Chi è Angela Merkel, la “Cancelliera” della Germania

Dal 2005 a oggi Angela Merkel è stata la protagonista principale delle dinamiche politiche europee, forte del fatto di guidare la Germania in una fase in cui Berlino, forte di una rendita di posizione notevole e di un sistema di regole comunitarie che aveva la capacità di plasmare e fare interpretare, ha acquisito un’influenza senza precedenti in seno all’Unione europea. La Cancelliera nata e formatasi nella Germania orientale ha lasciato un segno sulla storia del Paese paragonabile a quella del suo predecessore e mentore Helmut Kohl.

Angela Merkel, più di ogni esponente della Commissione, ha rappresentato l’Europa e la sua governance dalla sua struttura transnazionale a partire da quanto, nel 2007, da presidente di turno del Consiglio europeo, guidò le negoziazioni finali per il Trattato di Lisbona, passando poi per gli anni della Grande Recessione e della crisi dei debiti sovrani del 2010-2011. Allora la Germania merkeliana rappresentò il volto duro dell’austerità, del rigore sui conti pubblici, della linea dura contro i Paesi in difficoltà, avviando di fatto quella fase di messa in discussione delle élite politiche ed economiche europee che solo Mario Draghi ha saputo moderare con il suo quantitative easing. La crisi economica legata alla pandemia di coronavirus ha presentato invece una Merkel temprata dagli eccessi del passato, maggiormente pronta a mediare e meno trincerata su principi e pregiudizi ideologici.
Angela Merkel, oggi al suo quarto mandato da cancelliere, è apparsa sin dalle ultime elezioni politiche del 2017 una politica a fine ciclo, ma mai dire mai.

La 66enne leader dell’Unione cristiano-democratica (Cdu) ha annunciato dopo una fase di crollo interno dei consensi per il suo partito il ritiro dal governo dopo la fine del mandato nel 2021. Tuttavia, nell’Eurozona deve ancora giungere il leader capace di porre definitivamente fine alla centralità della Germania e della “Cancelliera”. L’astro di Emmanuel Macron non ha fatto in tempo a sorgere prima di tramontare, e molti Paesi, dall’Olanda alla Finlandia, sono favorevoli al proseguimento della linea tedesca volta a favorire le esportazioni, da loro portata a un livello di integralismo tale da rendere necessaria la mediazione col resto dell’Unione da parte della stessa Germania.

Sul fronte interno, piazzata Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea, la Merkel ha consumato rapidamente, con il semplice paragone con la sua figura, il credito di Annegret Kramp-Karrenbauer come suo “delfino”; la gestione della pandemia ha fatto risalire in fretta i consensi e l’approvazione pubblica per la Cancelliera, ora più che mai decisiva per tracciare le sorti politiche del suo Paese.

Nata nel 1954 ad Amburgo, Angela Dorothea Kasner, nome di battesimo della Merkel, crebbe e si formò nella Germania dell’Est dove era giunta al seguito della famiglia e, in particolare del padre, pastore luterano. Nella Ddr la Merkel conseguì la laurea in fisica all’Università di Lipsia ed è stata segretaria di un piccolo gruppo della Freie Deutsche Jugend, organizzazione giovanile del regime, e responsabile per l’agitazione e la propaganda dell’Accademia delle Scienze della Germania dell’Est.

Peter Feist, esperto di storia della Germania e consigliere politico di Afd, ha dichiarato a Limes nel dicembre 2018 che, al momento della caduta del Muro di Berlino, la Merkel si sarebbe rivolta, inizialmente, ai socialdemocratici per iniziare la sua carriera politica nella Germania riunificata. Di fronte all’invito a “entrare nell’organizzazione di base e iniziare così la militanza dal basso”, la Merkel cambiò idea e si rivolse alla Cdu, “dove le venne permesso di fare subito carriera perché donna, dell’Est e laureata in Fisica”. Iniziava l’ascesa politica di una figura destinata a segnare sul lungo periodo la politica tedesca.

Ai tempi, la Cdu era egemonizzata dalla figura del cancelliere Helmuth Kohl, che approvò la candidatura della Merkel al Bunderstag, il Parlamento federale tedesco, nominandola Ministro per le Donne e i Giovani nel terzo governo da lui presieduto (1991-1994) e Ministro dell’Ambiente nel successivo e ultimo esecutivo, durato dal 1994 al 1998.

La sconfitta di Kohl alle elezioni del 1998 segnò una vera e propria svolta per la carriera politica della Merkel, che nella discussione sul tema della transizione energetica dal nucleare aveva acquisito una vasta popolarità nell’opinione pubblica tedesca. L’ascesa di Gerhard Schroeder della Spd alla cancelleria federale mandò la Cdu all’opposizione: tra il 1998 e il 2000 Merkel ebbe l’incarico di Segretario generale del partito, ma dovette divider le sue ambizioni con il delfino di Kohl, Wolfgang Schauble, che sarebbe diventato il suo fedele e rigoroso Ministro delle Finanze. Uno scandalo esploso nel 2000 offrì alla Merkel l’occasione per criticare aspramente la linea di condotta di Kohl e presentare se stessa come il volto nuovo capace di riportare i centristi democristiani al governo.

Fu, per certi versi, una fortuna il fatto che alle elezioni del 2002 la Csu, il “partito gemello” bavarese della Cdu, ponesse il veto alla candidatura della Merkel contro Schroeder, preferendo promuovere come candidato alla cancelleria il leader di Monaco Edmund Stoiber, che mancò per soli 6mila voti il sorpasso sui socialdemocratici. Sfruttando la crescente rivolta sociale contro le difficoltà economiche intercorse dopo l’approvazione delle riforme Hartz, che pure avrebbe saputo sfruttare con sagacia, la Merkel ebbe dunque campo libero per guidare tra il 2002 e il 2005 l’opposizione a Schröder. Le elezioni anticipate del 2005 videro l’Unione Cdu-Csu perdere 2 milioni di voti, ma il parallelo tracollo della Spd spianò alla Merkel la strada della cancelleria federale, inaugurando il primo di quattro mandati.

Angela Merkel ha inaugurato, nei suoi mandati, uno stile di leadership caratteristico, fondato sulla volontà esplicita di conservare, quasi cristallizzandolo, uno status quo politico e, soprattutto, economico che garantisse la centralità della Germania in Europa. Rifiutando, per lunghi anni, il calcolo geopolitico e non destreggiandosi nell’elaborazione di una “grande strategia” la Germania merkeliana ha interpretato la convinzione tutta tedesca di poter vivere, letteralmente, al di fuori della storia. Imperniando tutta la sua politica attorno alla tutela e all’espansione del surplus commerciale, considerato metro di misura della potenza economica tedesca.

Anche la stessa scelta di puntare fortemente sulle misure di austerità in relazione alla Grande Crisi, secondo un copione che molti, compreso l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer, hanno ritenuto potenzialmente suicida, è indicatrice di una precisa volontà politica, finalizzata a far sì che la Germania guadagnasse, quasi per inerzia, il centro della scena e i massimi dividendi economici dall’evoluzione del contesto europeo, senza tralasciare cinicamente di sfruttare la crisi dell’Eurozona come un’occasione di profitto, come magistralmente sottolineato da economisti di spessore come Sergio Cesaratto.

I primi tre governi Merkel sono dunque scivolati in un sostanziale immobilismo, nella percezione che per Berlino fosse più importante sfruttare le rendite di posizione che pensare a  una reale strategia. Questo ha portato, sicuramente, benefici alla grande industria esportatrice tedesca, ma nel frattempo ha spinto il governo a ignorare a lungo l’accumulazione di contraddizioni interne alla società tedesca, di problematiche connesse alla disuguaglianza economica e alle prospettive lavorative della popolazione. Un materiale combustibile per cui la caotica risposta alla crisi migratoria del 2015 ha fatto da innesco.

Il contenzioso geopolitico ed economico con gli Stati Uniti, a cui Donald Trump ha aggiunto enfasi retorica ma che è stato inaugurato da Barack Obama, le polemiche tra Washington e Berlino per i continui rapporti economici ed energetici tra Germania e Russia, l’incapacità di capire le lezioni della crisi e la velata ostilità alle mosse di Mario Draghi e le problematiche migratorie, che hanno contribuito all’ascesa di Afd hanno contribuito a segnalare, bruscamente, ad Angela Merkel che la Germania e l’Europa non vivevano in un ameno paradiso post-storico. Che non bastava far pagare alla Grecia, all’Italia e all’Irlanda i costi della crisi per ritenersi protetti dalla buriana economica e dalle contraddizioni dell’euro. E, soprattutto, che una strategia di lungo termine è necessaria perché una nazione sopravviva nel mondo contemporaneo.

La Germania degli ultimi anni è infatti un Paese che, in buona sostanza, senza troppi giri di parole, si sta riscoprendo umano. E questa riscoperta di umanità, di debolezza, di paura, ha colpito anche la figura ormai metafisica, quasi atarassica, della cancelleria tedesca. Non più inviolabile agli occhi del suo Paese, debole al confronto con i leader mondiali capaci di sfruttare, nella loro completezza, gli strumenti che il potere mette a disposizione, sebbene ancora di una categoria superiore a presunti leader come il presidente francese Emmanuel Macron.

La decisione di Angela Merkel, dopo le ultime elezioni, di rinnovare la Grande Coalizione con i socialdemocratici giunti al loro peggior risultato storico ha segnalato i limiti di un assetto di potere volto a conservare unicamente l’esistente, in funzione di una dottrina economicista che valuta nel successo delle politiche tedesche in campo fiscale e commerciale il metro del successo politico di un esecutivo. Il pensiero economicistico ha permeato, e plasmato, l’idea di potere in Germania. E così ai pensionati tedeschi stremati dalle riforme della previdenza si può al massimo concedere un aumento del sussidio, e dopo quindici anni il governo tedesco è potuto tornare addirittura a parlare di investimenti pubblici senza considerarli un tabù, ma senza dimostrare la volontà politica reale di deviare da una traiettoria percorsa da tempo col pilota automatico.

Tra il 2019 e la prima metà del 2020 la Cdu appariva nel caos: fallita l’esperienza di leadership di Annegret KrampKarrenbauer come erede designata alla guida del partito, l’Unione cristiano-democratica ha dovuto subire numerosi scacchi politici. La coppia Cdu/Csu si è attestata al 28,9% alle elezioni europee, subendo la dura rimonta da parte di una nuova forza, i Verdi, e vedendo i propri consensi erosi a destra da Alternative fur Deutschland. A febbraio 2020 il caos nel partito era stato confermato dall’inopinata decisione della sezione della Turingia di eleggere a governatore del Land il liberale Thomas Kemmerich, che aveva goduto del sostegno dell’ultradestra Afd. Molti analisti e commentatori hanno imputato alla Merkel numerosi problemi politici del partito, inclusa la frattura tra l’ala più strettamente conservatrice e quella maggiormente aperta a un mantenimento dell’asse centrista e delle alleanze con i socialdemocratici.

A cambiare le carte in tavola è stata la pandemia di coronavirus. Per molti l’ultima grande battaglia di Angela Merkel, per altri il possibile viatico a una conferma impronosticabile della Cancelliera per un quinto mandato. La pandemia ha impattato sul Paese con virulenza minore rispetto a quanto accaduto in Italia, Francia e Regno Unito, e la Merkel ha imposto decisioni spedite sulle chiusure delle attività e sul tracciamento del contagio; al contempo, le misure economiche volte a prevenire una recessione senza precedenti hanno visto la Germania mobilitare oltre 156 miliardi di euro di potenziale deficit. In campo europeo, si è assistito a una mediazione della Germania tra i falchi rigoristi e i Paesi mediterranei sulle misure comuni da porre in essere per tamponare gli effetti del contagio. La pandemia ha rinvigorito i consensi alla Cdu, valorizzato come partito di governo, e messo la Merkel di fronte al bivio tra la possibilità di ripetere gli errori del passato e una modifica parziale di percorso volta, in fin dei conti, a preservare la centralità tedesca in Europa. Complice il confronto con un parterre di leader europei decisamente meno esperti, per la Merkel è risultato facile intraprendere, silenziosamente, la seconda strada. Rilanciando attraverso la crisi del Covid-19 la centralità della sua leadership nel Vecchio Continente.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME