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La missione italiana in Afghanistan

Guerra /

Raccontare la storia dell’intervento militare italiano in Afghanistan non significa solamente elencare una serie di azioni militari spalmate su un arco temporale di quasi venti anni, ma un percorso di maturazione umana e professionale delle nostre Forze Armate, e in particolare dell’Esercito, che ha riguardato quasi due generazioni diverse di soldati. Partiamo, per una volta, dalla fine, o meglio con una considerazione determinata dalla fine di quella lunga serie di eventi che formalmente vengono ascritti a due missioni militari diverse: International Security Assistance Force (Isaf) e Resolute Support (Rs).

Gli uomini e donne delle nostre Ffaa, dal conflitto in Afghanistan, hanno acquisito un prezioso bagaglio di esperienza in un contesto operativo che ha rappresentato una sfida estrema anche per eserciti più “blasonati”. La natura stessa di quella guerra, definita asimmetrica in quanto si avevano davanti miliziani armati in modo eterogeneo e altrettanto differentemente organizzati a livello tattico rispetto alle dottrine militari più convenzionali, ha permesso ai nostri soldati di imparare sul campo e affinare le modalità del contrasto alle attività insurrezionali e terroristiche, con un approccio professionale, ma soprattutto umano, mai visto prima: i militari italiani sono maturati sotto ogni profilo riuscendo a essere maggiormente consapevoli dei rischi in combattimento, quindi essendo in grado di reagire con maggiore “freddezza” agli attacchi, e riuscendo a mettere a punto un’efficace capacità di superarli. Da al-Nasiriyah a Farah il salto è stato davvero epocale sotto questo punto di vista.


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Le nostre Forze Armate sono uscite a testa alta da quella guerra, nonostante, col senno del poi, si possa considerare come “sempre stata persa”: hanno fatto quello che è stato loro chiesto dall’Alleanza con un numero limitato di mezzi e uomini rispetto ad altre nazioni (ad esempio Stati Uniti e Regno Unito), e si sono guadagnate il rispetto e la stima degli altri membri della coalizione, nonché la riconoscenza degli afghani. Soprattutto, ancora una volta, hanno dimostrato la capacità – unica – degli italiani con le stellette di approfondire il contesto culturale, religioso e sociale in cui hanno operato (se pur tra mille difficoltà) sia per conquistare “i cuori e le menti” della popolazione locale, sia per limitare al massimo i “danni collaterali”, in uno sforzo militare ed etico che non ha eguali rispetto a quello dei contingenti di altre nazioni intervenute in quel conflitto.

L’Italia, intesa come sistema politico, forse non è stata all’altezza del sacrificio e dell’impegno dei suoi soldati: gli ultimi mesi della nostra presenza in Afghanistan – soprattutto le ultime convulse settimane – sono e saranno una macchia indelebile nella coscienza politica italiana. Si poteva fare di più, si doveva fare di più e avremmo avuto il tempo per farlo.

Dopo l’attacco combinato alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono a Washington, gli Stati Uniti mettono in atto l’operazione Enduring Freedom (6/7 ottobre 2001) e in poco tempo il regime dei talebani si sgretola. Il 20 dicembre del 2001, per garantire il peacekeeping in Afghansitan, nasce Isaf, un contingente internazionale a guida Onu che ha il mandato di supportare le istituzioni locali e realizzare le condizioni per la nascita di un governo stabile. Isaf è un meccanismo parallelo a Enduring Freedom. Vi hanno partecipato 46 nazioni, ed il suo contingente primario, formato da 5mila uomini (una brigata multinazionale), doveva garantire la sicurezza di Kabul.

Questa forza di intervento internazionale aveva il compito di garantire un ambiente sicuro a tutela dell’autorità provvisoria afghana insediatasi a Kabul il 22 dicembre 2001 a seguito della Risoluzione numero 1386 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Iniziata come missione multinazionale, dall’11 agosto 2003 il contingente è stato a guida NATO. 
In tale quadro, pur mantenendo le responsabilità assunte nell’area della capitale Kabul, l’Italia ha preso la responsabilità di uno dei cinque settori regionali, il Regional Command West (con centro ad Herat), in cui l’Afghanistan è stato suddiviso.

L’Italia ha fornito, sin dal 2002, un contributo di assoluto rilievo a Isaf, detenendone anche il comando tra il 2005 e il 2006. Italiani sono stati anche i comandanti della regione di Kabul in due occasioni (2006 e 2008). La Task Force Nibbio, formalmente istituita a gennaio del 2003, ha contribuito alla missione, al suo culmine, con circa 4200 unità, facendo risultare quinti l’Italia il quinto fornitore di truppe in assoluto.

Il contributo italiano era suddiviso tra Kabul e la regione occidentale, nelle province di Herat e Farah. Il grosso delle nostre truppe è stato sempre dislocato nel RC West: una regione grande quanto il Nord Italia estesa sulle province di Herat, Farah, Badghis e Ghowr. Il nostro Paese ha gestito il Provincial Reconstruction Team (PRT) di Herat fornendo un contributo sostanziale ad altri distaccamenti operativi quali la Forward Support Base (FSB) di Herat e la Forward Operating Base (FOB) nel distretto di Bala Murghab.

l’Italia, a partire dal 4 agosto 2005 e per nove mesi, ha avuto la leadership dell’Isaf VIII, schierando in Afghanistan il comando NRDC-ITA (Nato Rapid Deployable Corps-Italy) al comando del generale di corpo d’armata Mauro Del vecchio.

Il 25 marzo 2014, il Prt di Herat, a componente civile e militare (Cimic) del contingente italiano, ha concluso ufficialmente il suo mandato. Il suo compito è stato quello di supportare la governance e di sostenere il processo di ricostruzione e sviluppo, e in 9 anni ha realizzato 1288 progetti, incentivando l’occupazione locale (i progetti sono stati materialmente realizzati da ditte afgane), lo sviluppo economico dell’area e la fiducia verso le istituzioni politiche locali. In particolare sono stati costruiti un ospedale pediatrico, un carcere femminile, un orfanotrofio, ristrutturato il centro grandi ustioni, un ospedale per tossicodipendenti, un centro di medicina legale, 44 poliambulatori, 104 scuole, 60 chilometri di rete idrica, 16 di fognature, 800 pozzi, tre ponti, 130 chilometri di strade, 34 infrastrutture militari, 17 edifici pubblici e due centri di aggregazione per sole donne, con un investimento complessivo di 46,5 milioni di euro stanziati dal Ministero della Difesa. Il nostro Paese ha anche fornito personale e mezzi aggiuntivi durante il periodo elettorale: nella regione ovest è stato schierato un battaglione di manovra in più insieme a due aerei da trasporto e tre elicotteri, sempre da trasporto, per un totale di 500 uomini.

Il nostro ruolo, come quello di tutti i Paesi facenti parte di Isaf, era principalmente di assistenza e formazione delle forze di sicurezza afghane nonché di contrasto all’attività degli “insurgents”.

L’impegno italiano per l’addestramento dell’ANA (Afghan National Army) era articolato su 7 OMLT (Operational Mentor and Liaison Team) attivi tra Herat e Farah.

Parallelamente i nostri militari sono stati impegnati anche nella ricostruzione della Polizia nazionale afghana tramite operatori messi a disposizione dall’Arma dei Carabinieri e dalla Guardia di Finanza, nel quadro della EU Police Mission in Afghanistan (EUPOL) impegnati tra Kabul ed Herat. A titolo d’esempio riportiamo che la Carabinieri Training Unit Afghanistan (Ctu-A), che operava nella base Usa di Adraskan (provincia di Herat) dal novembre 2008, compiva attività formative a beneficio di reparti della neo-costituita Afghan National Civil Order Police (Ancop) ed era inquadrata nel contingente italiano di Isaf. Essa era responsabile di metà dell’intero ciclo addestrativo (2 fasi su 3 complessive per un totale di 16 settimane), mentre la restante metà era svolta da formatori civili finanziati dal governo statunitense.

Il coordinamento della formazione era garantito dal Military Advisory Team (Mat), che si occupava anche dell’assistenza, anche in operazioni, dei quadri delle unità dell’Esercito afgano; l’Operations Coordination Centre Advisor Team (Occat), era invece uno degli elementi di assistenza militare facenti parte della cosiddetta Sfa (Security Force Assistance), nella quale erano inclusi anche gli assetti Mat del RC West, rivestendo un ruolo di massima importanza per la realizzazione del piano di transizione dei poteri (e delle competenze), finalizzato all’indipendenza e all’autosufficienza delle forze di sicurezza afghane.

Sempre al culmine della nostra presenza militare era dispiegata anche una Task Force Genio, costituita da compagnie guastatori specializzati nella gestione della minaccia di ordigni esplosivi, di residuati bellici e mine. Alcune componenti erano inoltre dedicate al mantenimento della viabilità delle forze Isaf sul territorio di competenza. La Joint Task Force C4 (Jtfc4), era invece l’unità interforze che aveva come compito principale quello di assicurare le comunicazioni per il comando e controllo di tutte le unità italiane che operavano nella regione ovest dell’Afghanistan. Due erano gli assetti sanitari presenti presso il RC-West: il Role 1, a livello pronto soccorso e infermeria, a guida italiana, e il Role 2, a livello di ospedale polispecialistico, a guida spagnola.

Almeno dal giugno 2006 era presente la Task Force 45 (TF-45): un’unità militare combattente di Forze Speciali italiane nell’ambito dell’Operazione “Sarissa”. Le operazioni non sono confermate, così come non è confermata ufficialmente la presenza dei nostri reparti di Forze Speciali, ma sappiamo che la TF-45 era composta da 2 “Task Unit”: Alfa con base ad Herat e Bravo con base a Farah. Le “Task Unit”, a loro volta, erano formate da più distaccamenti operativi. Quelli conosciuti sono: il distaccamento operativo incursori “Condor 34” formato da elementi del Nono Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, il distaccamento “Caimano 69” formato dal Goi, e altri tre non meglio definiti formati dal 17esimo Stormo Incursori (Aeronautica Militare), dal Gruppo Intervento Speciale dei Carabinieri e dai Ranger del Quarto Reggimento Alpini Paracadutisti “Monte Cervino”.

Dal 10 maggio al 28 ottobre 2002 l’Aeronautica Militare è presente in terra afghana per partecipare all’operazione Enduring Freedom. Gli uomini del Genio Campale dell’Am rimettono in funzione l’aeroporto di Bagram, quasi del tutto distrutto da eventi bellici precedenti all’attentato delle Torri Gemelle.

In questa fase vengono utilizzati i C-130J della 46esima Brigata Aerea di Pisa, inviati presso la base aerea di Manas dislocata nella regione nord-ovest del Kirghizistan, in supporto del contingente italiano. Nel 2005 l’Aeronautica invia in Afghanistan il Reparto Mobile di Supporto (RMS) assicurare la sopravvivenza operativa e il sostegno logistico ai reparti di volo e alle unità mobili operanti fuori area e a marzo il reparto viene spostato presso l’aeroporto di Herat, nell’ambito della Task Force “Aquila”, dando inizio all’allestimento della Fsb. Nell’ambito del RC West e dall’Air Component Element di Isaf, a Kabul il primo giugno 2007 viene costituita la Joint Air Task Force, la componente aerea nazionale. La Task Force è coinvolta negli aspetti di coordinamento di quegli assetti che sono sotto il controllo operativo diretto della Nato.

Altri assetti, quali i velivoli da trasporto C-27J e C130-J, i caccia Amx e Uav tipo Predator ricevono compiti operativi direttamente dal comandante della Componente Aerea Nato. Prima dell’arrivo degli Amx nei cieli afghani si sono visti anche i Tornado: un distaccamento di quattro aerei aveva operato da Herat. Successivamente è costituito l’Aviation Battalion, alle dipendenze dirette del comandante di RC West, con gli assetti ad ala rotante di Esercito Italiano, Marina Militare ed Aeronautica Militare, nonché Uav.

L’8 dicembre 2014 a Kabul la Nato ammaina la bandiera della missione Isaf. Dall’11 agosto 2003, hanno combattuto in Afganistan oltre 100330 militari appartenenti a contingenti di 50 Paesi.

La missione Nato Resolute Support (RS) subentra così, dal primo gennaio 2015, a Isaf, che si chiude ufficialmente il 31 dicembre 2014, per lo svolgimento di attività di formazione e consulenza a favore delle forze di difesa e sicurezza afgane e delle istituzioni governative.

Si tratta di una missione esplicitamente non combat, ma esclusivamente di addestramento, consiglio e assistenza militare.

Il contributo italiano si riduce enormemente, in quanto dai vertici statunitensi e della Nato veniva decisa l’attività di transizione dei poteri e degli oneri alle forze di difesa e sicurezza afghane. A Rs partecipano un massimo di 800 militari, 145 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei, suddivisi tra personale con sede a Kabul e contingente militare italiano dislocato presso il comando Herat.

Nel Comando Herat viene stabilita la Task Force Arena così suddivisa: una Infrastructure Management Center, responsabile del procedimento per le attività tecnico/progettuali, esecutive ed amministrative; Una Joint Multimodal Operation Unit costituita da personale dell’Aeronautica Militare e dell’Esercito, con il compito di gestire personale e materiali in transito; un comando sanitario di contingente comprendente gli assetti sanitari presenti presso il Taac-West; un Force Protection Task Group con alle dipendenze due compagnie di fucilieri e una del genio nonché un plotone di sorveglianza (Ifps), un Close Protection Team, un Mobile Medical Team costituito da ufficiali medici. Sempre inquadrato nella TF Arena c’era un Field Support Battalion (Fsb), interforze, che si occupava degli aspetti gestionali e logistici di carattere strettamente nazionale, da cui dipendeva una compagnia C4, un plotone Tramat dal quale dipende l’officina, la squadra recupero e trasporti e il nucleo artificieri, infine le squadre NCB, CFI e VTV.

A Herat gli assetti dell’Aeronautica Militare, in questa fase del conflitto afghano, erano gestiti dalla Joint Air Task Force (Jatf), che si occupava anche dell’aeroporto. La Jatf era anche responsabile dell’addestramento e integrazione del personale afgano nei vari servizi aeroportuali. Ciò nelle more della transizione dell’Aeroporto all’Aviazione Civile afgana al termine della missione. Gli assetti veri e propri erano inquadrati nel Task Group Fenice, che utilizzava gli UH-90, adibiti al trasporto del personale e dei rifornimenti, gli AH-129 D “Mangusta” con compiti di esplorazione e scorta e il Tactical Unmanned Aircraft System RQ-7C “Shadow 200”, Uav che fornisce supporto per la ricognizione e sorveglianza aerea.

Numerose sarebbero le operazioni o più semplicemente gli scontri armati a cui hanno partecipato le nostre truppe. Trattandosi, come detto, di un conflitto asimmetrico nel quadro di un’operazione di counter-insurgency/peace keeping che poi ha assunto le sfumature di peace enforcing, le occasioni in cui i soldati italiani si sono ritrovati a dover intervenire sono state numerose.

Ricordiamo, a mero titolo di esempio, due delle primissime: la Unified Venture e la Dragon Fury, che erano state pianificate, nei primi mesi del 2003, per sigillare il confine col Pakistan e interdirne i valichi di montagna. La Task Force Nibbio, allora, era divisa in due raggruppamenti (Nibbio 1 e 2) su base del Nono reggimento alpini della brigata Taurinense e, rispettivamente, sul 187esimo reggimento paracadutisti della brigata Folgore. Unified Venture si sviluppò dal primi al quattro maggio, con unità americane della Task Force Devil, dalla Nibbio 1, da aliquote di afghani, e doveva riportare la stabilità nella valle di Bermel, al confine pakistano. Il ruolo dei reparti italiani era quello di occupare la base della valle facendo da “blocco” nella classica azione “incudine e martello”, mentre i reparti americani della 82esima aviotrasportata insieme a quelli dell’Ana hanno rastrellato il territorio.

Dragon Fury, una delle più importanti operazioni del tempo, vide sostanzialmente la stessa dinamica ma effettuata in una vasta aerea a sud di Gardez, con l’aggiunta della 10th Mountain Division statunitense, ed ebbe luogo ai primi di giugno dello stesso anno.

Come detto potremmo continuare a indicare le battaglie a cui presero parte i nostri soldati, ma risulterebbe uno sterile elenco di toponimi e unità. Vogliamo invece ricordare, ancora una volta, come il nostro impegno militare, nel corso di quei quasi 20 anni di guerra, sia costato la vita a 53 nostri soldati e abbia causato il ferimento di altri 723.

Un sacrificio che, visto l’epilogo di quel Vietnam situato in centro all’Asia che si chiama Afghanistan, non è valso a dare un futuro diverso a quel Paese martoriato da decenni di guerre.

Si poteva fare di più, si doveva fare di più e avremmo avuto il tempo per farlo

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