I foreign fighter stanno tornando

Qualcuno, un po’ ingenuamente, aveva creduto che la caduta di Raqqa, Mosul e Deir Ezzor, fosse il segno della fine dello Stato islamico. In realtà le cose non sono state così semplici. Se è vero che la conclusione del Califfato come l’abbiamo conosciuto ha coinciso con la liberazione delle sue roccaforti, è anche vero che i miliziani guidati da al-Baghdadi non sono ancora stati sconfitti. Sacche di resistenza sono ancora presenti nelle zone desertiche della Siria e in altre aree del Paese. Un crollo che ha fatto tornare l’Isis alle sue origini, a quell’insorgenza locale che la generò nell’Iraq post-Saddam. Ma la fine dell’utopia jihadista ha comportato anche un’altra insidia, molto pericolosa per l’Europa. Quella dei foreign fighters di ritorno.

Un recente studio del think tank Soufan Center ha cercato di tracciare i miliziani che hanno fatto ritorno nei Paesi di origine dopo la sconfitta dell’Isis. In particolare ha provato di rispondere a due semplici domande: dei circa 40 mila combattenti confluiti in Siria e Iraq quanti sono rientrati? E dove sono andati? Lo studio ha “seguito” circa 5.600 persone scoprendo in quali paesi sono finiti combattenti e potenziali terroristi.

Per tutti i Paesi il loro rientro rappresenta una sfida di difficile soluzione. Molti sono stati incarcerati e finiti sotto processo mentre altri sono stati inseriti in programmi di riabilitazione e reinserimento. Ma si tratta di dispositivi che però non sono mai stati provati prima e dei quali non si conosce ancora l’esito. Al momento nessuno dei combattenti rientrati è stato coinvolto direttamente in attacchi o episodi di violenza, ma la loro presenza in contesti sensibili, pensiamo ad esempio a una banlieue francese, potrebbe influenzare diversi giovani spingendoli alla radicalizzazione.

foreign di ritorno bis

I paesi che in questo senso si troveranno ad affrontare l’insidia più pericolosa sono sicuramente Turchia, Arabia Saudita e Tunisia. Ankara ha visto partire per la vicina Siria circa 1.500 persone e ne ha viste rientrare poco più di 900. Allo stesso modo Riad dovrà trovare un modo di gestire 760 combattenti sugli oltre 3.200 partiti. Non va meglio alla Tunisia. Il Paese è in una situazione di forte fragilità dopo le rivolte del 2011 e gli 800 jihadisti rientrati potrebbero contribuire a una nuova destabilizzazione.

Non va meglio ad alcuni Paesi europei già colpiti dal terrorismo tra il 2015 e 2017. La Russia, uno dei bacini più grandi per i foreign fighters (3.400 quelli partiti) ha visto rientrare 400 persone; il Regno Unito che ha ripresi 400 su 850 e la Francia 271 su 1.900. Numeri molto più bassi per gli Stati Uniti e il Canada. Ottawa ha visto partire 180 combattenti e di questi ne sono rientrati circa una sessantina. Dagli Usa sono invece andate via circa 130 persone e di queste quelle rientrate sono una decina. Secondo il Soufan Center quelli che hanno rimesso piede sul suolo americano sono sette, ma un recente studio della George Washington University ha individuato circa 12 “returnees”, di questi nove sono finiti in manette per terrorismo, mentre altri tre non sono stati incriminati. La ricerca ha mostrato come in generale l’approccio principale di trattare i combattenti di ritorno sia stato quello di delegare la loro gestione al sistema giudiziario e penitenziale.

La soluzione però è tutt’altro che a portata di mano. Come hanno più volte sottolineato gli esperti, la questione posta dai combattenti di ritorno è molto complessa. In primo luogo bisogna ricordare che molti degli attentati che hanno colpito l’occidente durante tra il 2014 e 2016 sono stati compiuti da simpatizzanti o persone che non erano riuscite a raggiungere la Siria: terroristi domestici che avevano seguito le indicazioni del portavoce del califfato Abu Muhammad al-Adnani di attaccare con qualsiasi mezzo gli “infedeli”. In secondo luogo va tenuto presente che l’obiettivo primario di chi viaggiava verso Siria e Iraq non era compiere attentati nei Paesi d’origine ma raggiungere l’utopia sanguinaria di al-Baghdadi. A questo punto l’insidia più grande è rappresentata proprio da come verranno gestiti. Se dovessero ritrovarsi nelle stesse condizioni sociali che ne avevano prodotto la partenza potrebbero ricadere nelle stesse reti di reclutamento jihadista che però nel frattempo sono mutate, ritornate a forme terroristiche più tradizionali. Il Soufan Center ha individuato almeno cinque diverse categorie di returnees:

Quelli che sono rientrati presto o dopo una breve permanenza: si tratta dei combattenti che hanno lasciato il Califfato prima che iniziasse a perdere terreno e che non hanno sviluppato particolare attaccamento nei suoi confronti;

Quelli rientrati dopo, ma disillusi: sono i combattenti che hanno lasciato l’Isis quanto il gruppo ha assunto comportamenti sempre più violenti e brutali e quando sono emerse dei disaccordi sulla dottrina da seguire. In questo caso molti di loro potrebbero ancora condividere il sogno di uno Stato islamico ideale e potrebbero legarsi a nuovi emiri del terrore;

Quelli che non hanno avuto scrupoli nell’attirare le tattiche dell’Isis: i combattenti di questa categoria si sarebbero abituati alla brutalità del gruppo al punto da essere pronti a nuove battaglie come dimostrano i trasferimenti verso la Filippine, nel Sinai e in Afghanistan;

Quelli costretti a lasciare il Califfato o catturati: di questo fanno parte i miliziani arresi durante l’avanzata dell’esercito iracheno e curdo e coloro che in accordo con i vertici del gruppo hanno intrapreso la via della clandestinità per compiere attentati, soprattutto in Siria e Iraq.

Quelli spediti a combattere in altri scenari: è una delle categorie più subdole. Si tratta di combattenti che sono stati preparati alle fasi successive della caduta. Un modello molto simile alle cellule create per compiere attacchi fuori dai confini come i commando che hanno attaccato Parigi o Bruxelles. Il rapporto del Soufan spiega però che solo pochi di loro farebbero parte di cellule attive.

Che il tema resti delicato viene dimostrato anche dal fatto che non tutti i Paesi sono concordi nel modo di gestire queste persone. Un esempio su tutti è il caso dei terroristi britannici noti come i Beatles, un gruppo di quattro tagliagole di origine britannica del quale faceva parte anche Jihadi John. Gli ultimi due membri del commando sono stati recentemente catturati in Siria dalle forze della colazione a guida americana. Responsabili di esecuzioni come i giornalisti americani James Foley and Steven Sotloff, hanno causato una frattura tra Londra e Washington. Secondo la diplomazia statunitense i due, El Shafee Elsheikh and Alexanda Kotey, dovrebbero rientrare in Inghilterra ed essere messi sotto processo. Di diverso avviso invece il ministro della difesa britannico Gavin Williamson che ha detto ai giornali del Regno Unito che i due hanno voltato le spalle al Regno e che non devono più mettere piede nel Paese.

La recente “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza” degli 007 italiani ha messo in luce che nel 2017 in Italia “non si sono registrate nuove partenze in direzione del teatro siro-iracheno e che gli ulteriori casi di foreign fighters a vario titolo collegati con l’Italia nel contempo emersi sono da riferire per lo più a trasferimenti verso il campo di battaglia verificatisi in anni precedenti”. Il rapporto però non ha dedicato molto spazio ai combattenti rientrati, ma ha messo in luce i rischi collegati agli “estremisti homegrown, mossi da motivazioni e spinte autonome o pilotati da ‘registi del terrore'”. Una tendenza che ormai è diventata quasi un’ossessione.