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L’invasione sovietica dell’Afghanistan

Guerra /

Tra il 1979 ed il 1989 è avvenuto l’ultimo conflitto della Guerra fredda in un Paese che, da allora, non ha conosciuto pace: l’Afghanistan. L’Unione sovietica ha invaso quella che era, a tutti gli effetti, una sua nazione satellite per cercare di stabilizzare il governo locale alle prese coi prodromi di una guerra civile.

 

Dal punto di vista cronologico le radici del conflitto sovietico-afghano si possono far risalire al 1978, quando il governo di Mohamed Daoud Khan venne rovesciato da un golpe ordito dal Partito democratico popolare dell’Afghanistan (Pdpa) guidato da Nur Mohammad Taraki. Il partito, fondato nel 1965 e strutturato in modo simile al Pcus, nel 1967 si divise in due fazioni: la prima a maggioranza pashtun (chiamata Khalq, “popolo”) sotto Taraki, la seconda, a maggioranza persiana (chiamata Parcham, “bandiera”) con a capo Babrak Amal.

Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 Kabul fu teatro di rivolte studentesche tra i gruppi di sinistra e quelli islamisti: il movimento islamico trovò infatti terreno fertile proprio nel mondo universitario e nella classe media borghese in città. Nel 1973, approfittando dell’assenza del sovrano Zahir, Daoud, appoggiato dai militari e dai membri socialisti del Parlamento, organizzò un golpe che annullò la costituzione e portò alla nascita di un regime di stampo sovietico, in cui assunse la carica di primo ministro e presidente del Comitato centrale.

Questo fu il momento di massima vicinanza politica e diplomatica tra l’Urss e l’Afghanistan, anche se i primi rapporti in questo senso si possono far risalire al 1949, quando venne siglato un accordo economico che apriva la strada a finanziamenti da Mosca a Kabul. Successivamente, nel 1955, tra i due Paesi venne firmato un trattato di assistenza che prevedeva la fornitura di armamenti e consulenza per la formazione del personale: tra il 1955 ed il 1978 risulta, infatti, che più di 3700 ufficiali si trasferirono in Unione sovietica per frequentare corsi di formazione mentre altri 40mila li seguirono in patria tenuti da personale sovietico. In forza del trattato di assistenza, Mosca costruì due importanti (come vedremo a breve) basi aeree (quella di Bagram e quella di Kandahar) oltre a strade e gallerie. Curiosamente anche gli Stati Uniti, nello stesso periodo, si fecero carico della costruzione di infrastrutture in Afghanistan: la Ring Road, o HW1, è stata costruita, per circa metà dei sui 2200 chilometri, da imprese statunitensi.

Il golpe Taraki cercò di “sovietizzare” la società afghana, sopprimendone la struttura precedente a favore di una nuova entità socialista guidata dal partito, ma le misure progressiste, tra cui l’emancipazione femminile, cozzarono con una società semi-medievale basata sul rigido rispetto dei principi dell’islam determinando, in pochissimo tempo, la nascita di una resistenza armata che sfociò in una vera e propria guerra civile dove i leader religiosi proclamarono il jihad.

Le diserzioni nell’esercito afghano furono, da subito, pesantissime: si calcola che circa la metà degli effettivi passò ai ribelli.

Nel settembre del 1979 il primo ministro Hafizullah Amin rovesciò il governo, catturando e uccidendo Taraki. A questo punto il premier sovietico Leonid Breznev, si decise a intervenire direttamente per evitare il caos e la possibile intrusione statunitense in un Paese che era diventato satellite dell’Unione sovietica. Il 10 dicembre lo Stato maggiore dell’Armata Rossa fu incaricato di pianificare l’operazione di invasione con l’impiego di una divisione aviotrasportata e due motorizzate per, ufficialmente, “provvedere ad aiutare le popolazioni amiche afghane ristabilendo l’ordine politico e condizioni vantaggiose allo scopo di prevenire possibili azioni degli Stati confinanti contro l’Afghanistan”. Nasceva il nucleo della Lcafsu, Limited Contingent of Armed Forces of the Soviet Union, che, al suo massimo, poteva disporre di quattro divisioni, cinque brigate e tre reggimenti autonomi andanti a formare la 40esima armata forte di 120mila uomini.

La strategia sovietica prevedeva due fasi: la neutralizzazione del vertice politico-militare afghano e il controllo dei centri vitali del Paese.

L’invasione cominciò in sordina, ben prima dell’ingresso vero e proprio delle divisioni motorizzate sovietiche in territorio afghano.

Due battaglioni della 103esima e 104esima divisione, vennero schierati, con un ponte aereo, all’aeroporto di Bagram ufficialmente per “fornire protezione” a quell’importante scalo vicino a Kabul. Nel frattempo i consiglieri militari sovietici, già presenti nel Paese in un numero complessivo di 4mila, fecero in modo di bloccare i mezzi dell’esercito afghano nei depositi con la scusa di effettuare lavori di manutenzione. A capo dell’intera operazione venne posto il maresciallo Sergej Sokolov.

Al crepuscolo del 24 dicembre 1979 un battaglione motorizzato appartenente alla 108esima divisione attraversò il ponte sul fiume Amu Darya che divide l’Afghanistan dal Tagikistan al comando del colonnello Mironov. Era cominciata l’invasione che, in tre giorni, portò 50mila uomini a occupare tutti gli snodi nevralgici del Paese. I confini vennero attraversati dalla Quinta, 58esima, 108esima e 201esima divisione di fanteria motorizzata, mentre a Bagram giungeva in volo la 105esima divisione aerotrasportata e il 345esimo reggimento indipendente paracadutisti d’assalto.

Contemporaneamente elementi della 103esima divisione aviotrasportata delle Guardie comandati dal colonnello Rabchenko occuparono l’aeroporto di Kabul. Le avanguardie della 108esima divisione entrarono il 27 a Kunduz e alle 17 del 28 dicembre a Kabul.

Durante quella notte uomini del Kgb, coadiuvati da forze speciali (gli spetsnaz), fecero irruzione nella residenza presidenziale ed eliminarono Amin con l’operazione Storm 333. Parallelamente alle operazioni verso Kunduz e la capitale, la Quinta divisione motorizzata penetrò nel Paese dal confine nord-occidentale, occupando rapidamente e in successione Herat, Shindad, Farah e Kandahar.

Con questa enorme manovra a tenaglia in due sole settimane tutte le sedi governative, le infrastrutture strategiche e le più importanti città afghane passarono sotto controllo dell’Armata Rossa. L’invasione era terminata ed era stata un clamoroso successo.

  • Dal dicembre del 1979 sino a febbraio del 1980 le forze sovietiche furono impegnate nel garantire la sicurezza delle linee di rifornimento e delle installazioni militari in Afghanistan. Risulta che più del 35% delle forze disponibili vennero impiegate per questo scopo. Le vitali linee di comunicazione vennero attaccate quasi da subito dagli insorti, rappresentando il vero tallone d’Achille della strategia sovietica: l’Armata Rossa era sostanzialmente impreparata e non possedeva un adeguato addestramento per condurre una guerra di contro insurrezione essendo stata formata per la guerra convenzionale nel teatro europeo o cinese, dove si prevedevano manovre di grosse formazioni corazzate e motorizzate in un ambiente radicalmente diverso da quello afghano. Proprio l’ambiente giocò, per tutta la durata del conflitto, un fattore critico fondamentale che minò la capacità operativa del Lcafsu: le condizioni climatiche proibitive e il fronte di alta montagna annullavano la mobilità delle truppe sovietiche, imperniate nei reparti corazzati e motocorazzati pesanti.
  • Durante la seconda fase del conflitto, che va da marzo del 1980 sino ad aprile del 1985, l’Armata Rossa cominciò l’iniziativa bellica vera e propria lanciando le prime operazioni su vasta scala condotte dalle forze sovietiche coadiuvate, in misura ridotta, da quelle afghane. La 40esima armata venne rinforzata dalla 201esima divisione motorizzata e da due reggimenti di fanteria motorizzata autonomi. In questo periodo la consistenza del contingente raggiunse gli 81mila uomini. Inizialmente la resistenza afghana, i mujaheddin, subì perdite notevoli per via della decisione di accettare il confronto in campo aperto: questo provocò il decentramento delle loro basi operative e logistiche, passate sulle montagne afghane, e l’adozione di una tattica di guerriglia “mordi e fuggi” mirante sostanzialmente a colpire le lunghe linee di rifornimento sovietiche. Questa scelta riportò sostanzialmente il conflitto in parità. In questi anni l’Armata Rossa fu costretta a mettere in atto diverse offensive per cercare di colpire i “santuari” dei mujaheddin, abbandonando le postura difensiva. I limiti e le difficoltà incontrati, già accennati, portarono a un aumento delle perdite che convinse lo Stato maggiore sovietico a sperimentare nuove tattiche di combattimento e di operazioni search and destroy, rivendendo quindi profondamente i concetti di pianificazione operativa. Le ridotte disponibilità di forze per azioni di combattimento, le difficoltà di manovra causate dal terreno impervio, ed un nemico perennemente sfuggente furono gli elementi che abbassarono il livello di pianificazione sino al livello di battaglione, utilizzabile in modo più flessibile anche grazie all’intenso impiego di elicotteri. La guerra, com’era logico, divenne sempre più aspra e le forze sovietiche, nel tentativo di eliminare la resistenza cercando di minarne il sostegno popolare, fecero uso indiscriminato della violenza verso la popolazione inerme, distruggendo interi villaggi, minando i terreni, e provocando così un vero e proprio esodo di profughi e di nuovi militanti per i mujhaeddin: si calcola che alla fine della seconda fase ci fossero circa 5 milioni di ribelli in armi a causa della spietata condotta sovietica della guerra. Nei primi mesi del 1985, quindi, lo Stato maggiore di Mosca comprese che la situazione non poteva essere risolta esclusivamente con la forza militare, ma erano necessario mettere in pratica politiche e iniziative in campo sociale, economico e propagandistico. Si abbandonarono così le operazioni su vasta scala per cercare di stanare i mujaheddin, che avevano spostato i loro santuari nel vicino Pakistan, per concentrarsi in altre di minor portata ma in punti nevralgici, senza però abbandonare la difesa dei convogli di rifornimento, sempre più bersagliati dalla resistenza. Si vennero così a creare delle unità miste russo-afghane deputate agli “affari civili” per cercare di stabilire politiche di intesa coi capi villaggi, ma a causa della scarsità dei finanziamenti e soprattutto per la credibilità ormai persa a causa delle violenze precedenti, il progetto non ebbe successo.

  • Nella terza fase del conflitto, tra il maggio 1985 e l’aprile 1986, la 40esima Armata raggiunse il suo massimo di effettivi facendo anche segnare l’impiego di 6mila tra carri medi, e veicolo Bmp e Btr oltre ad un supporto aereo garantito da 4 reggimenti d’aviazione e tre di elicotteri. Nonostante l’escalation di uomini e mezzi, questo periodo fa segnare la vera e propria inversione di tendenza politica della gestione del conflitto. L’avvento di Michail Gorbacev al Cremlino porta con sé la volontà di disimpegno dall’Afghanistan che permette al governo di Kabul di cominciare l’avvicinamento ai leader religiosi e politici dei mujaheddin, nonché un effimero rafforzamento del proprio esercito. Quell’anno, comunque, viene ricordato come il più sanguinoso del conflitto con la resistenza che intensifica gli attacchi nelle zone di Loghar, Kandahar e Paktia costringendo la 40esima Armata a a condurre una serie di operazioni di alleggerimento in collaborazione con le forze regolari afghane, che dimostrarono, una volta di più, la propria incapacità ad agire in modo indipendente, costringendo così le forze sovietiche a intervenire per “tappare i buchi” durante i più aspri combattimenti. A ottobre del 1985 il Segretario Generale del Pcus Gorbacev, consapevole dell’impossibilità di ottenere la vittoria, decide per la progressiva “afghanizzazione” del conflitto in vista del definitivo ritiro sovietico. Qualcosa che era stato già visto più di un decennio prima in un altro conflitto, quello del Vietnam.
  • La quarta e ultima fase, da maggio 1986 a febbraio 1989, si apre col ritiro del primo contingente sovietico composto da 15mila uomini. A partire dal 1986 i mujaheddin vedono il più grande contributo alla loro causa da parte dell’occidente (ma anche della Cina e dell’Iran), che, via Pakistan, ha fatto arrivare armi e munizioni: in quell’anno, infatti, si vedono i Manpads (Man-portable air-defense systems) di fabbricazione statunitense “Stinger”, capaci di colpire velivoli al di sotto dei 6mila metri di quota, che costringono i sovietici a cambiare le loro tattiche di impiego dell’aviazione e degli elicotteri. Il 1986, però, è anche l’anno del primo atto di riconciliazione interna, resosi possibile proprio grazie al ritiro delle prime truppe sovietiche: a Ginevra si tengono trattative tra il governo afghano, l’Urss, gli Usa e il Pakistan per cercare un accordo di pace. Trattative che si concludono il 14 aprile 1988. A partire dal gennaio 1987 le forze sovietiche ridussero sensibilmente le proprie attività operative limitandole a reazioni agli attacchi dei mujaheddin, fatta esclusione per l’ultima grande inutile operazione: Magistral, effettuata tra la fine di novembre 1987 e i primi di gennaio 1988 nella provincia di Paktia con l’impiego di 5 divisioni allo scopo di liberare la strada per Gardez e la cittadina di Khost. Il 7 aprile 1988, Mosca diede l’ordine definitivo di ripiegamento, da effettuarsi in due fasi: la prima, che iniziò il 15 maggio 1988 e terminò il 16 agosto, vide il rientro di 50mila uomini dalle dieci basi principali sovietiche in Afghanistan, la seconda, che iniziò a novembre 1988, per il ritiro finale.

 

Il ritiro fu completato in pochi mesi ma non senza un ultimo, quanto insensato, colpo di coda: a gennaio del 1989 al comandante sovietico, generale Boris Gromov, fu ordinato di attaccare l’indomita valle del Panjshir dove erano presenti i guerriglieri del comandante Ahmad Shah Massoud, in risposta ad azioni di disturbo condotte da quest’ultimo ma soprattutto come gesto politico verso Mohammad Najibullah, preoccupato per la sorte del suo governo dopo la dipartita dei sovietici. L’operazione “Tifone” ebbe inizio il 23 gennaio 1989 nei pressi del famoso tunnel di Salang: più di un migliaio di raid aerei e circa 400 interventi di artiglieria a lunga gittata andarono a colpire la valle del Panjshir per tre giorni, uccidendo circa 600 mujaheddin. Il 4 febbraio di quell’anno l’ultimo reparto sovietico lasciò Kabul e il 15 dello stesso mese, il generale Gromov, ultimo comandante della 40esima Armata, attraversò a piedi il “ponte dell’amicizia” sull’Amu Darya accompagnato da suo figlio.

La guerra in Afghanistan era terminata. L’Unione Sovietica perse, ufficialmente, 13833 uomini su un totale di 525mila passati in quel conflitto, ma i numeri sono, molto probabilmente più alti (si parla di 26mila). Dal punto di vista degli equipaggiamenti andarono perduti 118 aerei, 333 elicotteri, 147 carri armati, 1314 tra Bmp, Btr e Brdm, 433 pezzi di artiglieria e mortai, 510 veicoli del genio a 11369 autocarri. Da parte afghana si calcolano circa un milione di morti e cinque milioni di sfollati in Pakistan e Iran. I russi però non lasciarono del tutto l’Afghanistan: numerosi consiglieri militari restarono col compito di continuare a visionare, controllare e implementare l’attività del governo di Kabul, che resistette sino a poco dopo il collasso dell’Unione sovietica nel 1991.