Chi è Boris Johnson, l’ex premier britannico “padre” della Brexit

Boris Johnson è diventato primo ministro del Regno Unito il 24 luglio 2019 e nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 2019, con il suo partito, i Tory ha vinto la competizione elettorale, aggiudicandosi la maggioranza assoluta. Sembrava l’inizio di una lunga epopea di governo, ma soli due anni e mezzo dopo, nel luglio 2022, Johnson si è dovuto dimettere dalla guida del Partito Conservatore per poi lasciare nel settembre successivo Downing Street al suo ex Ministro degli Esteri Liz Truss.

Prima di ricoprire questo incarico è stato sindaco di Londra (per due mandati, dal 2008 al 2016), capo del dicastero degli Affari Esteri, giornalista e scrittore. Al suo nome corrisponde immediatamente l’immagine pubblica di un uomo di 55 anni dalla capigliatura eccentrica e una personalità politica atipica. Ha preso il posto di Theresa May ed è stato eletto capo del Partito conservatore dei Tory dopo un lungo processo interno il giorno prima della sua nomina a premier. La sua posizione sulla Brexit è sempre stata chiara: ostinatamente favorevole, ha sostenuto di riuscire a completare il corso dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea per il 31 ottobre 2019. E, a poche ore dal suo insediamento, nel suo primo discorso da premier Tory di fronte alla Camera dei Comuni, ha dichiarato di voler rendere la Gran Bretagna “il miglior Paese in cui vivere sulla Terra: verde, prospero, fiducioso e ambizioso”. Un Paese che, secondo lui, potrebbe diventare “la prima economia in Europa”. È laureato in Lettere classiche e in molti lo definiscono un uomo (e un politico) imprevedibile.

Alexander Boris de Pfeffel Johnson non è nato nel Regno Unito, ma in America, a New York, nel 1964. La sua famiglia, appartenente all’alta borghesia britannica, che l’Associated Press definisce “molto estroversa e competitiva”, ha origini inglesi, turche, ottomane, russe, ebraiche, francesi e tedesche. Essendo nato negli Stati Uniti, ha mantenuto a lungo la doppia cittadinanza, anche se nel 2006 aveva comunicato l’intenzione di mantenere un solo passaporto, quello inglese. Nel 2016 ha scelto di rinunciare al documento americano. A David Letterman, in un’intervista rilasciata nel 2012, aveva detto ironicamente che, essendo per metà americano, in un certo senso, sarebbe potuto diventare presidente degli Stati Uniti. Ma, secondo quanto testimoniato dalla sorella Rachel (alla quale sarebbe legatissimo nonostante le diverse posizioni politiche), le ambizioni del fratello (almeno da bambino) miravano a un posto ben più in vista: quello da “King of the world” (il re del mondo). 

L’istruzione che gli fu garantita fu una delle più esclusive: prima di accedere alla prestigiosa Università di Oxford, si formò all’Eton College e – nel periodo in cui il padre, Stanley Johnson, lavorò nella Commissione Europea – andò a studiare a Bruxelles. Lì ci tornò anni dopo, per fare l’unico mestiere svolto nella sua vita (se si esclude la carriera pubblica e politica): il giornalista. Scrisse per il Daily Telegraph, fu direttore dello Spectator e lavorò anche per il Times, che però lo licenziò con l’accusa di aver inventato un virgolettato. Iniziò ad attaccare l’Europa, le sue istituzioni e le sue politiche proprio durante gli anni della carta stampata.

Al Parlamento britannico, per il collegio di Henley, venne eletto nel 2001, mentre si candidò per la prima volta alle elezioni amministrative di Londra (che vinse con una buona percentuale di preferenze) nel maggio del 2008. In quella circostanza riuscì a sconfiggere il laburista Ken Livingston e il 2 maggio divenne il primo cittadino della capitale del Regno Unito. Centrale la scelta di una “politica verde” del traffico, promossa attraverso l’installazione di diverse stazioni di ricarica per le auto elettriche e la realizzazione delle “cycle superhighways”, simili ad autostrade, ma riservate esclusivamente alle biciclette. Alle elezioni generali britanniche è stato rieletto il 7 maggio 2015, questa volta, però, per il collegio di Uxbridge and South Ruislip.

Negli anni, la personalità politica di Johnson è cresciuta e si è imposta sulla scena pubblica. È stato criticato, studiato e osservato. Dopo le dimissioni del premier May alla guida del Partito Conservatore e Unionista, Johnson ha scelto di candidarsi alla leadership del gruppo, contrapponendosi al candidato Jeremy Hunt. Il voto degli iscritti ha decretato una vittoria dell’ex primo cittadino con il 66% delle preferenze degli iscritti.

Sono state diverse le esternazioni di Johnson che hanno suscitato curiosità, qualche volta ilarità e critiche. In tanti non hanno dimenticato quando definì gli abitanti della Papua Nuova Guinea dei “cannibali” o quando sostenne che l’ex presidente Barack Obama, essendo “parzialmente kenyota”, avesse una particolare e ancestrale antipatia nei confronti del Regno Unito. O, ancora, quando paragonò le donne musulmane che indossavano il velo a delle “cassette delle lettere”.

Durante il periodo in cui ha ricoperto il ruolo di ministro degli Esteri (dal 2016 al 2018), i rapporti con gli omologhi degli altri Paesi dell’Unione non sono stati semplici. Ma, se da una parte la figura di Johnson è stata spesso percepita come inafferrabile, dall’altra ha sempre esercitato uno strano ascendente su chi ha avuto a che fare con lui. Secondo due giornalisti del Wall Street Journal, Max Colchester e Laurence Norman, la figura di Johnson ha procurato, nel tempo, allarme e interesse tra i politici. Perché, se da una parte l’ex sindaco di Londra paragonava gli obiettivi dell’Unione europea a quelli di Adolf Hitler, dall’altra sosteneva di avere bellissimi ricordi del periodo trascorso a Bruxelles. Nell’agosto del 2008 scelse di rompere il protocollo osservato dai politici inglesi in carica e commentò le elezioni americane, auspicando la vittoria di Obama (salvo poi attribuire alla sua nazionalità il suo parere contrario alla Brexit). Sono state tante le personalità politiche che, negli anni, lo hanno voluto conoscere o anche solo incontrare. Secondo quanto riferito da alcuni suoi ex collaboratori al Wall Street Journal, “Boris” piace a molti anche per le sue doti da intrattenitore, fra l’altro esperto e molto appassionato di storia antica (romana e greca). È diventato celebre l’episodio di quando, durante un incontro con alcuni funzionari di Cipro, si lanciò in una discussione su chi avesse davvero vinto le guerre combattute nel V° secolo a.C. tra Atene e Sparta.

Nel 2016 Johnson annunciò il suo appoggio alla campagna referendaria per far uscire il Paese dall’Unione. In molti lessero la sua mossa come un espediente per sostituire l’allora premier, David Cameron. Come andò lo dice la storia recente: la vittoria del referendum da parte dei favorevoli alla Brexit, il 23 giugno 2016, spinse l’ex Primo Ministro alle dimissioni e Johnson sembrava il candidato ideale a prendere il suo posto, sia nella leadership Tory, sia nel governo nazionale. Ma l’annuncio di Michael Gove (tra i suoi più stretti alleati nella campagna del “Leave”) di volersi presentare e le critiche di Theresa May alla sua ipotetica decisione, spinsero l’ex sindaco di Londra a tirarsi indietro. Sorprendendo tutti. Eppure, fu proprio durante il governo della leader conservatrice che Johnson venne nominato segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth. Incarico che lasciò il 9 luglio 2018 perché in contrasto con la linea, ritenuta troppo morbida, del governo nei confronti dell’Europa.

Johnson, essendo da sempre un fervente sostenitore dell’uscita del Regno Unito dall’Ue, non ha escluso nemmeno l’ipotesi del “no deal”, ovvero “nessun accordo” tra le parti. Secondo la sua visione piuttosto radicale, l’ipotesi potrebbe concretizzarsi solo nel momento in cui l’Europa non si dovesse dimostrare disposta a rinegoziare l’accordo concluso con l’esecutivo di Theresa May (che, per altro, lo stesso Johnson ha sempre ritenuto insoddisfacente). Non è un diplomatico e tutti sanno che le sue tecniche di rinegoziazione non somigliano a quelle del suo predecessore. Secondo quanto riportato da Il Post, dopo la sua nomina a ministro degli Esteri, Johnson incontrò l’allora ministro dello Sviluppo Economico italiano, Carlo Calenda, dicendogli che l’Italia avrebbe dovuto fare pressioni sui suoi alleati europei affinché il Regno Unito ottenesse un accesso speciale al mercato unico (possibilità esclusa fin dall’inizio). In quella circostanza, Johnson avrebbe “minacciato” Calenda affermando che, se non avesse seguito le sue indicazioni, il Regno Unito avrebbe cominciato a importare meno prosecco dall’Italia.

Johnson si è sposato due volte: nel 1987 con Allegra Mostyn-Owen, figlia della scrittrice italiana Gaia Servadio e dello storico dell’arte William Mostyn-Owen. Poco tempo dopo la fine di questa prima relazione ufficiale, nel 1993, si è risposato con l’avvocato Marina Wheeler. Da lei ha avuto quattro figli. Ma il quinto è nato nel 2009, da una relazione extraconiugale con Helen MacIntyre, una consulente d’arte. Nel settembre del 2018, Johnson e Wheeler hanno annunciato la loro separazione e hanno avviato il processo di divorzio.. Nel 2021, dopo una lunga liason, si è sposato con Carrie Symonds, ex responsabile della strategia e della comunicazione dei Tories.

Nel marzo 2020, poco dopo la travolgente vittoria elettorale, il Regno Unito fu colpito dalla pandemia di Covid-19: inizialmente Johnson ha scelto la strategia del “contagio graduale” e della ricerca dell’immunità di gregge, poi invertita di fronte alla marea montante di contagi e morti.

La gestione della fase iniziale della pandemia è stata ritenuta confusionaria, mentre invece il Regno Unito ha ottenuto unanime consenso, a inizio 2021, per una campagna vaccinale contro il Covid condotta a tamburo battente che ha permesso una graduale e sostenuta riapertura delle attività economiche e il ritorno a una piena normalità per il giugno dello stesso anno.

Johnson da premier in politica estera ha promosso l’espansione delle prospettive geopolitiche di Londra: pur con diversi inciampi, come la debacle afghana del 2021, il Regno Unito ha perseguito la strategia di promozione della Global Britain concludendo, nel 2020, il processo di uscita dall’Unione Europea, saldando l’asse con gli Stati Uniti nella nuova “relazione speciale”, promuovendo una dura contrapposizione alla Russia e sganciandosi gradualmente dalla Cina. Nel settembre 2021 Londra è tornata protagonista dell’Indo-Pacifico siglando il patto Aukus con Stati Uniti e Australia.

A partire dal febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, Johnson è stato il leader atlantico più ostile alla Russia di Vladimir Putin e ha promosso consistenti invii di armi a Kiev e un solido appoggio alla resistenza ucraina, sostenuto in questo obiettivo da Polonia e Paesi baltici. Ha dichiarato di voler promuovere la vittoria sul campo dell’Ucraina e attaccato con forza il presidente russo, inserendo il contrasto a Mosca nel quadro della strategia per la Global Britain.

Lo zelo antirusso di Johnson ha coinciso, però, con una fase politica in cui la sua presa sul Partito Conservatore e il governo si è avvitata per una serie complessa di scandali: nel maggio 2020, ha rivelato l’ex consigliere Dominic Cummings, Johnson avrebbe tenuto durante i mesi del lockdown britannico dei party a Downing Street contrari alle norme anti-Covid. Questo ha causato lo scandalo del Partygate. La stessa caduta di Cummings, silurato in ritardo a novembre 2020 dal ruolo di consigliere per aver violato le restrizioni nella primavera precedente, ha gettato ombre su BoJo che, in ultima istanza, ha perso la fiducia del suo partito.

A giugno 2022 Johnson è sopravvissuto a una mozione di sfiducia presentata da una fronda di deputati Tory. Un mese dopo Rishi Sunak, Cancelliere dello Scacchiere, e Savid Javid, titolare della Sanità e predecessore di Sunak nel ruolo, due degli uomini più vicini a Johnson, si sono dimessi dal governo o negando le giustificazioni di BoJo sull’ennesimo scandalo piovutogli addosso.

Questo faceva riferimento al caso dell’ex Government Deputy Chief Whip (pontiere tra governo e maggioranza parlamentare) Chris Pincher, deputato Conservatore dal 2010.

Pincher è stato accusato di aver avuto atteggiamenti molestatori nel 2019 nel corso di un evento in un club, in cui da ubriaco avrebbe palpeggiato due uomini, fra cui un collega deputato. Johnson ha dichiarato di non ricordarsi se le abitudini di Pincher gli fossero note, ma è stato accusato di esserne ampiamente a conoscenza e, anzi, avrebbe definito Pincherun palpeggiatore per natura” operando un gioco di parole sul suo cognome (“Pincher by name, pincher by nature“). Questo ha creato un crollo verticale della fiducia del Partito verso Johnson: a  Sunak e Javid ha fatto seguito la fuoriuscita di cinquanta esponenti Tory dal governo in meno di quarantotto ore tra il 5 e il 7 luglio 2022, la più grande emorragia di ministri della storia del Regno Unito. Al termine della quale, nella giornata del 7 luglio, è emersa la notizia delle dimissioni dello stesso Johnson. Il cui governo è giunto al capolinea a meno di tre anni dal trionfo elettorale.

Mentre si concedeva un’uscita di scena “istrionica” tra citazioni di Terminator in Parlamento e voli sui caccia, Johnson non pensava però conclusa la sua carriera politica. Il Partito Conservatore, tra luglio e settembre 2022, ha scelto il suo successore alla guida del governo individuandolo dopo un articolato processo selettivo nell’ex Ministro degli Esteri Liz Truss, rimasta a bordo dell’esecutivo dopo la slavina di luglio e le dimissioni di BoJo, che al ballottaggio ha sconfitto Rishi Sunak, tra i padri della fronda contro l’ex sindaco di Londra.

Truss ha messo in piedi un governo di fedelissimi leali, attraverso la sua figura, anche a Johnson, scelti in larga parte tra coloro che non hanno abbandonato la nave dopo le dimissioni da premier di Johnson o, al massimo, tra i rientranti. Da Sunak a Javid, tutti i frondisti di luglio sono rimasti fuori. Il governo Truss è nato più “johnsoniano” di quello di cui era Ministro degli Esteri.

E nel discorso di congedo del 6 settembre 2022 lo stesso premier uscente ha manifestato tutto il suo sostegno alla nuova leader del partito e del Paese richiamando il paragone tra la sua figura e Cincinnato, il comandante romano che tornò alla sua vita privata dopo aver guidato l’Urbe in una fase di grave emergenza. Salvo poi, anni dopo, esser richiamato al potere a furor di popolo: dalle parole di BoJo si capisce, infatti, che l’intenzione dell’architetto della Brexit è quella di continuare a far parlare di sé in futuro.

Una prima avvisaglia del Johnson novello “Cincinnato” si è avuta a soli due mesi dall’uscita da Downing Street. Quando a metà ottobre 2022 il governo Truss si è avvitato Johnson, che si trovava in vacanza nella Repubblica Dominicana, è tornato in fretta e furia nel Regno Unito.

Il governo Truss si è dimesso il 20 ottobre 2022 e tra i Conservatori si è aperta una nuova corsa alla leadership che avrebbe previsto un voto online tra gli iscritti ristretto a massimo tre candidati capaci di ottenere il consenso di almeno 100 dei 365 deputati del partito.

Johnson ha sfidato nella corsa alle preferenze l’ex Cancelliere dello Scacchiere e suo pugnalatore Rishi Sunak e l’ex Ministro della Difesa Penny Mordaunt. Una marea di peones parlamentari ha sottoscritto la sua candidatura che, però, non è stata formalizzata: il 22 febbraio 2022 Johnson ha incontrato Sunak e, attestato il rifiuto dell’ex delfino di non voler lavorare a un suo governo in caso di vittoria di BoJo e incassata analoga indisponibilità dalla Mordaunt, non ha depositato la sua candidatura per non spaccare il partito. La prova tecnica del Johnson “Cincinnato” si è conclusa il 24 ottobre, quando Sunak è stato incoronato nuovo leader conservatore e il giorno dopo chiamato da Carlo III come ventesimo premier Tory della storia. Ma questo segnala quanto Johnson non sia da ritenere totalmente fuori dai giochi.