Il massacro di Srebrenica

Nella parte alta di Srebrenica c’è un pub dove, nelle serate estive, alcuni ragazzi si radunano per passare il tempo e ascoltare qualche concerto rock. Per raggiungerlo occorre percorrere la strada principale che attraversa tutta la città. Attorno, la maggior parte delle case non ha più proprietari, perché lì a vivere sono rimasti in pochi. O meglio, sono tornati in pochi.

Tante abitazioni non possiedono più i vetri o parti di edificio e in alcune strutture mancano le porte o le pareti. Sui muri ci sono ancora i segni che la guerra ha lasciato. Nella città ci si arriva dopo aver superato Potočari, a cinque chilometri da lì, dove è stato edificato un sacrario in memoria delle vittime dell’eccidio di Srebrenica. Il peggiore perpetrato in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Lì, come in diversi luoghi della Bosnia, mancano intere generazioni di uomini musulmani, che oggi avrebbero dai 40 anni in su. Sulle lapidi bianche, sono incisi i loro nomi, anche se non tutti i cadaveri sono stati recuperati.

Nel luglio del 1995, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, a Srebrenica, città musulmana in una regione bosniaca a maggioranza serba, hanno perso la vita più di 8mila uomini di fede islamica. La strage, una delle più efferate del Novecento, fu perpetrata dalle unità dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, guidate dal generale Ratko Mladić, con il supporto di un gruppo paramilitare che tutti conoscono con il nome di “Scorpioni”. Srebrenica era stata dichiarata dalle Nazioni Unite come zona protetta e, al momento del massacro, si trovava sotto la protezione di un contingente olandese dell’Onu.

Come gli altri conflitti nei Balcani degli anni Novanta, la guerra in Bosnia ed Erzegovina si sviluppò dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia, quando il Paese dichiarò l’indipendenza in seguito a un referendum. Il conflitto iniziò il 1° marzo 1992 e finì il 14 dicembre 1995, con la stipula dell’accordo di Dayton, che concluse ufficialmente le ostilità che coinvolgevano i tre principali gruppi etnici nazionali: i serbi, i croati e i bosniaci (a loro volta “divisi” in serbo-bosniaci e bosniaci musulmani, la maggioranza degli abitanti del Paese, che in tanti chiamano “bosniacchi”).

I serbo-bosniaci avevano boicottato il referendum e non appena fu proclamata l’indipendenza iniziarono una guerra contro il governo di Sarajevo, appoggiati dal presidente serbo Slobodan Milosevic, per ottenere l’annessione alla Serbia della loro regione. Il conflitto si rivelò brutale. Nei territori a maggioranza serba, le comunità musulmane (tutte di confessione sunnita) subirono gli attacchi delle milizie: interi villaggi vennero distrutti e le persone espulse dalle loro comunità. L’obiettivo era quello di “ripulire” le aree, creare luoghi dove vivessero soltanto serbi e rendere in questo modo più facile l’annessione a Belgrado.

Srebrenica, per anni, si trovò al centro di scontri feroci: passò dai serbi al piccolo esercito bosniaco diverse volte. I serbi avevano assediato la città cercando di costringere gli abitanti a una resa per fame, mentre attorno allontanavano la popolazione per prendersi i territori. Nel 1993 la situazione si fece ancora più complessa: poche risorse, pochi farmaci e niente acqua e cibo. Fu nel quarto punto della risoluzione 819 del 16 aprile 1993 che le Nazioni Unite decisero di incrementare la propria presenza nella città di Srebrenica e nelle zone limitrofe. Circa un mese dopo, il 6 maggio, con la risoluzione 824, l’Onu istituì come zone protette le città di Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać e Srebrenica. Per decisione dell’organizzazione internazionale, la cittadina divenne una “safe zone”: l’accordo prevedeva che sarebbe dovuta essere risparmiata (questo patto non fu però mai risepettato). Con la risoluzione 836 l’organizzazione internazionale dichiarò che gli aiuti umanitari e la cura delle zone protette avrebbero dovuto essere difese, utilizzando i soldati (olandesi) della forza di protezione dell’Onu.

La necessità di creare un’area protetta si concretizzò dopo un’imponente offensiva serba nel 1993, che obbligò le forze bosniache a una demilitarizzazione sotto il controllo delle Nazioni Unite. Le delimitazioni furono stabilite a tutela della popolazione civile bosniaca, praticamente tutta musulmana, obbligata a lasciare le proprie case e i territori occupati dall’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. L’anno orribile fu proprio il 1995.

Foto di Ivo Saglietti

Il 9 luglio di quell’anno, la zona protetta di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dalle truppe dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e dopo un’offensiva, durata qualche giorno, l’11 luglio i militari riuscirono a entrare nella città. Fu l’inizio della fine. La mattina seguente, il generale serbo bosniaco a capo dell’unità entrata nel villaggio si fece riprendere dal giornalista Zoran Petrović mentre “rassicurava” i cittadini di Srebrenica, assicurando loro che non gli sarebbe accaduto niente. Era Ratko Mladić, il “macellaio dei Balcani”.

Nel video, che oggi appare sgranato e traballante, Mladić, attorniato dai suoi miliziani, risponde alle domande dei civili con tono pacato. “Polako, polako”, ripete in continuazione riferendosi alle modalità di evacuazione della cittadina. In serbo-croato significa “Lentamente”. Gesticola nella sua tuta mimetica e, in una breve intervista, racconta come i suoi uomini avessero portato in città cibo, acqua e medicine per gli abitanti. Ed è probabilmente durante quelle riprese che i maschi, dai 12 ai 77 anni, venivano separati dalle famiglie e allontanati dalla vista di tutti. Ufficialmente, ai civili era stato detto che gli uomini in età militare dovevano essere interrogati perché sospettati di essere dei miliziani. La realtà era però un’altra.

Il disegno, sistematico, era in atto già dal giorno prima, quando gli uomini di Mladić avevano iniziato a radunare e a uccidere tutti i maschi che non fossero troppo anziani. In pochi giorni ne sparirono, letteralmente, migliaia. Fu proprio in quel pomeriggio che i caschi blu olandesi non opposero particolare resistenza alle truppe serbo-bosniache. In quelle ore, il comandante del contingente olandese permise, di fatto, a Mladić di occupare la città. Accadde in una specie di grand hotel con la facciata gialla, che oggi è invaso da piante cresciute al suo interno. Il generale si fece riprendere e, in un video di pochi secondi, annunciò ai concittadini serbi che l’enclave musulmana era stata presa.

“In questo 11 luglio 1995 siamo nella città di Srebrenica, facciamo dono di questa città al popolo serbo”, diceva. Nelle ore successive circa 25mila musulmani si radunarono vicino al complesso occupato dai caschi blu olandesi. E fu in quella circostanza che qualsiasi maschio cercasse di salire su uno dei camion veniva bloccato e portato in un edificio poco distante, denominato la “Casa Bianca”. L’eccidio si consumò proprio lì. Nessuna uccisione fu casuale: il massacro fu studiato nei particolari e la sparizione delle migliaia di musulmani doveva servire a interrompere la vita di nuove generazioni. I tribunali internazionali, in seguito, hanno parlato di uno sterminio “pianificato e coordinato ad alto livello”. I trecento che avevano trovato rifugio all’interno del capannone di Potocari, furono consegnati agli uomini di Mladić dagli stessi olandesi.

Li uccisero in meno di tre giorni e le esecuzioni si consumarono in maniera precisa. Gli uomini catturati venivano portati prima dentro ad alcuni edifici scolastici o in complessi abbandonati. I serbi legavano loro mani e piedi dietro la schiena, a volte bendati, e venivano tolte loro le scarpe per essere certi non scappassero. Dopo un periodo di attesa, che di solito durava poche ore, ogni prigioniero veniva fatto salire su dei camion per essere trasportato fuori dalle aree abitate. Nelle zone boschive venivano messi in fila e uccisi con un colpo alla testa. I corpi (anche questo parte di un disegno) venivano dispersi ovunque. Alcuni in fosse comuni, altri gettati in luoghi lontani e difficilmente raggiungibili.

Foto di Ivo Saglietti

Oggi sono ancora tante le donne e, più in generale le famiglie, che cercano i resti dei propri cari. Alcuni scavano ancora a mani nude nella speranza di trovare qualcosa. Un osso, un frammento, un arto che possa riportare a casa un figlio, un fratello o un marito. Gli psichiatri sostengono sia utile per iniziare a elaborare il lutto della perdita e un percorso di guarigione. Negli anni sono stati rintracciati più di 6mila resti umani e tante persone sono state identificate anche grazie ai test del Dna.

 

Nel 1995 Mladić venne accusato dal Tribunale Penale Internazionale per la Ex Jugoslavia di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Come capo militare con responsabilità di comando, fu accusato di essere il responsabile dell’assedio di Sarajevo, che durò quattro anni, dal 5 aprile del 1992 al 29 febbraio del 1996, e del massacro di Srebrenica. Nel luglio del 1996, lo stesso tribunale confermò ogni accusa, dichiarando di credere che avesse compiuto tutti i crimini a lui imputati ed emanò un mandato di cattura internazionale. Rimase libero per 16 anni e venne arrestato il 26 maggio del 2011, a Lazarevo, in Serbia.

Riuscirono a fermarlo grazie a una segnalazione anonima. Si faceva chiamare Milorad Komadić, ma i test del Dna permisero di comprendere subito chi fosse davvero. Il 31 maggio 2011 fu estradato all’Aja, dove venne processato nel centro di detenzione che ospita gli accusati del Tribunale penale internazionale per la Ex Jugoslavia. Il suo processo, iniziato nel 2012, è durato cinque anni. In quella circostanza vennero acquisiti 18 quaderni contenenti i suoi appunti riguardanti gli anni della guerra: da essi emerse chiaramente il suo odio nei confronti della comunità musulmana. Il 22 novembre 2017, dopo aver ascoltato oltre 500 testimoni ed esaminato 10mila elementi di prova, il Tribunale lo ha condannato all’ergastolo per il contributo e la partecipazione a quattro iniziative criminali organizzate volte alla persecuzione, stermino, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e inumano di popolazioni, attacco ai civili e presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite e il massacro di Srebrenica. Il Tribunale, però, lo ha assolto dall’accusa di genocidio per il complesso delle azioni criminali avvenute in Bosnia tra il 1991 e il 1995, in quanto non è mai stato provato che il genocidio fosse l’obiettivo delle azioni di guerra. Con lui venne condannato all’ergastolo anche l’allora presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, Radovan Karadžić.

Nel tempo è apparso molto controverso anche il ruolo dei caschi blu, colpevoli di aver consegnato alle truppe serbo-bosniache la minoranza che avrebbero dovuto tutelare. E a 24 anni dai fatti, la Corte suprema dell’Aja ha stabilito che l’Olanda ha una colpevolezza “ridotta”. Con questa decisione, i giudici hanno quindi ridimensionato la sentenza sul risarcimento che i Paesi Bassi sono tenuti a pagare alle famiglie di 350 uomini di fede islamica uccisi dopo che i peacekeeper dell’Onu sono stati attaccati dalle truppe serbo-bosniache. Nel 2017, il tribunale di prima istanza aveva dichiarato che le azioni dell’Olanda avevano significato per i civili perseguitati, una possibilità dal 30% inferiore di evitare le esecuzioni di massa e, di conseguenza, i Paesi Bassi si ritenevano responsabili per il 30% dei danni. Qualche giorno fa, la massima corte ha rimosso parte della colpevolezza allo stato, valutando che questa sia dimostrabile soltanto in lieve misura.

Foto di Ivo Saglietti

L’Olanda ha sì commesso un errore, a proposito della “consegna” dei 350 musulmani alle truppe di Mladić ma, comunque, il fatto di rimanere sotto la loro custodia non li avrebbe comunque salvati. I caschi blu, per difendersi, hanno sempre sostenuto che, rispetto ai serbo-bosniaci, erano in quantità numerica nettamente inferiore a quella delle truppe. E quindi insufficiente a difendere la popolazione civile. Per Amsterdam gli episodi di Srebrenica restano un evento molto doloroso e difficile da superare. Nel 2002, l’intero esecutivo si dimise dopo che emersero nuove informazioni sul ruolo dello stato nella guerra balcanica.