La strage di Ustica

Con l’espressione strage di Ustica si indica la tragedia relativa all’aereo della compagnia Itavia, decollato da Bologna alle ore 20:08 del 27 giugno 1980 e diretto all’aeroporto Punta Raisi di Palermo. Il mezzo è sparito dai radar alle 20:59, facendo perdere ogni traccia mentre avrebbe dovuto iniziare la discesa verso lo scalo siciliano. In quel momento l’aereo si trovava a circa 110 chilometri a nord di Ustica: a distanza di 40 anni, non è ancora emersa una chiara verità giudiziaria sul perché tutte le 81 persone a bordo non sono mai arrivate a destinazione e hanno perso la vita nel mar Tirreno.

All’aeroporto di Palermo quella sera del 27 giugno faceva caldo. Questo rendeva l’attesa di molti tra parenti ed amici che erano andati a prendere alcuni passeggeri attesi da Bologna ancora più snervante. Era però, almeno in apparenza, una sera come tante altre, una di quelle di inizio del nuovo decennio dove l’Italia poteva essere rappresentata in modo emblematico da quei parenti in attesa dei passeggeri. Il nostro era infatti un Paese inquieto, insofferente agli ultimi fatti degli ultimi anni contraddistinti da austerità, scontri politici e da un terrorismo sia rosso che nero che ancora non mollava la presa. Quell’anno bisestile poi, appariva realmente disgraziato: partito con l’omicidio, proprio a Palermo, di Piersanti Mattarella, si è poi proseguito con altri eventi luttuosi, non ultimo l’uccisione di Walter Tobagi. Ed anche nella sua seconda parte il 1980 non riserverà sorprese positive all’Italia, costretta a subire la strage di Bologna del 2 agosto ed il terremoto dell’Irpinia a novembre. In mezzo, quella data del 27 giugno dove a Punta Raisi si aspettava l’arrivo dell’Itavia dal capoluogo emiliano.

Era un volo di linea, come centinaia in tutto quel giorno nei cieli d’Italia. L’aereo era un Dc9, la sigla di registrazione era I-Tigi. Partito da Bologna alle 20:08, doveva giungere a Palermo alle 21:13. Chi affollava la sala d’aspetto di Punta Raisi non si immaginava che quel primo ritardo riscontrato nel tabellone degli avvisi nascondeva una verità più macabra. Forse si iniziava a pensare all’ennesimo disservizio, all’ennesima serata in cui nonostante il gran caldo si è costretti ancora ad aspettare. In realtà in quel momento nelle torri di controllo di tutta Italia era scattata un’allerta: qualcosa non quadrava, perché del Dc 9 non c’era alcuna traccia.

Il velivolo, dopo essere decollato dall’aeroporto di Bologna, si è immesso nell’aerovia “Ambra 14”, la quale indica la rotta che dal capoluogo emiliano scende verso sud e che dopo Firenze diventa “Ambra 13”,con quest’ultima che traccia quindi la rotta verso il Tirreno e verso Palermo. Tutto sembrava procedere in modo regolare. Alle 20:26 però, il radar di Roma Ciampino ed un altro situato nei pressi di Ferrara, hanno chiesto al Dc 9 di identificarsi. Circostanza strana, così come strano che il segnale in quel momento risultasse confuso. Il numero del transponder verrà identificato poi pochi minuti più tardi. Alle 20:44 c’è una comunicazione tra il pilota del Dc9 e la torre di controllo di Ciampino, in cui ad essere segnalato è il malfunzionamento dei radiofari i quali risulterebbero tutti spenti da Firenze in poi. Alle 20:56 l’aereo è a 43 miglia nautiche dall’isola di Ponza, dunque al limite del radar di Ciampino da cui arriva l’autorizzazione a prendere contatto con Palermo per iniziare la discesa. L’ultimo contatto con Ciampino è avvenuto alle 20:59. Esattamente cinque minuti più tardi il Dc 9 viene chiamato per l’autorizzazione alla discesa verso Punta Raisi. Tuttavia dall’interno del velivolo nessuno ha risposto. Da questo momento in poi, il buio della notte e della storia inghiottiranno le vite delle 81 persone a bordo.

Infografica di Alberto Bellotto

Intanto all’aeroporto di Palermo si continuava ad aspettare. Chi fumava, chi provava a chiamare a casa dalle cabine telefoniche, chi passeggiava nervosamente. Alle 22:00 dell’aereo nessuna notizia. Oramai era evidente che non si trattava del solito ritardo. Qualcosa di grave era accaduto. A Ciampino, dopo le prime mancate risposte, si cercava di capire come mai il Dc 9 non dava segni di vita. La torre di controllo ha segnalato questa situazione a due voli dell’Air Malta che transitavano nei pressi di Ambra 13, chiedendo di provare a mettersi in contatto con il volo di Itavia. Ma anche in questo caso ogni tentativo è risultato vano. Alle 21:25 sono ufficialmente scattate le operazioni di ricerca: ad essere allertato è il comando del soccorso aereo di Martina Franca, il quale ha allertato il quindicesimo stormo di Ciampino da cui sono decollati gli elicotteri Sikorsky HH-3F del soccorso aereo. Il primo di questi mezzi ha raggiunto l’area compresa tra Ponza ed Ustica alle 21:55. Nessuna traccia dell’aereo, il quale alle 22:00 è ufficialmente dato per disperso. Sono così iniziate le perlustrazioni in piena notte, mentre a Punta Raisi l’angoscia ha già preso il sopravvento e tutta Italia è rimasta scossa dalla notizia di un aereo che non si trova.

Uno degli elicotteri impegnati nella missione di soccorso ha osservato alcuni rottami affiorare poco prima delle 6:00 del 28 giugno: le prime luci dell’alba hanno permesso l’individuazione di alcuni resti dell’aereo a 110 chilometri a nord di Ustica. Un aereo dell’aeronautica ha invece avvistato una chiazza di cherosene sempre nel punto dove sono affiorati i primi rottami. Il Dc 9 è stato quindi localizzato e da questo momento in poi sono iniziate le operazioni di ricerca. L’areo non era più disperso, bensì considerato precipitato con tutte le persone a bordo decedute. Per cinque giorni le navi hanno fatto la spola con Palermo per portare a terra detriti e rottami. Si è cercato anche di dare degna sepoltura a tutti i corpi, ma delle 81 vittime solo in 39 sono state alla fine recuperate.

Alle ore 12:10 del 28 giugno, quando nelle redazioni ci si preparava ai primi telegiornali incentrati sulla strage aerea a largo di Ustica, al Corriere della Sera è arrivata una telefonata. Chi parla dice di farlo a nome dei Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari. Si tratta del gruppo terroristico di estrema destra, attivo in quegli anni e la cui sigla uscirà fuori nuovamente poco più tardi, in occasione della strage di Bologna del 2 agosto. Il fantomatico rappresentante dei Nar che ha chiamato il Corriere, ha rivendicato a nome del gruppo l’incidente di Ustica. Secondo questa ricostruzione, un membro dei Nar a bordo avrebbe piazzato una bomba in corrispondenza di uno dei bagni dell’aereo. Nella telefonata è stato anche spiegato che il membro a bordo era un certo Marco Affatigato, il quale sarebbe salito nel Dc 9 sotto falso nome. In realtà Affatigato in quel momento è latitante in Francia, il giorno successivo la chiamata viene dato per vivo e dunque la rivendicazione del 28 giugno è stata considerata falsa. Così come è stata scartata in generale l’ipotesi di una bomba a bordo: le perizie fatte nelle settimane seguenti la tragedia, hanno mostrato come lavandino e water fossero intatti. Non si è quindi verificata alcuna esplosione all’interno dell’aereo.

Cosa ha quindi provocato l’incidente? Come mai l’aereo si è inabissato nel Tirreno? Sono domande che un’Italia attonita ha iniziato a porsi in quei giorni ed in gran parte continua a farsi a distanza di 40 anni. L’ipotesi di un cedimento strutturale è stata scartata già nel mese di dicembre del 1980 dalla commissione, incaricata dall’allora ministro dei trasporti Rino Formica, guidata da Carlo Luzzatti. Secondo quest’ultimo, non ci sono dubbi sul fatto che l’aereo sia caduto in quanto coinvolto in un’esplosione e non invece perché raggiunto da guasti o malfunzionamenti. Ma se all’interno non si è verificata alcuna esplosione e non ci sono stati problemi strutturali, allora per esclusione si è iniziato a pensare che la deflagrazione possa essere stata indotta dall’esterno. E dunque da un missile piombato sul Dc 9 mentre si trovava tra Ponza ed Ustica.

Ma chi avrebbe potuto lanciare un missile contro un aereo civile sui cieli italiani? E perché? Questo significherebbe un vero e proprio atto di guerra prodotto in tempo di pace. Una definizione data del resto dall’istruttoria Priore, depositata nel 1999 con la quale l’ipotesi di un missile viene data come la più plausibile: “Il DC-9 è stato abbattuto – si legge nel documento – è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti”. L’inchiesta avviata a Roma 19 anni prima, nonostante queste gravi conclusioni, si è conclusa con il “non luogo a procedere” in quanto non si conoscono gli autori del reato. Dunque, sui cieli italiani si sarebbe combattuta una vera battaglia, con il Dc 9 dell’Itavia sfortunato protagonista. Che qualcosa non andava da questo punto di vista, lo si è potuto comprendere anche grazie alle segnalazioni di allarme generale lanciati da due piloti in volo alle 20:24. Si trattava, in particolare, degli ufficiali Mario Naldini ed Ivo Nutarelli. I due, in servizio all’aeroporto di Grosseto, si trovavano a bordo di un F-104 dell’aeronautica il quale era non lontano dal Dc 9 poco prima delle 20:30. Più di una volta i due, anche dopo le 20:24, hanno lanciato segnali di allerta aerea e di emergenza generale. Segnali di cui le torri di controllo erano a conoscenza, ma non comunicati al Dc 9. Non è mai stato spiegato però, né dall’aeronautica italiana e né dalla Nato, il motivo di quelle allerte. Naldini e Nutarelli moriranno nell’agosto del 1988 a causa di un incidente aereo nel corso di una manifestazione nella base di Ramstein.

Il 18 luglio del 1980, dunque poco più di tre settimane dopo la tragedia di Ustica, un Mig di fabbricazione sovietica è stato ritrovato in Calabria e, per la precisione, all’interno del comune di Castelsilano. Si trattava di un velivolo militare in dotazione all’aviazione libica. Poco distante dai rottami è stato rinvenuto anche il cadavere del pilota, identificato con il nome di Ezzedin Fadah El Khalil. Questo ritrovamento ha da subito suscitato le ipotesi di un coinvolgimento del mezzo nella strage del 27 giugno. C’è chi infatti ha fatto risalire questo incidente a fine giugno, dunque nelle ore della tragedia del Dc 9. A suffragare questa ipotesi anche le testimonianze del caporale Filippo Di Benedetto e dei suoi commilitoni del battaglione “Sila”, del 67esimo battaglione Bersaglieri “Persano” e del 244esimo battaglione fanteria “Cosenza”, che hanno dichiarato di aver effettuato servizi di sorveglianza al MiG-23 non a luglio, ma a fine giugno 1980.

Cosa ci faceva un Mig libico sui cieli italiani tra giugno e luglio? Nel 1990 il giudice istruttore e la commissione incaricata di indagare sulla strage sono entrati in possesso delle registrazioni del radar dall’aeroporto di Grosseto. In esse sono stati individuati quattro caccia: due volavano verso nord non lontano dal punto in cui si trovava il Dc 9 dell’Itavia, altri due invece provenivano dalla Corsica e dopo aver raggiunto la zona del disastro hanno invertito la rotta. Secondo una ricostruzione apparsa su Rinascita, i due mezzi provenienti dalla Corsica erano francesi, i due verso nord invece libici. E tutto verrebbe ricondotto ad un complotto anti Gheddafi: un aereo con a bordo il rais diretto da Tripoli a Varsavia stava volando in zona il 27 giugno 1980, un caccia guidato da un mercenario doveva abbatterlo. Informato dai servizi italiani, Gheddafi sarebbe tornato indietro dando l’ordine al suo caccia di scorta di individuare e neutralizzare il mezzo con il mercenario a bordo. I francesi avrebbero dovuto dare manforte al caccia guidato dal mercenario, ma sarebbero arrivati sul posto quando un missile aveva già erroneamente colpito il Dc 9. Tuttavia questa ricostruzione non è mai stata confermata: non c’è certezza che il Mig ritrovato sulla Sila fosse quello di scorta a Gheddafi. Dal canto loro, i libici nel 1989 hanno invece accusato gli Usa di complotto contro Gheddafi in relazione alla strage di Ustica, istituendo un’apposita commissione.

All’epoca dei fatti presidente del consiglio dei ministri era Francesco Cossiga. A distanza di quasi 27 anni dall’accaduto, in un’intervista rilasciata nel febbraio del 2007 l’ex capo del governo ha dichiarato che dietro i fatti di Ustica vi è il coinvolgimento dei francesi. In particolare, Cossiga ha riferito che a colpire il Dc 9 dell’Itavia sarebbe stato un missile “a risonanza e non a impatto, lanciato da un velivolo dell’Aéronavale decollato dalla portaerei Clemenceau“.

Inoltre, Cossiga ha specificato che poco dopo il fatto gli 007 italiani hanno informato sia lui che Giuliano Amato, in quel momento sottosegretario alla presidenza del consiglio, delle vere responsabilità. Secondo l’ex capo dell’esecutivo l’aereo di Gheddafi transitava sui cieli di Ustica proprio durante il passaggio del volo Bologna – Palermo. I francesi avrebbero voluto eliminare il rais, sparando quindi un missile contro il mezzo in cui a bordo si trovava il leader libico. Tale aereo però, si sarebbe trovato immediatamente dietro il Dc 9 e l’ordigno è andato erroneamente contro il mezzo civile. Nella sua intervista, che ha comportato l’apertura di nuove indagini, Cossiga ha anche aggiunto che il pilota francese protagonista del fatto si sarebbe suicidato una volta tornato alla base.

Come detto in precedenza, una prima istruttoria è stata chiusa nel 1999. Il giudice Priore ha confermato il grave quadro in cui è maturata la strage, parlando di atto di vera e propria guerra in tempo di pace. Non si è però potuto continuare il procedimento, in questo è stato impossibile individuare gli autori del reato: “L’inchiesta – si legge nell’istruttoria firmata da Priore – è stata ostacolata da reticenze e false testimonianze, sia nell’ambito dell’aeronautica militare italiana sia della Nato, le quali hanno avuto l’effetto di inquinare o nascondere informazioni su quanto accaduto”.

Ed infatti un altro procedimento è stato promosso a partire dal 2000 sui depistaggi. Il 30 aprile 2004, la corte d’assise ha assolto dall’imputazione di alto tradimento i generali Corrado Melillo e Zeno Tascio “per non aver commesso il fatto”. Al contrario, i generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri sono stati ritenuti colpevoli ma il reato era già caduto in prescrizione. La corte d’appello ha confermato le assoluzioni per i generali Melillo e Tascio. Sentenza in linea con quella della Cassazione, la quale il 10 gennaio del 2007 ha assolto con formula piena anche Bartolucci e Ferri.

Sulla strage di Ustica è stato avviato anche un procedimento civile per il riconoscimento di eventuali risarcimenti ai parenti delle vittime. Il 10 settembre 2011, il giudice civile Paola Proto Pisani ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di oltre 100 milioni di euro in favore di 42 familiari delle vittime. Questo perché, secondo la tesi del tribunale, i ministeri in questione non hanno sufficientemente vigilato sui cieli di Ustica non garantendo quindi la sicurezza del Dc9. Inoltre, è stata confermata l’ipotesi secondo cui la strage è frutto di un’azione di guerra perpetuata in territorio italiano.

Il 10 gennaio 2013 la Cassazione ha confermato le condanne, facendo propria la tesi dell’abbattimento dell’aereo per mezzo di un missile sparato da un mezzo militare straniero. Un’ipotesi che si è avvicinata molto a quanto dichiarato da Cossiga nel febbraio 2007.

Undici delle vittime del 27 giugno 1980 erano minorenni. Molti erano giovani, con una vita ancora davanti. A ricordare quella strage è un museo inaugurato a Bologna nel 2006, dove è stata trasferita la carcassa del Dc9 precipitato tramite i pezzi recuperati nel corso degli anni dal tratto di mare a 110 km a nord di Ustica.

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