Storia della portaerei: la vera potenza dei mari

Le portaerei, le più più grandi unità di superficie di una flotta da guerra, hanno fatto la differenza nei conflitti del XX secolo e si sono guadagnate il valore di arma “indispensabile” per esercitare la supremazia in un teatro di scontro grazie alla loro versatilità e capacità di rendersi base avanzata per lanciare operazioni di ogni tipo: anche a migliaia di chilometri di distanza da qualsiasi base amica o alleata.

Dalle ultime battute della Prima guerra mondiale, passando per la Guerra di Corea, la crisi di Suez, le Falkland ed entrambe le guerre del Golfo, queste enormi navi “piatte” sono diventate il simbolo di “proiezione di potenza” per antonomasia; e sono sempre rimaste, fin dalla loro genesi, oggetto di studio per strateghi, analisti, e appassionati, oltre a punto di confronto per equilibrare o sbilanciare le forze messe campo dalle potenze globali – nel loro sviluppo come nel loro impiego.

È difficile da immaginare, ma la portaerei, arma strategica che ha decretato le sorti dei conflitti più determinati della storia contemporanea, è la diretta discendente di minuscole “piattaforme di decollo” anche dette lighter: imbarcazioni plananti lunghe appena una ventina di metri che un tempo venivano chiamate Flying Boat ed erano trainate dalle cacciatorpediniere. Queste antesignane “navi porta aerei” mostrarono ben presto, di concerto con i primi idrovolanti armati e imbarcati sugli incrociatori, le promettenti possibilità strategiche che potevano essere realizzate dall’incontro della nuova e pionieristica forza aerea con la vecchia e ben rodata potenza navale. Ciò apriva infatti nuovi orizzonti, che avrebbero lasciato ampio spazio a nuove strategie.

Sebbene i primi velivoli imbarcati avessero come scopo principale quello di consentire alle forze navali di lanciare velivoli per effettuare esplorazioni ricognitive e segnalare alla flotta la posizione delle navi avversarie, il futuro ne avrebbe stravolto l’origine per sfruttare al meglio questo nuovo vettore. La singolare trovata delle piattaforme trainate della Royal Navy spinse infatti l’Ammiragliato britannico – seguito immediatamente dopo dallo Stato Maggiore dell’Us Navy – a convertire delle imbarcazioni di considerevole stazza (come mercantili e navi carboniere) in vascelli riprogettati per custodire sottocoperta dei velivoli appositamente modificati – si dirà in seguito “navalizzati” – e lanciarli da un lungo ponte (oltre 100 metri) che fungesse da pista di decollo. Il cosiddetto “ricovero”, ossia il recupero dei velivoli, sarebbe spettato inizialmente alle basi costiere sulla terraferma. Limitandone enormemente il potenziale, e spronando teorici e aviatori a nuove opzioni.

La prima unità di questo genere fu la britannica Hms Furious, riconvertita da un mercantile. Questo benché un’unità che subì una progetto di riconversione analoga, la Hms Ark Royal, avesse preso il mare già nel 1914 quale nave d’appoggio per idrovolanti capace di lanciare anche due aerei con “ruote” dal ponte.

La Furious avrebbe imbarcato gli stessi velivoli progettati per le piattaforme di decollo, i caccia biplani Soptwith Camel F2.1 e “Pup”, continuando a privilegiare gli atterraggi a terra. Questo almeno fino a quando il pioniere dell’aviazione di marina inglese Edwin H. Dunning non dimostrerà nel 1917 che non solo gli aerei possono atterrare con successo sul ponte di una nave, ma che possono farlo addirittura su una nave in movimento. Sarà proprio dal ponte della Furious che decolleranno nel 1918 i primi aerei coinvolti in una missione di guerra in funzione anti-zeppelin: stesso obiettivo delle missioni lanciate dalle piattaforme trainate.

Nel 1922, la Uss Langley, nave carboniera in servizio presso la Us Navy, viene riconvertita in “portaerei”, divenendo tra portaerei e nave appoggio per idrovolanti, il terzo vettore di questa nuova “unione”. Lo stesso anno entra in servizio la giapponese Hōshō, prima nave ad essere classificata fin dalla sua progettazione come portaerei – scafo attualmente designato con il codice CV – che imbarcava una combinazione di caccia biplani Mitsubishi 1Mf e aerosiluranti Mitsubishi B1m. La seguirà la Hms Hermes, e poi, una volta consolidato il ruolo e le potenzialità della portaerei impiegate un battaglia, numerose altre; che entreranno a fare parte della Marina Imperiale Giapponese, della Marina Britannica, e della Marina degli Stati Uniti.

Tutti vascelli da battaglia che prenderanno parte alle più importanti operazione navali del secondo conflitto mondiale: dall’attacco a Pearl Harbor alla battaglia delle Midway, dall’Operazione Pedestal, il “rifornimento” aerei alleati nell’avamposto strategico di Malta, al Raid Dolittle, l’inatteso lancio di bombardieri americani su Tokyo. Nel corso della seconda guerra mondiale, altre potenze svilupparono progetti per dotarsi di questa nuova arma: la Germania nazista predispose il varo della Graf Zeppelin, l’Italia a quello della portaerei Aquila. Entrambe avrebbero dovuto lanciare e recuperare versioni navalizzate di caccia e bombardieri già in forza alle rispettive aeronautiche (come i Bf-109, i Ju-87 e i Re 2001). Nessuno dei due progetti prese tutta via il mare.

Al termine della seconda guerra mondiale tutte le potenze vincitrici, ad eccezione dell’Unione Sovietica, proseguirono nell’impiego e nello sviluppo di questo nuova tipologia di navi da battaglia che permettevano di proiettare la propria potenza aeronavale ovunque nel globo; senza dover dipendere da basi terrestri nelle vicinanze. Aumentando di dislocamento – dai dalle 9.000 tonnellate della Hōshō agli attuali 65.000 della Hms Queen Elizabeth – dunque di capacità di trasportare aerei – dai 20 nel primo conflitto mondiale, a oltre 50 nel secondo, ad oltre 80 tra aerei ed elicotteri durante la Guerra fredda – ma sopratutto modificando la loro propulsione: entrò infatti in gioco la propulsione nucleare per estendere la loro autonomia.

Così, le portaerei, scortate da cacciatorpediniere e dotate di sistemi di difesa sempre più efficaci e complessi, iniziavano ad accogliere nei loro hangar gruppi aerei imbarcati dotati di velivoli sempre più diversificati: non più pochi caccia e bombardieri in picchiata, ma intercettori, elicotteri per la lotta antisommergibile, aerei con capacità Awacs e per la guerra elettronica. Rendendo le portaerei il più importante, e ancora non scalzato, vettore strategico delle guerre convenzionali moderne.

L’aereo, sin dagli esordi, ha suscitato l’interesse dei militari, pur senza comprendere la reale efficacia e le rivoluzionarie possibilità di impiego. L’aeroplano venne adottato dalle Marine militari inizialmente come idrovolante, anche se “l’arma aerea” vantava già una discreta tradizione data da aerostati e dirigibili che però esula dalla nostra trattazione. Idro esclusi, il primo lancio di un aereo da una nave avvenne il 10 novembre del 1910 negli Stati Uniti, quando un biplano Curtiss decollò dal ponte appositamente costruito sull’incrociatore Birmingham divenendo così il primo aereo “terrestre” a essere lanciato da una nave.

Dopo questa esperienza si dovette aspettare qualche mese per vedere il primo appontaggio: il 18 gennaio del 1911 lo stesso tipo di aereo atterrò sulla corazzata Pennsylvania, ormeggiata nel porto di S. Francisco, ingaggiando dei cavi di arresto tesi longitudinalmente. Nasceva così il meccanismo di arresto che possiamo ancora oggi vedere sulle portaerei. Le prime azioni aeronavali da velivoli decollati da portaerei, ad esclusione di quelle degli idrovolanti, si hanno verso la fine del primo conflitto mondiale: il 19 luglio 1918 sei Sopwith Camel decollati dalla Furious attaccano la base tedesca di Tondern distruggendo due dirigibili Zeppelin.

Nonostante gli scarsi risultati ottenuti dall’aviazione imbarcata il seme della tattica aeronavale era stato gettato. Dopo la guerra, il generale americano William Mitchell dimostrò l’efficacia del bombardamento in quota contro obiettivi navali, seppur fermi, e sempre negli Stati Uniti nacque una pratica destinata a rivoluzionare l’arte della guerra navale: il bombardamento in picchiata, messo a punto dalla Us Navy nel 1927.

 

Nel decennio successivo l’aereo “maturò” e grazie alla maggior potenza dei propulsori e all’aumentata autonomia si cominciò a pensare al suo utilizzo come prolungamento delle artiglierie navali: la corazzata stava per essere scalzata dal ruolo di capital ship.

Durante il secondo conflitto mondiale gli attacchi di aerei decollati da portaerei come quello di Taranto del 1940 dimostrarono l’efficacia della tattica aeronavale e ancora di più lo fecero i giapponesi quando attaccarono Pearl Harbor mettendo fuori combattimento le corazzate americane nel Pacifico. Quel conflitto consacrò l’aereo come strumento fondamentale della guerra anche sul mare. Impiegato per tagliare le linee di navigazione avversarie, eliminare i sommergibili, distruggere la flotta avversaria e per l’attacco terrestre, in poco tempo l’aereo ha soppiantato l’utilizzo delle corazzate e ha inaugurato il concetto di proiezione di forza valido ancora oggi.

La fine del secondo conflitto mondiale con l’avvento dell’era nucleare e missilistica ha sancito la definitiva affermazione dello strumento aeronavale: gli odierni Csg (Carrier Strike Group) con la loro dotazione di velivoli per compiti diversi sono il braccio principale che hanno gli Stati Uniti per portare l’offesa in ogni parte del globo, e l’aviazione imbarcata, che ha visto nella sua storia i biplani, i potenti caccia come gli F-4U Corsair e i jet come gli F-4 Phantom o F-14 Tomcat, oggi può contare anche su velivoli di quinta generazione stealth come gli F-35 dimostrando una volta di più l’imprescindibilità dell’arma aerea dal contesto navale.  

Ad oggi le nazioni che dispongono di portaerei in servizio attivo sono nove. Gli Stati Uniti sono la forza navale con il maggior numero di con 10 unità della classe Nimitz (più una della classe Ford che sta per entrare in servizio), il Regno Unito ne ha una della classe Queen Elizabeth (più una seconda, della medesima classe, la Hms Prince of Wales non ancora in linea), la Cina ne possiede due, la Liaoning e la Shandong, come l’Italia, la Cavour e la Garibaldi. La Francia ne possiede soltanto una, la Charles de Gaulle, come la Russia, che ha in linea la Admiral Kuznetsov, l’India che ha la Virkramaditya, e la Spagna, che possiede la Juan Carlos I.

Portaerei Charles de Gaulle, Francia (La Presse)

C’è poi il caso singolare della Thailandia che possiede una portaerei, la Chakri Naruebet, ma non possiede velivoli ad ala fissa imbarcabili e che pertanto la utilizza come unità portaelicotteri. È ben noto che la Cina intende potenziare la propria flotta di portaerei per raggiungere il potenziale statunitense. Ma le prove tangibili di questa intenzione, e di questa capacità, sono ancora da dimostrare.

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