La guerra civile in Libano

La guerra civile libanese si svolge in un periodo storico lungo 15 anni che va dal 1975 al 1990. Vede sul campo la presenza di diverse milizie interne al Libano, rappresentanti delle varie comunità etnico-religiose di cui è composto il Paese, così come gruppi esterni quali tra tutti quelli dell’Olp, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Inoltre in più occasioni il conflitto interessa eserciti stranieri. Tra tutti vi sono quelli di Israele e della Siria. La guerra termina con gli accordi di Taif del 1989 e la cacciata del generale Michel Aoun dal palazzo presidenziale nel 1990.

Il Libano è da sempre caratterizzato da una forte frammentazione religiosa e sociale. Storicamente il Paese vede al suo interno una maggioranza cristiana, a sua volta formata da maroniti, ortodossi, armeni e altri gruppi comunitari. I musulmani, fino ai primi anni successivi alla seconda guerra mondiale, costituiscono poco più del 40% della popolazione. La comunità musulmana a sua volta è divisa tra sciiti e sunniti. Ma in Libano vi è la presenza anche dei drusi, inglobati nello sciismo ma spesso considerati al di fuori della comunità musulmana.

Il territorio libanese fino al 1943 è sotto il controllo del mandato francese. In quell’anno arriva invece l’indipendenza con il cosiddetto “Patto nazionale”, che assegna ai cristiani la maggioranza in parlamento e la presidenza della Repubblica. Ai sunniti, secondo questo accordo ancora oggi valido, spetta invece la nomina del primo ministro mentre agli sciiti la reggenza del parlamento.

Tra gli anni ’50 e ’60 il Libano è il principale centro finanziario del mondo arabo, tanto da essere riconosciuto come la “Svizzera del medio oriente”. Nonostante l’apparente ricchezza, il Paese però non riesce a superare le difficoltà date dai fragili equilibri interni. La situazione peggiora a seguito dell’esodo di migliaia di palestinesi. In tutto il territorio si creano campi profughi difficili da gestire e in cui spesso prende piede uno Stato nello Stato. L’afflusso di palestinesi in Libano fa temere ai cristiani di perdere la maggioranza all’interno della società. Iniziano quindi a crearsi dei movimenti volti alla difesa delle comunità. Tra i cristiano-maroniti si formano le cosiddette Falangi di Pierre Gemayel, i cui gruppi già negli anni ’50 iniziano ad armarsi. Questo soprattutto a seguito della crisi del 1958, prima avvisaglia di una possibile guerra civile per via di pericolosi scontri interni al Paese.

Tra gli sciiti si formano invece diversi movimenti che nel 1975 confluiscono, sotto la guida dell’imam Musa Al Sadr, nel partito Amal. In seno ai palestinesi prendono piede invece i gruppi collegati all’Olp. Quando nel 1970 Re Hussein di Giordania espelle i gruppi palestinesi dal Paese, l’esodo verso il Libano è inarrestabile. A quel punto la pericolosa strada che porta alla guerra inizia purtroppo ad essere sempre più solcata.

La fatidica goccia in grado di far traboccare il vaso arriva il 13 aprile 1975. Quel giorno Pierre Gemayel, leader delle Falangi, viene raggiunto da un attacco da parte di uomini armati appartenenti a una milizia musulmana. Il diretto interessato scampa all’attentato, ma il gesto accende gli animi. Poco dopo un commando delle Falangi tende un’imboscata a un autobus con a bordo cittadini palestinesi causando 27 morti.

Da questo momento in poi la violenza domina lo scenario libanese. Le varie fazioni dell’Olp e delle Falangi si attaccano a vicenda e vengono registrati massacri da una parte e dall’altra. Il 18 gennaio 1976 la baraccopoli di Qarantina, enclave musulmana in un quartiere cristiano di Beirut, viene attaccata dalle Falangi. Muoiono circa 1.000 civili. Due giorni dopo arriva la risposta delle milizie palestinesi. Si registra infatti un assalto nella cittadina cristiana di Darmur, con la popolazione locale costretta alla fuga dopo l’eccidio di almeno 500 persone. Si scivola così in una guerra a tutto tondo. La parte ovest di Beirut, a maggioranza musulmana, è controllata dalle milizie palestinesi e musulmane, la parte est invece dai cristiani. Le Falangi avanzano poi in buona parte del Paese, occupando anche numerosi campi profughi palestinesi.

Le Falangi, meglio attrezzate a livello di equipaggiamento e armi, nei primi mesi di conflitto avanzano in buona parte del Libano. Nel 1976 il movimento, sotto la spinta di Baschir Gemayel, figlio di Pierre, si riorganizza con il nome di Fronte Libanese a seguito dell’arrivo di altri gruppi nella coalizione.

L’avanzata filo cristiana attira l’attenzione di Damasco. La Siria, governata dal presidente Hafez Al Assad, teme un Libano ad eccessiva trazione cristiano-maronita e decide per un intervento diretto nel conflitto. Nel maggio 1976 migliaia di soldati siriani attraversano il confine e occupano buona parte del Libano settentrionale. Nascono intensi scontri con le milizie cristiane, acuiti anche dal fatto che Al Assad decide di appoggiare le milizie filo palestinesi.

Con questo intervento, il Libano appare diviso in tre parti: la zona centrale e buona parte di Beirut sono in mano al governo filo cristiano, il nord e le province centro orientali sono controllate dall’esercito siriano, il sud e Beirut ovest sono dominate dalle milizie palestinesi e musulmane. L’intervento della Siria crea discordia anche all’interno del Fronte Libanese. In particolare, la Brigata Marada, capeggiata dalla famiglia dell’ex presidente Suleiman Frangieh, ha ottimi rapporti con il governo di Damasco. Per questo nel 1978 Tony Frangieh viene ucciso, assieme alla moglie, alla figlioletta di tre anni e ad altre 37 persone, nella località di Edhen. Un massacro tutto interno alle milizie cristiane che rappresenta uno degli episodi più controversi del conflitto.

Nell’ottobre del 1976, dopo un incontro tenuto a Riad, la Lega Araba approva l’istituzione della cosiddetta Fad (Forza Araba di Dissuasione). Si tratta di un contingente formato dai soldati siriani già presenti in Libano, a cui si aggiungono le truppe (seppur in quota minoritaria) di Arabia Saudita, Sudan ed Emirati Arabi Uniti. Con l’entrata in vigore della Fad, si assiste a un periodo di relativa calma anche se non mancano scontri soprattutto nelle zone dei campi profughi palestinesi.

L’intervento siriano e della Fad spinge i miliziani dell’Olp soprattutto nel sud del Paese. Questo induce Israele a guardare con sospetto alla nuova realtà libanese. Il timore dello Stato ebraico è quello di veder trasformare il sud del Libano in una base operativa dell’Olp.

Dopo il dirottamento di un bus israeliano dell’11 marzo 1978, in cui vengono uccisi almeno 37 civili, il governo di Tel Aviv guidato da Menachem Begin decide di intervenire direttamente in Libano. Il 14 marzo 1978 si dà così il via all’operazione Litani, dal nome del fiume che attraversa il sud del Paese dei cedri.

L’azione militare è fulminea e nel giro di pochi giorni Israele occupa una fascia larga 10 km a ridosso del confine tra i due Paesi. Successivamente l’operazione si estende e arriva a lambire buona parte del sud del Libano, fino per l’appunto al fiume Litani. Lo Stato ebraico, oltre ad essere presente con proprie truppe, dà diretto supporto al cosiddetto Esercito del Libano del Sud (ELS). Si tratta di una formazione guidata dal generale Saad Haddad, nata da una costola dell’esercito libanese. Formata soprattutto da cristiano-maroniti, l’Els con l’aiuto israeliano conquista diversi territori meridionali. L’occupazione di Israele fino al fiume Litani va avanti per quasi tutto il 1978.

L’operazione israeliana richiama l’attenzione della comunità internazionale sul Libano. Il consiglio di sicurezza dell’Onu approva le risoluzioni 425 e 426 con le quali si chiede ad Israele di ritirare le proprie forze. Si dà inoltre mandato a una nuova forza di interposizione di disporsi lungo la linea di confine tra Libano e Israele. Nasce così la missione Unifil, con la quale i caschi blu dell’Onu sperano di far superare le tensioni tra le parti.

I soldati di Unifil arrivano nel sud del Libano il 23 marzo 1978, nove giorni dopo l’inizio dell’operazione Litani. Le truppe internazionali prendono possesso di una fascia di sicurezza lungo il confine israelo-libanese. Sul finire del 1978 i soldati israeliani lasciano il Paese e ritornano all’interno del proprio territorio. La missione Unifil inizialmente ha un mandato di sei mesi, prolungato poi nel corso degli anni.

Tra il 1978 e l’inizio degli anni ’80 diversi caschi blu dell’Onu vengono fatto bersagli di attentati e rappresaglie sia da parte dell’Els di Haddad che di miliziani dell’Olp.

Dopo l’inizio del conflitto, l’intervento siriano, l’invasione israeliana e l’approvazione della missione Unifil, il Libano risulta, sul finire degli anni ’70, frammentato e diviso in diverse zone di influenza. Beirut è controllata ad est dai cristiani e ad ovest dai musulmani e dai miliziani Olp. La parte centrale attorno alla capitale è in mano al governo filo cristiano. Il nord e le province occidentali sono invece occupate dalla Siria. Il sud è in gran parte controllato dall’Olp e dalle fazioni musulmane. I territori a ridosso del fiume Litani vedono invece la presenza dell’Els. Infine, la fascia lungo il confine israeliano è presidiata dai caschi blu di Unifil.

Nonostante la presenza delle forze Onu e dell’esercito dell’Els, Israele non vede di buon occhio la permanenza dei combattenti dell’Olp nel sud del Libano. Dopo l’operazione Litani nel Paese dei cedri si assiste a una fase di maggiore calma, grazie anche ad alcuni accordi di cessate il fuoco mediati a livello internazionale. La dirigenze israeliana non si fida tuttavia dei vertici palestinesi. A partire dal 1980 sono diverse le violazioni del cessate il fuoco. Israele accusa l’Olp di continuare la strategia degli attacchi terroristici nel nord dello Stato ebraico, dal canto loro i leader palestinesi puntano il dito contro il governo di Begin reo di voler alimentare la tensione.

Si inizia a pianificare una nuova operazione in Libano, questa volta su più vasta scala. La tensione cresce nella primavera del 1982. Il governo israeliano riporta le notizie di diversi attacchi compiuti dai palestinesi nel nord del Paese. Non tutti però credono alla necessità di un nuovo intervento. Yehoshafat Harkabi, ex capo dell’intelligence militare israeliana, accusa il governo di allora di aver gonfiato la gravità della situazione. Yitzak Rabin, futuro premier e all’epoca consigliere del ministero della Difesa, anni dopo al parlamento ammette una certa sproporzione tra il numero di attacchi palestinesi realmente accaduti e quelli segnalati ai media. Appare chiaro però che la priorità dello Stato ebraico è cacciare l’Olp dal sud del Libano a tutti i costi.

Il 6 giugno 1982 parte la nuova operazione. Migliaia di soldati israeliani sbarcano nel sud del Libano, questa volta ben oltre la fascia di sicurezza del fiume Litani. Viene subito occupata buona parte del territorio meridionale libanese, comprese le città di Tiro e Sidone. L’aviazione bombarda costantemente le postazioni dell’Olp, numerosi combattenti palestinesi iniziano a fuggire verso Beirut ovest. Nel giro di poche settimane, anche grazie al sostegno dell’Els, l’esercito israeliano arriva alle porte della periferia della capitale libanese. Gli obiettivi militari dell’Olp a Beirut sono a portata di tiro dell’artiglieria delle forze israeliane. Gli scontri coinvolgono anche l’esercito siriano, intervenuto a dar manforte alle milizie palestinesi. L’operazione militare, nonostante appaia coronata da successo per Israele, non è comunque semplice: tutte le parti impegnate nel conflitto subiscono numerose perdite.

La nuova escalation in Libano attira ovviamente l’attenzione della comunità internazionale. L’avanzata israeliana nell’estate del 1982 si arresta alle porte di Beirut. Da Washington gli Usa provano a mediare un’uscita delle milizie Olp dalla zona ovest della capitale. Si arriva a un cessate il fuoco, durante il quale gli statunitensi garantiscono ai palestinesi che lasciano la città un rifugio in altri Paesi arabi. Per gestire l’evacuazione dell’Olp e del quartier generale di Yasser Arafat, leader palestinese, viene chiamata in causa una forza internazionale composta da Stati Uniti, Italia e Francia.

L’operazione dura poche settimane. Già nell’agosto del 1982 tutti i combattenti palestinesi risultano evacuati da Beirut. La forza internazionale lascia il Libano, ma subito dopo la guerra riprende. Israele, oltre agli obiettivi militari volti all’allontanamento dell’Olp, segue anche obiettivi politici. Lo Stato ebraico spera di veder instaurato a Beirut un governo ad esso più vicino. Per questo la presenza israeliana nel sud del Paese favorisce l’elezione a presidente di Bachir Gemayel. Quest’ultimo però viene ucciso in un attacco a nove giorni dal suo insediamento. A succedergli è il fratello, Amin Gemayel. L’episodio però innesca una nuova spirale di violenza interna.

Le forze cristiane reagiscono all’attentato compiendo incursioni in diversi campi profughi palestinesi. La più tristemente nota è quella di Sabra e Shatila, dove vengono trucidati centinaia di civili. Dopo la morte di Bachir Gemayel, Israele decide di estendere l’operazione militare avviata a giugno a Beirut ovest, occupando buona parte della capitale. Vista la nuova fase violenta presa dalla crisi libanese, il 29 settembre 1982 la forza internazionale ritorna nel Paese. Sono ancora una volta i soldati statunitensi, italiani e francesi ad operare sul campo. L’obiettivo è creare una forza di interposizione capace di evitare nuove stragi di civili.

L’aumento della violenza interna però coinvolge gli stessi contingenti. Numerosi sono gli attacchi verso i soldati stranieri. L’episodio più grave si ha il 23 ottobre 1983. Due attacchi quasi in simultanea colpiscono la base statunitense e quella francese. Muoiono 241 marines americani e 56 paracadutisti transalpini. L’attacco viene attribuito a una nascente milizia sciita, quella degli Hezbollah, sostenuta dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Dopo gli attentati si inizia a programmare il rientro della forza internazionale. La missione finisce ufficialmente il 6 marzo 1984.

Una menzione a parte merita l’incursione di Sabra e Shatila. Questo per due motivi. Si tratta di uno dei massacri più noti della storia recente. L’episodio rappresenta inoltre il livello di violenza raggiunta dalla guerra civile in Libano. Il contesto è quello successivo all’omicidio di Bachir Gemayel, leader delle Forze Libanesi e prossimo presidente della Repubblica. I miliziani cristiano-maroniti, comandati adesso da Elie Hobeika, provano subito a vendicarsi. Nella zona di Beirut ovest, controllata dall’esercito israeliano, ci sono due campi profughi dove si sospetta si nascondano alcuni miliziani superstiti dell’Olp. Si tratta dei campi di Sabra e Shatila.

Le milizie delle Forze Libanesi il 16 settembre 1982, intorno alle ore 18:00, entrano nel perimetro dei campi. Per circa 48 ore i combattenti maroniti rimangono al loro interno. Il 18 settembre le dimensioni della tragedia appaiono drammaticamente chiare. Per due giorni non sono stati compiuti solo degli arresti di presunti miliziani palestinesi. Al contrario, intere famiglie innocenti vengono massacrate a sangue freddo.

Un primo rapporto delle autorità libanesi parla di almeno 400 vittime. Ma subito dopo un’informativa dei servizi segreti israeliani alza il numero a circa 800. Altre fonti invece negli anni fanno riferimento ad almeno 3.500 morti. Di certo, all’interno dei due campi decine di persone innocenti vengono uccise solo come rappresaglia. L’Onu il 16 dicembre 1982, in riferimento ai fatti di Sabra e Shatila, parla ufficialmente di genocidio.

Il caso crea sgomento nella comunità internazionale. Sotto accusa i capi dei cristiano-maroniti, ma critiche sono rivolte anche verso i leader israeliani. Nello Stato ebraico, in particolare, diversi deputati attribuiscono al governo una responsabilità indiretta. In quel momento infatti la zona del massacro è sotto il controllo israeliano e i soldati non avrebbero fatto nulla per impedire le esecuzioni dei falangisti. Nel 1983 viene istituita in Israele una commissione di inchiesta che attribuisce al premier Begin e al ministro della Difesa Ariel Sharon una responsabilità indiretta dei fatti.

Il principale indiziato per la strage è Elie Hobeika. Quest’ultimo però a guerra finita usufruisce dell’amnistia concordata a tutti i principali leader libanesi. Negli anni respinge le accuse. Anche pochi giorni prima dell’attentato che nel 2002 gli costa la vita dichiara di aver sempre dovuto sopportare accuse senza poter provare la propria innocenza.

Dopo il 1982 Israele mantiene la sua presenza. Tuttavia inizia ad indietreggiare da Beirut ovest, concentrandosi più nella zona meridionale del Libano. Lo Stato ebraico vuole evitare un’eccessiva influenza della Siria nel Paese dei Cedri e vuole inoltre assicurarsi del non ritorno dell’Olp a ridosso dei propri confini.

Nel frattempo le varie milizie libanesi continuano a scontrarsi. Dalla Forze Libanesi, passando per Amal, Hezbollah e i gruppi drusi, oltre che le fazioni sunnite di Al Murabitum, in precedenza strette alleate dell’Olp, tutti si danno battaglia per il controllo dei campi. Una svolta sembra arrivare da un accordo tripartito tra Amal, i drusi e le Forze Libanesi. Le tre parti siglano un patto per ridimensionare la portata degli scontri. Ma l’ala anti siriana delle Forze Libanesi, capitanata dal leader militare Samir Gegaega, nel gennaio 1986 solleva Hobeika dall’incarico di guida del movimento. L’accordo così va in fumo e le battaglie proseguono.

In questa fase peraltro iniziano anche scontri interni alla comunità sciita tra Amal ed Hezbollah, terminati soltanto nel 1988 con la mediazione di Siria e Iran. Intanto nel 1984 il presidente Gemayel incarica come premier Rashid Karami, con l’obiettivo di giungere a un governo quanto più possibile rappresentativo. Sotto il profilo istituzionale, nonostante gli scontri tra fazioni, il Libano sembra vivere un momento di maggiore stabilità.

Israele così nel gennaio del 1985 pianifica un ritiro. Anche perché i costi umani, sociali ed economici del conflitto iniziano a pesare nell’opinione pubblica. Il nuovo premier Peretz fa rientrare in pochi mesi migliaia di soldati. Nel giugno 1985 arriva il ritiro vero e proprio. Sotto il controllo dello Stato ebraico rimane soltanto una piccola fascia di sicurezza nel sud del Libano. Una zona che verrà restituita al Paese arabo soltanto nel 2000.

Le novità politiche e militari sembrano portare a degli spiragli per la fine del conflitto. La violenza però ritorna prepotentemente sul campo il primo giugno del 1987. Quel giorno a causa di una bomba piazzata all’interno del suo elicottero muore il premier Rashid Karami. Un grave atto che conferma l’instabilità libanese. Il presidente Gemayel incarica come successore Selim el Hoss. In risposta all’attentato che uccide Karami divampano altri disordini e altri scontri tra le milizie cristiane e quelle musulmane.

La situazione degenera ulteriormente a causa poi di uno scontro istituzionale venutosi a creare nel settembre del 1988. In quel mese termina il mandato di Gemayel alla presidenza. Le forze politiche non trovano un accordo per un successore. Al fine di evitare un vuoto di potere, Gemayel dà incarico a Michel Aoun di formare un nuovo esecutivo e di prendere le funzioni di presidente ad interim. Aoun è un generale ex capo di Stato maggiore della Difesa. Appartiene alla comunità cristiano-maronita e il fatto che sia lui ad assumere il ruolo di premier, contravvenendo al patto nazionale del 1943, instaura uno scontro tra due diversi governi.

Da un lato per l’appunto quello di Aoun, dall’altro quello di Selim el Hoss, il quale considera nullo il suo licenziamento da parte di Gemayel. I due governi si contendono Beirut. Aoun riesce a stabilire la base del suo potere nella zona orientale della capitale, el Hoss invece in quella occidentale. I due esecutivi hanno anche visioni opposte in politica estera. El Hoss, in particolare, è filo siriano mentre Aoun proclama sul finire del 1988 una “guerra di liberazione” contro Damasco. Lancia quindi le forze armate libanesi contro le truppe siriane presenti nel nord del Paese dal 1976. Lo scontro è molto duro e crea apprensione nel governo di Bashar Al Assad.

Aoun inoltre proclama lo scioglimento delle varie milizie, sia cristiane che musulmane. Pur appartenendo alla comunità maronita, scaglia l’esercito contro le Forze Libanesi. Questo scatena uno scontro tutto interno alle stesse Forze e un parziale sfaldamento della coalizione voluta da Bachir Gemayel.

Per provare ad arginare lo scontro istituzionale e porre termine al conflitto, nel mese di ottobre del 1989 i principali leader libanesi si radunano nella città saudita di Taif. Il 22 ottobre viene siglato un accordo in cui viene sancito il nuovo equilibrio istituzionale da dare al Paese, che ricalca grossomodo il patto nazionale del 1943, e viene riconosciuta la presenza siriana quale elemento stabilizzatore del Libano. Le parti in guerra si impegnano a sciogliere le milizie armate.

Tra i vari leader l’unico a non essere presente è Michel Aoun, il quale non riconosce gli accordi e rimane in sella all’interno del palazzo presidenziale. L’ex generale considera il via libera alla permanenza siriana come un atto di annessione da parte di Damasco. Dal canto suo il governo siriano bombarda la zona orientale di Beirut nel tentativo di costringere Aoun ad accettare gli accordi. A livello internazionale il documento di Taif ottiene un elevato riconoscimento e viene visto come base per giungere alla pace. Con l’approvazione dell’accordo da parte del parlamento libanese, gli scontri appaiono quasi del tutto cessati. Si ha però un altro momento di tensione a fine novembre. Dopo l’elezione di René Muawad quale nuovo presidente, quest’ultimo viene ucciso in un attentato. A rimpiazzarlo è Elias Harawi.

L’unico oppositore all’attuazione degli accordi rimane Michel Aoun. Per quasi un anno, grazie al supporto di propri fedelissimi dell’esercito, il presidente non riconosciuto rimane trincerato all’interno del sui palazzo presidenziale.

La situazione cambia il 13 ottobre 1990. La Siria infatti decide di entrare a Beirut est e di circondare il palazzo roccaforte di Aoun. A quel punto l’ex generale è costretto a trovare rifugio all’interno dell’ambasciata francese e successivamente ad andare in esilio. Damasco ottiene il via libera alla sua azione anche dagli Usa. Questo in virtù della partecipazione, da parte del presidente Assad, alla coalizione anti Iraq costituita da Washington in quei mesi in preparazione della prima guerra del Golfo.

La cacciata di Aoun determina la fine delle ostilità. Da quel momento in poi il Libano ritrova una sua stabilità istituzionale, seppur con all’interno del suo territorio una consistente presenza siriana. Negli anni successivi alla guerra non si verificano forti momenti di tensione, almeno fino al 2005. In quell’anno, dopo l’omicidio dell’ex premier Hariri e la cosiddetta rivoluzione dei Cedri, termina la presenza siriana.