Le battaglie che hanno portato alla liberazione finale di Damasco

Fino al luglio 2012, Damasco è rimasta tutto sommato immune dalla guerra che iniziava ad infervorare nel resto della Siria. Soltanto in quel mese, i gruppi armati del cosiddetto Esercito siriano libero (Fsa) hanno iniziato ad imperversare nella capitale, dando il via all’operazione denominata “Vulcano”. Con questa azione, l’Fsa aveva come obiettivo quello di far definitivamente crollare il governo di Bashar al Assad: la bomba piazzata nel quartier generale della difesa siriana, che il 18 luglio 2012 ha ucciso i più alti vertici della sicurezza ed ha ferito lo stesso fratello del presidente, sembra far presagire l’epilogo a favore dei cosiddetti ribelli. Pur tuttavia, il 20 luglio l’esercito lealista è già impegnato nella controffensiva, riuscendo in pochi giorni a tenere lontano dal centro di Damasco i gruppi ribelli. Gli islamisti però rimarranno per anni in controllo di numerosi quartieri periferici.

Le “sacche” islamiste attorno al centro di Damasco sono progressivamente state riconquistate dall’esercito: Darayya, Barzeh, Qabun, Al Tall, sono soltanto alcuni dei nomi di quartieri e sobborghi damasceni rientrati nel controllo di Assad nel corso degli anni. All’inizio del 2018, due erano le zone in mano ai jihadisti: la Ghouta orientale ed i quartieri a sud del centro, tra cui spicca il campo profughi palestinese di Yarmouk.

Il 18 febbraio, l’esercito ha iniziato le operazioni contro gli islamisti presenti nella Ghouta orientale. L’obiettivo è stato subito quello di liberare queste regioni, sia nella loro parte rurale che in quella cittadina a ridosso del centro di Damasco. Le roccaforti jihadiste della Ghouta erano tre: Douma, dove operava l’Esercito dell’islam, Harasta e Jobar.

Le zone controllate dai ribelli nei pressi di Damasco all'inizio del 2018 (Syrialiveuamap)
Le zone controllate dai ribelli nei pressi di Damasco all’inizio del 2018 (Syrialiveuamap)

Nel giro di due settimane l’esercito siriano è riuscito a conquistare gran parte delle zone rurali della Ghouta, portandosi a ridosso dei tre sobborghi sopra citati. A fine marzo, la preoccupazione era quella di dover affrontare importanti battaglie urbane con gravi ripercussioni per la popolazione civile.

Dopo circa un mese di raid aerei su Harasta, Jobar e Douma, con la mediazione di Russia e Turchia si è arrivati ad attuare alcune tregue nelle aree cittadine della Ghouta orientale. Ciò ha consentito l’evacuazione di diversi civili, grazie ai corridoi aperti attorno ai fronti assediati. Ma sul piano politico, le trattative sono andate avanti anche per concludere accordi tra le parti in campo.

Con gli islamisti circondati e senza alcuna possibilità di rompere l’assedio, il governo di Assad ha potuto attuare la stessa strategia già vista in altre occasioni: dare cioè alle sigle ribelli la possibilità di abbandonare l’area e spostarsi ad Idlib. Non tutti i gruppi presenti nella Ghouta orientale hanno appoggiato questa possibilità, ma il 24 marzo un accordo è stato raggiunto per Harasta: questo sobborgo è il primo a vedere il rientro dopo sei anni delle truppe governative.

Dopo qualche giorno è stata la volta di Irbin e Jobar: i soldati fedeli ad Assad, una volta entrati in queste zone della periferia damascena, hanno via via scoperto una fitta rete di bunker e cunicoli che hanno permesso la sopravvivenza degli islamisti dal 2012 nonostante l’assedio. In caso di guerra urbana all’interno di questi centri, le perdite tra soldati e civili sarebbero state ingenti. Ad inizio aprile della grande sacca che minacciava Damasco, è rimasta fuori dal controllo governativo soltanto la cittadina di Douma.

Coi i suoi oltre 110mila abitanti, Douma è la città più grande della Ghouta: nel 2011, all’interno della grande area urbana di Damasco, è stata la prima ad accogliere numerose manifestazioni anti governative.

Proprio per questo motivo, a Douma hanno trovato rifugio molti miliziani islamisti che hanno poi avviato nel 2012 l’operazione Vulcano. Qui le sigle anti Assad sono riuscite a radicarsi sul territorio, costruendo diverse fortificazioni difensive ed una serie di cunicoli sotterranei capaci di penetrare anche in territori governativi. La peculiarità di Douma, rispetto alle altre aree urbane della Ghouta, consisteva però soprattutto nella sigla islamista predominante all’interno del suo centro urbano: come detto in precedenza, si trattava dell’Esercito dell’islam, inviso agli islamisti presenti ad Idlib.

Ecco il motivo per il quale è stato difficile convincere gli occupanti di Douma ad accettare le condizioni del governo. Alla fine, grazie alla mediazione della Turchia, gli islamisti di Douma sono stati trasferiti a nord di Aleppo e, in particolare, a Jarabulus. Già a metà aprile, ad evacuazione completata, Douma e l’intera Ghouta orientale sono tornate in mano all’esercito di Assad.

Ma, mentre erano già in corso le evacuazioni dalla città damascena, un evento ha rischiato di far precipitare la situazione: il 7 aprile, infatti, un raid aereo su Douma ha ucciso più di cento persone e ne ha ferite decine. Su alcuni siti collegati all’opposizione, è subito emersa la notizia secondo cui il raid è stato effettuato con armamenti chimici. Sulla rete vengono diffusi video di gente intossicata e con presunti sintomi collegati ad un bombardamento chimico. Da Damasco il governo ha subito smentito l’attacco chimico, mentre molte cancellerie occidentali hanno invece puntato il dito contro Assad.

Nella notte tra il 13 ed il 14 aprile, raid guidati dagli Stati Uniti e con la partecipazione di Francia e Gran Bretagna hanno colpito alcuni siti militari governativi in Siria: al termine dell’operazione, sia Trump che Macron hanno parlato di “linea rossa” oltrepassata da parte di Assad e di aver azzerato la possibilità di futuri attacchi chimici in Siria. L’evacuazione di Douma, nonostante questo episodio, è terminata comunque senza ulteriori problemi: la sacca del Ghouta orientale a metà aprile era già considerata definitivamente riconquistata.

A metà aprile dunque la situazione è la seguente: la capitale siriana è quasi interamente sotto il controllo governativo e anche nelle ex roccaforti della Ghouta orientale gli islamisti si sono arresi. Tra successi militari e trattative politiche, a Damasco lo spauracchio della guerra è oramai sempre più lontano. L’ultimo bastione jihadista si trova in alcune zone meridionali della città: si tratta, in particolare, del campo profughi palestinese di Yarmouk e del confinante distretto di Beit Sahm. Se quest’ultimo è in mano a ribelli islamisti in tregua con il governo, Yarmouk è invece controllato dall’Isis.

I miliziani del califfato hanno preso possesso del campo palestinese tra il 2014 ed il 2015, quando hanno scalzato altre sigle islamiste fino a quel momento presenti. Per mettere definitivamente in sicurezza Damasco, il governo doveva quindi eliminare gli ultimi bastioni islamisti. L’attacco a Yarmouk è partito il 20 aprile: raid e bombardamenti, uniti ad azioni di terra, hanno consentito di mettere sotto pressione da subito i miliziani dell’Isis.

A differenza degli altri gruppi, i seguaci di Al Baghdadi hanno da subito dato l’intenzione di voler resistere fino alla fine e di non accettare trasferimenti od altre condizioni. L’esercito siriano ha dovuto dunque utilizzare tutta la potenza di fuoco a sua disposizione, impegnandosi in una delicata battaglia casa per casa. Agli inizi del mese di maggio, l’esercito è riuscito a tagliare in due la sacca dell’Isis, sfruttando anche la definitiva resa degli islamisti presenti nella confinante Beit Sham.

Questo ha segnato il definitivo inizio della fine per l’ultimo avamposto islamista nella capitale: con la presenza dell’Isis ridotta a poche decine di edifici in possesso, gli ultimi miliziani del califfato hanno accettato il trasferimento nel deserto vicino Abu Kamal, lì dove esiste ciò che resta dei possedimenti dello Stato Islamico.

Completata l’evacuazione di Yarmouk, Damasco dopo sei anni di battaglia è stata dichiarata ufficialmente liberata dalla presenza dei terroristi nel pomeriggio del 21 maggio. Nel giro di poco più di un mese, l’esercito è riuscito a togliere le residue presenze jihadiste eredi dell’offensiva fallita con l’operazione Vulcano nel 2012.

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