Il trattato di Dublino, spiegato

Il superamento del Trattato di Dublino è uno degli argomenti che da sempre tiene banco all’interno dell’Unione Europea. Nel 2020 più volte il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato delle novità che andranno ad incidere sul sistema di accoglienza dei migranti da parte degli Stati membri. Ci sarà, secondo le indicazioni date dallo stesso numero uno dell’esecutivo europeo, una “nuova governance europea delle migrazioni” che si baserà su una struttura comune per quanto concerne asili e rimpatri con modalità più incisive e potrà contare su una maggiore solidarietà in tutta l’Unione nell’affrontare il problema dell’immigrazione. Almeno queste sono le prospettive, anche se a giudicare dall’andamento politico degli ultimi anni appare molto difficile poter vedere a breve delle vere modifiche al trattato.

Il trattato di Dublino è stato firmato nel 1990 appunto a Dublino (Irlanda) per disciplinare la materia relativa al sistema dell’accoglienza e delle richieste d’asilo all’interno dell’Unione europea. Oltre ai Paesi comunitari, nel documento rientrano anche Norvegia, Svizzera e Islanda. Il trattato è entrato in vigore sette anni dopo, nel mese di settembre del 1997. Uno dei principi cardine che lo costituisce è quello secondo cui è lo Stato di primo approdo del migrante che deve far fronte al “sistema” accoglienza, domanda d’asilo inclusa, impedendo quindi che i richiedenti tale diritto facciano richiesta in più Stati membri. Altro punto fondamentale del trattato è quello di evitare il più possibile che vi siano richiedenti asilo detti “in orbita” e cioè che siano trasportati da uno Stato membro ad un altro. Da questi principi si evince come il trattato penalizzi i Paesi meridionali dell’Europa, Italia compresa, che registrano ogni anno l’arrivo di diverse migliaia di migranti su tutto il territorio nazionale. Adesso, stando a quanto detto dal presidente dell’esecutivo europeo, le modifiche del trattato dovrebbero proprio puntare su una maggiore solidarietà europea verso gli Stati più esposti ai flussi migratori.

Quella annunciata dal presidente della Commissione Europea non è la prima modifica alla quale sottoporre il trattato di Dublino. Il documento ha subito già delle modifiche: nel 2003 con il regolamento “Dublino II” e nel 2013 con il regolamento “Dublino III”. La modifica del 2003 non è stata di tipo sostanziale ma più che altro formale dal momento che alcuni Paesi, Danimarca in primis, avevano rinunciato ad adottare alcune regole previste nel documento.

Nel 2013 altre modifiche hanno incluso tutti gli Stati membri ad eccezione della Danimarca. Il principio cardine però è rimasto lo stesso, ovvero che lo Stato di primo approdo del migrante è quello che si occuperà dell’accoglienza e della relativa richiesta d’asilo. Ma mentre nel 1990 lo stesso principio si basava sul buon senso in quanto la percentuale delle migrazioni era contenuta, nel 2013, la situazione ha assunto prospettive diverse a causa dell’afflusso imponente di migranti. Sono state quindi sollevate numerose polemiche sulla possibilità di rivedere il trattato con modifiche innovative basate sul mutato conteso socio politico.

Se negli anni della firma del primo trattato di Dublino il fenomeno era ridimensionato, con l’aumento del numero degli sbarchi soprattutto lungo le rotte del Mediterraneo i principi cardine previsti dal regolamento hanno creato più di un grattacapo ai Paesi del sud del vecchio continente. In particolare, la circostanza secondo cui i migranti devono chiedere asilo soltanto nello Stato di primo approdo, ha rappresentato per Italia e Grecia un onere gravoso che ha avuto conseguenze importanti anche sul piano interno.

Infatti sono proprio Roma e Atene che ogni anno ricevono lungo le proprie coste il maggior numero di migranti salpati dal nord Africa e dalla Turchia. Una circostanza che ha comportato situazioni difficili nella gestione dell’accoglienza. Migliaia di migranti infatti sono dovuti rimanere nei Paesi di approdo in attesa dell’esito della domanda di asilo. Per tal motivo, specialmente dopo le primavere arabe del 2011, sono stati riscontrati gravi problemi nel sistema di accoglienza italiano e greco, con i due rispettivi governi spesso impossibilitati a far fronte da soli al problema.

Inoltre il divieto di movimenti secondari interni all’Ue da parte dei richiedenti asilo, ha comportato il respingimento di migranti da parte di altri Paesi, a partire soprattutto da Germania, Francia e Austria, verso gli Stati di primo approdo. In Italia, ad esempio, nel 2019 sono stati di più i richiedenti asilo riportati all’interno del nostro territorio da altri Stati dell’Ue che i migranti sbarcati lungo le nostre coste. Secondo le statistiche delle autorità di Berlino, nel solo 2018 sono emersi 35.375 casi conclamati di movimenti secondari che hanno riguardato la Germania. Ogni mese dal territorio tedesco partono diversi aerei che rispediscono indietro, soprattutto in Italia, le persone protagoniste dei movimenti secondari.

In poche parole, l’applicazione del trattato di Dublino negli ultimi anni soprattutto ha mostrato non poche lacune che hanno portato i Paesi più coinvolti nel fenomeno migratorio a chiedere importanti modifiche. Sotto accusa è soprattutto il principio dell’onere esclusivo nell’accoglienza e nell’esame delle domande di asilo da parte dello Stato di primo approdo. Per superare questi limiti, sono state diverse le proposte di modifica presentate soprattutto negli ultimi anni in sede comunitaria, oltre alle due modifiche già ratificate nel 2003 e nel 2013.

Complessivamente sono state avanzate sia proposte più “soft” che invece di radicale riforma del trattato di Dublino. Tra quelle del primo gruppo ci sono i regolamenti, chiesti soprattutto dai Paesi del sud Europa, per introdurre meccanismi automatici di ricollocamento dei migranti arrivati in territorio comunitario. Dunque, i principi sanciti da Dublino con queste eventuali modifiche non sarebbero stati toccati, ma al contempo l’obiettivo si sarebbe arrivati a una gestione solidale dell’accoglienza e delle domande di asilo. Il 23 settembre 2019 a Malta cinque governi dell’Ue, tra cui quello italiano, hanno avanzato una proposta sui ricollocamenti automatici dei migranti la quale però non ha avuto seguito in ambito comunitario.

Tra le proposte di riforma più radicale invece, vanno annoverate quelle della commissione europea del 2015 quando a capo dell’esecutivo Ue vi era Jean Claude Juncker. Tuttavia su quel documento non si è poi trovata alcuna intesa. Nel novembre 2017 il parlamento europeo ha approvato una modifica sostanziale del regolamento di Dublino e dei meccanismi di asilo e protezione in ambito comunitario, ma anche in quel caso sul testo non si è trovato alcun accordo tra i vari Stati membri e quindi la riforma è naufragata. Più di recente, nel settembre del 2020 il presidente della commissione europea Ursula Von Der Leyen ha parlato di una prossima riforma sull’immigrazione da presentare in parlamento, in cui i principi di Dublino dovrebbero essere superati.

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