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America Latina, un incubo chiamato Troika della tirannia

L’America Latina ha cessato da tempo di essere il cortile di casa degli Stati Uniti che, telesorvegliato in continuazione e dotato di una recinzione con filo spinato, risultava impermeabile e inviolabile ai più. Continua sicuramente ad essere uno spazio vitale di primaria georilevanza per gli Stati Uniti, per i quali costituisce il cuore dell’Impero yankee e il polmone del mondo, ma l’indebolimento della loro morsa tentacolare ha permesso ad altre potenze di farvi ingresso, rimanere e stabilire dei piccoli avamposti.

Le Americhe Latine della contemporaneità sono, sì, un cortile, ma con l’erba alta, i cespugli da potare e la recinzione rotta a metà, che permette ai ladri più scaltri di intrufolarsi nella proprietà ogniqualvolta cala il Sole. E prova lapalissiana del quadro clinico compromesso del lebensraum dell’Impero americano è il bellum omnium contra omnes ivi in corso. Israeliani contro iraniani tra l’Amazzonia e la Triplice frontiera. Cattolici, evangelici e musulmani in competizione tra loro per l’anima degli latinoamericani da San Cristóbal de las Casas a Rio de Janeiro. Terroristi islamisti in affari con paramilitari e narcotrafficanti per riciclare denaro illecito, infiltrare le carovane e pianificare attentati.

Paragrafo più importante del tutti contro tutti in atto nelle Americhe Latine, sia per i giocatori coinvolti sia per le implicazioni a livello macro, è sicuramente quello che vede coinvolti gli Stati Uniti da un lato, l’asse RussiaCina dall’altro e nel mezzo la cosiddetta Troika della tirannia, ovverosia l’asse CubaNicaraguaVenezuela.

 

L’espressione Troika della tirannia (Troika of tyranny) è stata coniata da John Bolton, stratega di lunga data e tra i capifila del neoconservatorismo, che l’ha utilizzata per la prima volta il primo novembre 2018 durante un discorso pubblico presso il Miami Dade College. L’obiettivo di Bolton, che all’epoca serviva l’amministrazione Trump in qualità di consigliere per la sicurezza nazionale, era di fornire una cornice esplicativa, dal punto di vista ideologico, al quadro sanzionatorio e destabilizzativo portato avanti dalla Casa Bianca nei confronti di Cuba, Nicaragua e Venezuela.

Bolton, che in passato aveva aiutato l’amministrazione Bush Jr a teorizzare l’infelice espressione “Asse del male” – utilizzata per giustificare il rovesciamento di Saddam Hussein in Iraq –, era l’uomo giusto al posto giusto: un ultramontanista dell’eccezionalismo americano, un fautore della linea dura in materia di Americhe Latine, un abile comunicatore politico.

Parlando di tirannia, ed utilizzando un leitmotiv collaudato per evocare nell’opinione pubblica americana il ricordo della nequizia primordiale, Bolton aveva e ha tracciato una linea di confine, un muro di separazione, tra il bene, rappresentato dagli Stati Uniti, e il male, costituito da Cuba, Nicaragua e Venezuela. Tre nazioni i cui regimi, in quanto rei di abusi di vario tipo, autoritarismo e violazioni dei diritti umani, erano punibili, rovesciabili, sanzionabili.

Oggi, in questo Emisfero, stiamo confrontandoci nuovamente con le forze distruttive dell’oppressione, del socialismo e del totalitarismo. […] A Cuba, in Venezuela e in Nicaragua si possono osservare le insidie di ideologie venefiche lasciate senza controllo, nonché i pericoli della dominazione e della soppressione.

La Troika della Tirannia, questo triangolo del terrore che si estende da L’Avana fino a Caracas e Managua, è la causa di immensa sofferenza umana, è l’impeto di un’instabilità regionale immensa ed è la genesi di una sordida culla di comunismo nell’emisfero occidentale.

(John Bolton, 1 novembre 2018)

Quella di Bolton era retorica guerrafreddesca adattata ad un contesto neoguerrafreddesco, cioè quello della competizione tra grandi potenze, che per i principali rivali degli Stati Uniti nel subcontinente (e nel mondo), ossia Russia e Cina, era anacronistica e intrinsecamente sbagliata. Perché questo triangolo, lungi dal rappresentare una malvagità estirpabile per mezzo di un malicidio autolegittimato, per Mosca e Pechino era allora ed è oggi una sorgente di luce in un continente al buio, un’alternativa all’unipolarismo e un avamposto da proteggere nel nome della transizione multipolare.

La coniazione dell’espressione Troika della tirannia ha fatto da preludio al ritorno degli Stati Uniti nel loro cortile di casa, dopo un periodo di trascuratezza dovuto alla Guerra al terrore, fungendo da chiave di lettura dell’agenda per la Latinoamerica dell’amministrazione Trump: fine del disgelo cubano (deshielo cubano), ricerca di un cambio di regime in Venezuela e aumento della pressione sul Nicaragua.

La fine del disgelo cubano, iniziato da Barack Obama, avrebbe comportato il ripristino di alcune sanzioni abolite in precedenza e l’aumento del supporto all’ascendente galassia protestante. Obiettivo: soffocare un’economia già debole e sobillare una società cangiante nella speranza-aspettiva di catalizzare un cambio di regime dal basso, ritenuto più possibile e vicino che mai con la dipartita di Fidel Castro. La classe dirigente, ad ogni modo, avrebbe dimostrato un grado di resistenza al di sopra di ogni aspettativa, superando il duro colpo della morte del padre della rivoluzione e placando gli animi avviando un timido processo riformistico.

In Venezuela, altro teatro vulnerabile perché colpito dal trapasso di un capo carismatico – Hugo Chavez, deceduto prematuramente nel 2013 –, l’amministrazione Trump avrebbe fatto ricorso a sanzioni di rilievo, come il congelamento dei beni governativi nelle banche statunitensi, e cavalcato un cavallo ritenuto all’epoca promettente – Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente nel 2019 – allo scopo di provocare la caduta di Nicolas Maduro. Anche in questo caso, però, l’ordine rivoluzionario avrebbe retto il trauma della transizione e mostrato un’incredibile compattezza.

Il Nicaragua, in uno stato di quasi-guerra civile dal 2014, sarebbe stato fatto oggetto di sanzioni mirate, alcune delle quali destinate alla persona di Daniel Ortega, aventi tra i vari obiettivi un disaccoppiamento energetico dal Venezuela propedeutico alla diffusione di un’indigenza tale da rendere incontenibili le sollevazioni popolari. Con l’assistenza fondamentale del Cremlino, ad ogni modo, Ortega sarebbe riuscito a reprimere le rivolte, a mitigare i danni all’economia e a ottenere un nuovo mandato nel 2020.

Cartelli e bandiere a sostegno di Nicolas Maduro durante una manifestazione davanti alla Corte federale di Old San Juan, Porto Rico, 14 febbraio 2019.
THIAS LLORCA/EPA

Quella che per gli Stati Uniti è la Troika della tirannia, e che per Russia e Cina è la Triade del multipolarismo, è andata assumendo una georilevanza crescente a partire dagli anni Venti. Perché Mosca e Pechino, a un certo punto, hanno deciso di ricalibrare verso l’alto il loro impegno tra L’Avana e Caracas come rappresaglia per l’aumento della pressione occidentale lungo e all’interno dei loro esteri vicini.

Ciò che è accaduto a partire dal 2020, in sintesi, è che Russia e Cina hanno replicato all’avanzata americana verso l’Asia centrale, palesata dalla crisi kazaka di gennaio 2022, e l’Indo-Pacifico, estrinsecata dall’Aukus, rendendo la pariglia, ovverosia spostando il conflitto verso l’Atlantico, come dimostrato dalle mosse cinesi nella Guinea Equatoriale, e le Americhe Latine, riportando in vita la questione della Troika della tirannia.

Tra il 2021 e il 2022, mentre i riflettori della stampa occidentale erano puntati su Europa orientale, Asia centrale e Indo-Pacifico, lungo L’Avana-Managua-Caracas accadevano fatti eclatanti: l’entrata cubana nella Nuova Via della Seta, l’adesione nicaraguense alla politica dell’una sola Cina – precorritrice, forse, del ritorno in scena del Canale del Nicaragua – e l’avvio di negoziati da parte russa per l’approfondimento della cooperazione bilaterale, in particolare militare, con la Triade del multipolarismo.

Gli Stati Uniti, naturalmente e prevedibilmente, non resteranno immobili e impassibili dinanzi all’espansione russo-cinese nel loro cortile di casa, possibilitata dalla sopravvivenza della Troika della tirannia alla campagna di massima pressione dell’amministrazione Trump, perciò è importante scrivere e parlare di questo (tri)angolo di mondo. Qui si sta scrivendo un capitolo-chiave della terza guerra mondiale a pezzi, quello dell’assalto alla Fortezza America.

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