Qat, la droga dello Yemen sempre più usata dai giovani

Lockdown e tossicodipendenza; un binomio di cui tanto si è sentito parlare nei mesi in cui vigeva il divieto di uscire di casa, e molti media hanno trattato il tema ponendo l’attenzione sulle difficoltà da parte delle persone affette da dipendenze di poter avere assistenza sanitaria e aiuto nell’affrontare e superare le crisi d’ astinenza. La questione ha raggiunto però dimensioni esponenziali nei Paesi del Corno d’Africa e in Yemen dove milioni di persone sono consumatori di qat; la pianta le cui foglie, contenenti alcaloidi, una volta masticate, provocano stati di euforia ed eccitazione analoghi a quelli delle anfetamine. Il qat, considerato a tutti gli effetti una droga e conosciuto anche come khat o miira, è ampiamente consumato in Yemen, dove stando a un’inchiesta pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ne fa uso regolarmente il 90% degli adolescenti e oltre due milioni di bambini, e pure in Somalia, Kenya ed Etiopia, dove tra l’altro, essendo quest’ultimo Paese il principale produttore di qat al mondo, si stima che il commercio dell’arbusto muova un giro di affari di oltre 80 milioni di dollari al giorno.

Con il coprifuoco imposto a causa della pandemia di Covid-19, il dispiegamento di forze dell’ordine e la creazione di posti di blocco, l’impossibilità di allestire mercati e di attraversare le frontiere, la pianta dagli effetti psicotropi è stata una delle prime vittime eccellenti del coronavirus. Ma se da un lato è un’incredibile vittoria perché il mercato illegale ha ricevuto un durissimo colpo che sino ad ora nessuna politica governativa era riuscita ad assestare, parallelamente però ha portato con sé delle grosse problematiche sia da un punto visto medico che economico. Dal lato sanitario permane l’incognita su come le strutture locali possano fornire assistenza alle persone dipendenti dal qat, dal punto di vista economico il problema invece appare ancora più macroscopico dal momento che, per molte famiglie, sia nella penisola arabica che nel Corno d’Africa, la coltivazione e la vendita del qat sono l’unica forma di sussistenza. È necessario quindi che ora le amministrazioni locali intervengano con politiche mirate sia a contrastare i problemi legati alla tossicodipendenza sia a colmare il vuoto lasciato dal crollo del commercio dello stupefacente.

Secondo alcune fonti storiche il consumo del qat cominciò ad essere ampiamente diffuso in Etiopia, sopratutto nelle regioni dell’altipiano, a partire dal tredicesimo secolo. Alcuni ricercatori sostengono che la coltivazione delle piante di qat abbia preceduto quella del caffè e che, a partire dal quindicesimo secolo, la pianta si sia diffusa anche nella penisola arabica, in particolar modo in Yemen. Gli effetti psicoattivi derivanti dal masticazione delle foglie, oltre a una sensazione di euforia ed eccitamento, inibiscono i morsi della fame ed è anche questo uno dei motivi per cui nei secoli il qat ha trovato sempre maggiore diffusione nelle aree del Corno d’Africa e del golfo di Aden, zone travolte da continue carestie e guerre. Alcune delle immagini ricorrenti della guerra in Somalia degli anni ’90 mostrano infatti i ”morian”, i ragazzi assoldati dai war lords, scalzi, con in braccio fucili automatici, gli occhi vitrei e con le guance gonfie dei boli di foglie di qat. Nel tempo lo stupefacente si è diffuso anche nei campi profughi e InsideOver aveva raccontato infatti la diffusione della pianta nel Dadaab, la più grande tendopoli al mondo al confine tra Kenya e Somalia dove, da oltre trent’anni, vivono quasi 500mila persone in condizioni di precarietà e miseria assoluta. All’interno del campo profughi ogni mattina si svolge il mercato del qat. I pick up arrivano all’albeggio con i cassoni colmi di piante appena raccolte e poi inizia la vendita. Uno degli effetti del qat è quello dell’aumento della libido e del desiderio sessuale e, in un contesto in cui la masticazione delle foglie è praticata durante tutta la giornata, uno dei drammatici effetti collaterali che provoca l’abuso della sostanza è l’aumento dei casi di violenza sulle donne.

A partire dagli anni ’80 l’Organizzazione mondiale della sanità ha inserito il qat tra le sostanze illegali e narcotiche soprattutto a seguito di una sua embrionale diffusione nel mondo occidentale. La pianta però non hai mai trovato largo spazio nel mondo del commercio degli stupefacenti in occidente, anche in virtù del fatto che il qat aveva una concorrente invincibile: la cocaina, regina incontrastata del traffico di droga mondiale. Sono però apparse sul mercato a inizio anni 2000 delle pasticche, la più conosciuta è l’hagigat, contenenti il principio attivo del qat. Il fenomeno però non ha mai dilagato e quindi l’abuso e la dipendenza da qat rimangono un piaga esclusiva del Corno d’Africa e soprattutto dello Yemen.

Dal 2015 lo Yemen è travolto da una guerra che ha già provocato 250’000 morti e sono oltre 20 milioni le persone ridotte alla fame, ma oltre al conflitto, alla violenza e alla miseria assoluta il Paese è affetto anche dal consumo su larga scala del qat. La pianta, che formalmente è illegale, stando ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è consumata dal 90% degli adolescenti del paese e anche dai bambini, stime dicono che sono oltre due milioni gli under 14 che masticano abitualmente le foglie. Il qat, come è raccontato in un documentario della Cnn, nel paese arabico non è considerato una droga dalla stragrande maggioranza della popolazione e il consumo e la masticazione sono un rito d’iniziazione all’età adulta per i più giovani e un abitudine largamente diffusa tra gli yemeniti tanto che sia le forze dell’ordine che le massime autorità del Paese, compreso l’ex presidente Abdallah Saleh, si sono fatte immortalare e ritrarre in più occasioni con in bocca foglie di qat.

Tra i danni dettati dal largo consumo dello stupefacente c’è quello di un esponenziale aumento di crisi psicotiche e manie di persecuzione oltreché di depressione. Ma uno dei danni peggiori provocati dalla sostanza, e lo Yemen è uno dei Paesi dove il fenomeno è maggiormente evidente, è l’insorgere di carcinomi alla bocca e problemi cardiovascolari di svariata natura e i dati dell’Oms dicono che nell’ultimo anno le vittime causate dal qat in Yemen sono state più di 2’000. Ma oltre ai danni a livello medico sanitario la pianta ne provoca altrettanti anche in termini economici e sociali. Se nel 1970 gli ettari dedicati alla coltivazione del qat, in Yemen, erano 8mila, oggi sono 103mila, ovvero il 60% dei terreni coltivabili del Paese arabico sono destinati alla coltivazione della pianta e circa il 30% delle risorse idriche sono impegnate per la coltivazione e il lavaggio del qat. Come spiega un’inchiesta del The Guardian, il qat è oggi uno dei migliori alleati della crisi alimentare e della siccità che sta travolgendo il Paese e quindi un’ interruzione del commercio potrebbe rappresentare una salvezza per il popolo yemenita, ma solo se verrà accompagnata da una riconversione delle culture e da nuove opportunità d’impiego per la popolazione

È un momento difficile
STIAMO INSIEME