondiale, oltre a uccidere oltre sessanta milioni di persone, lascia in eredità Paesi e popolazioni in ginocchio. Vincitori e vinti sono accomunati dal fatto di aver perso infrastrutture, fabbriche e industrie. La ricostruzione appare un’opera lunga e molto complessa. Anche perché sullo sfondo ci sono nuove tensioni politiche in grado potenzialmente di rallentare le azioni dei governi oppure di riavviare lo spettro di nuove guerre.

L’Europa subisce inoltre la divisione in due blocchi corrispondenti alle rispettive sfere di influenza delle due superpotenze vincitrici: gli Stati Uniti da un lato e l’Unione Sovietica dall’altro. La prima ha in mano l’Europa occidentale, la seconda quella orientale. Si è dunque di fronte agli albori della guerra fredda. Sia a Washington che a Mosca si intuisce il valore politico della ricostruzione. I Paesi europei sono in un profondo stato di bisogno e da soli non riescono ad avere le risorse necessarie per ripartire. Chi riesce, tra le superpotenze, a garantire per prima il proprio sostegno ha la grande occasione di espandere in Europa la propria influenza. Una circostanza ben chiara negli Usa, il cui presidente Truman nel 1947 inaugura la politica del “conteinment” e parla di un’alleanza tra Stati Uniti ed Europa occidentale in funzione anti sovietica.

L’insorgere della guerra fredda fa accelerare i piani statunitensi per un corposo piano di ricostruzione in grado di rilanciare l’economia europea. Il 5 giugno, durante un discorso pronunciato all’università di Harvard, il segretario di Stato George Marshall parla per la prima volta di European Recovery Program. Un piano quindi di aiuto per l’Europa, sottolineando la sua importanza anche sotto il profilo politico. Secondo Marshall per gli Usa il “sacrificio” di investire diversi miliardi di Dollari è compensato dalla possibilità di evitare lo scivolamento del continente europeo verso il decadimento politico e sociale. Una circostanza, quest’ultima, che priverebbe gli Usa di solidi alleati e darebbe pretesto all’avanzata dei partiti comunisti in occidente. In poche parole, Washington anche al prezzo di mettere sul piatto ingenti somme deve farsi carico della situazione al di là dell’oceano. Pena il rischio di perdere la propria influenza e di non poter creare argini all’avanzata del comunismo.

Un concetto quest’ultimo fondamentale per convincere anche i più scettici. Marshall è il primo a enunciare il piano, ma non ne è l’ideatore. Anche se il programma in futuro diventa noto con il suo nome, a redigerlo sono i funzionari della Casa Bianca, del Tesoro Usa e di altri componenti dell’amministrazione Truman. Dopo il discorso del giugno 1947, vengono resi noti i primi dettagli del piano. Si parla, in particolare, di quasi 14 miliardi di Dollari da investire in 3 o 4 anni e da destinare a piani a lungo termine per la ripresa dell’economia europea. Il dibattito anche al Congresso appare molto serrato. Alla fine, il 3 aprile del 1948 viene approvata la legge che dà attuazione al Piano. La Camera e il Senato infatti danno il via libera al Cooperation Economic Act e un totale di quasi 13 miliardi di Dollari viene stornato a favore dei governi europei alleati.

L’importante stanziamento di soldi a favore dell’Europa ha in primo luogo l’obiettivo di dare ai Paesi occidentali gli strumenti per risollevare le proprie economie. Non si tratta di generici aiuti volti a distribuire generi di prima necessità ai tanti milioni di europei rimasti senza nulla, bensì fondi destinati al rilancio a lungo termine del Vecchio Continente. Le somme erogate da Washington confluiscono nell’Economic Cooperation Administration, ente costituito appositamente per l’allocazione dei contributi.

Altro obiettivo importante del Piano Marshall riguarda la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dal conflitto. In questo modo, gli Stati europei hanno la possibilità di rilanciare i commerci e integrare la propria economia. Quest’ultimo è un altro punto importante del Piano. Si incoraggiano infatti i governi del continente non solo a cooperare ma anche a intraprendere azioni volte a rendere interdipendenti le varie economie. Non a caso, come fa notare lo storico Maldwyn Jones in “Storia degli Stati Uniti d’America”, vengono introdotti concetti come libero mercato libertà di impresa e tutela della concorrenza, in quel momento più consoni al contesto statunitense che a quello europeo. Nell’ottica di una grande area atlantica, gli Usa vedono nell’Europa un potenziale mercato unico con cui incrementare le esportazioni dei propri prodotti. Anche per questo da Washington i soldi investiti per la crescita del Vecchio Continente assumono importanza vitale.

Il Piano Marshall, così come previsto dal Coperation Economic Act del 1948, dura tre anni. Vengono stanziati complessivamente 12.7 miliardi di Dollari in tre tranche fino al 1951. La fetta più grossa va alla Gran Bretagna, con complessivi 3.2 miliardi. In questa speciale classifica Londra è seguita dalla Francia con 2.2 miliardi e dalla Germania Ovest con 1.4 miliardi. L’Italia è immediatamente dietro con 1.2 miliardi ad essa destinati. Altro governo a cui viene attribuita una soglia superiore al miliardo è quello dei Paesi Bassi. In totale sono 18 i governi interessati dal Piano Marshall. Tra questi occorre considerare quello del Lussemburgo, i cui soldi stanziati a suo favore vengono inseriti in un capitolo dei fondi destinati al Belgio, e quello del libero territorio di Trieste, fuori dal controllo italiano al momento dell’attuazione del Piano. Le somme del piano vengono destinate anche ai governi di Austria, Danimarca, Grecia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera e Turchia.

Il Coperation Economic Act, come tutti i più importanti piani, nel corso degli anni subisce valutazioni sia positive che negative. Nel primo gruppo rientrano i pareri espressi, soprattutto diversi anni dopo la fine del programma, da coloro che ritengono come effettivamente il Piano Marshall riesca nell’intento di rilanciare l’economia europea. A conferma di questa tesi il fatto che tra il 1952 e il 1953 l’indice di produttività industriale in Europa è superiore a quello degli anni precedenti alla seconda guerra mondiale. In poche parole, con i soldi arrivati dagli Usa il Vecchio Continente riesce a dotarsi degli strumenti infrastrutturali e industriali necessari per mettere in piedi il successivo boom economico senza bisogno degli aiuti di Washington.

Nel secondo gruppo invece ci sono molti economisti che sostengono come il Piano Marshall, durante gli anni di attuazione, favorisce sì una ripresa ma grazie al basso costo della manodopera. Non si ha quindi una crescita dei redditi e un vero rilancio dei consumi. Dunque i dati sulla ripresa economica non corrispondono alla realtà e nascondono invece un ristagno dell’economia. A prescindere da come la si pensi, senza dubbio il Piano Marshall costituisce uno dei programmi di investimento e di rilancio economico più importanti della storia. Tanto da entrare anche nel gergo mediatico e politico. Come sottolinea Mauro Campus su IlSole24Ore, quando si verificano situazioni di emergenza “è abituale ricorrere a questo luogo comune del lessico politico: Qui ci vorrebbe un piano Marshall”.

Non a caso, quando nel 2020 in Europa si inizia a parlare di “Recovery Found” a proposito degli stanziamenti volti a superare la crisi generata dalla pandemia da coronavirus, si parla di nuovo Piano Marshall. Anche se i due programmi appaiono differenti sia sotto il profilo tecnico che politico. Il Recovery Found è infatti uno strumento nato all’interno dell’Europa ed è suddiviso in una parte formata da prestiti a fondo perduto e da un’altra invece finanziata tramite un comune indebitamento. Due storie e due epoche diverse ma accomunate dalla “pioggia” di soldi in grado di investire il Vecchio Continente.

Riversare quasi 13 miliardi di Dollari in tre anni per l’Europa significa agganciarsi politicamente alla sfera di influenza Usa. Le due sponde dell’Atlantico da quel momento in poi appaiono inserito in un comune contesto politico, ideologico e culturale. Con il Piano Marshall il governo di Washington non esporta soltanto Dollari e beni di consumo usciti dalle proprie fabbriche, ma anche il proprio sistema economico, sociale e culturale. Prima ancora che un grande piano di investimento, il programma annunciato da Marshall nel 1947 è un sofisticato piano politico di respiro atlantista.

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