Ma a che punto è davvero la crisi dei migranti in Siria?

La crisi dei migranti in Siria  scoppia con l’inizio della guerra nel Paese arabo. Essa ha avuto ed ha attualmente conseguenze sia sotto un profilo interno, che anche a livello estero. Nel corso degli anni del conflitto, diversi migranti dalla Siria sono stati costretti a lasciare le proprie case per dirigersi in altri Paesi oppure in altre località interne. La crisi dei migranti siriani ha inoltre conseguenze sul piano prettamente politico.

Anche se la data ufficiale dell’inizio della guerra in Siria è quella del  15 marzo 2011, la popolazione siriana comincia ad avere la consapevolezza di trovarsi immersa in un conflitto soltanto a fine anno. Quando nella città di Homs, a partire dal novembre del 2011, l’esercito fedele ad Assad inizia a non avere più il controllo della situazione, i cittadini siriani vedono il sorgere delle prime conseguenze derivanti da un conflitto.

I prezzi dei beni di prima necessità aumentano, il cibo e le medicine sono più rari tra i banconi delle attività commerciali e si cominciano a fare i primi sacrifici. Quando poi la guerra è si allarga, abbracciando l’intero Paese, in Siria esplode la vera e propria crisi dei migranti. Migliaia di cittadini, a causa dei combattimenti, cominciano a lasciare le proprie abitazioni, così come in tanti devono fuggire da persecuzioni di natura etnica o religiosa. Il conflitto, infatti, a partire dal 2012, diventa maggiormente settoriale specie con l’entrata in scena dei gruppi jihadisti interni all’opposizione.

La crisi dei migranti diventa da subito insostenibile. Le città vengono distrutte e divise da filo spinato e trincee, condizioni di vita poco dignitose ed un clima di generale tensione in tutta la Siria: ecco gli elementi che scatenano la fuga di numerosi migranti.

Il primo Paese ad avvertire le conseguenze della crisi dei migranti dalla Siria è indubbiamente il  Libano. Il Paese dei cedri, attiguo e confinante con la Siria, vede un improvviso flusso di gente che dalla Siria prova a varcare il confine. Soprattutto tra il 2012 ed il 2013, le frontiere tra Siria e Libano vengono letteralmente invase da migliaia di cittadini in fuga da Aleppo, Damasco ed Homs.

Il governo di Beirut crea numerosi campi profughi e le Nazioni Unite allestiscono scuole ed ospedali da campo per cercare di ridare normalità alle vite dei migranti siriani.

Secondo diversi osservatori, la crisi dei migranti provenienti dalla Siria è una tra le ragioni che ha spinto il movimento sciita Hezbollah ad entrare in guerra al fianco di Assad. Il flusso di migranti siriani in Libano, infatti, mette in allerta partiti ed istituzioni del Paese circa una possibile destabilizzazione. Per tal motivo, dunque, accanto a motivazioni politiche e di difesa degli stessi confini siro-libanesi, i miliziani di Hezbollah avrebbero deciso di entrare nel conflitto.

Attualmente, si calcola che 1.5 milioni di migranti siriani vivano in Libano: considerando che il Paese dei cedri ha 4.4 milioni di abitanti, la proporzione appare drammatica. In un recente rapporto di Human Rights Watch, si parla del rischio di implosione della situazione: in almeno tredici comuni libanesi sono iniziate le espulsioni dei migranti siriani.

La guerra in Siria produce anche una migrazione tutta interna al Paese arabo. Non solo dunque cittadini in fuga verso Paesi stranieri, ma anche intere comunità che decidono di stabilirsi in aree del Paese ritenute più sicure.

Anche se non esiste in tal senso una statistica ufficiale, si calcola che la popolazione della città di  Damasco durante il conflitto è sensibilmente aumentata. Questo perché la capitale, anche durante i sei anni di conflitto derivanti dalle battaglie nella vicina Ghouta e nei sobborghi limitrofi, a differenza di Aleppo, non è stata toccata dal conflitto nei suoi quartieri centrali. In tanti dunque, da Palmira e dalla provincia di Homs, così come da Sweida e Daraa, hanno deciso di spostarsi nei quartieri in mano al governo di Damasco.

Da Homs e da Aleppo, così come da Idlib, diversi migranti hanno deciso invece di stabilirsi nelle province costiere di Latakia e Tartus. Entrambe queste regioni, roccaforti del governo, non sono state raggiunte dai combattimenti inerenti il conflitto e sono risultate a molte famiglie come la sistemazione più idonea nell’attesa di poter ritornare nei paesi di origine.

La crisi dei migranti interna alla Siria è un ulteriore costo della guerra per il governo di Damasco. Sono infatti diversi i campi profughi sparsi nel paese, il costo diretto ed indiretto dei rifugiati rimasti all’interno del paese si aggira su svariati miliardi di Dollari.

A complicare il quadro della situazione c’è, a partire dalla fine del 2012,  il progressivo avanzamento dei gruppi jihadisti nel Paese. Tutto questo comporta una maggiore destabilizzazione ma anche, come sopra accennato, un conflitto maggiormente settario.

Molte minoranze religiose devono abbandonare le proprie comunità di origine, a partire dai cristiani e dagli alauiti, perseguitati dall’avanzata di Al Nusra, dell’Isis e dell’Esercito dell’islam.

La crisi dei migranti, a quel punto, si fa sempre più grave e di difficile gestione: si calcola che dal 2013 in poi più di tre milioni di siriani abbiano lasciato il Paese, puntando soprattutto su Libano e sul confine nord con la Turchia.

L’anno in cui la crisi dei migranti si fa maggiormente sentire all’interno dell’opinione pubblica occidentale è, senza dubbio, il 2015. Questo è infatti l’anno della cosiddetta “rotta balcanica”, ossia della risalita di migliaia di migranti dalla Turchia verso l’Europa, attraverso per l’appunto i Paesi della penisola balcanica.

Secondo i report delle Nazioni Unite, quasi un milione di siriani lascia il Paese soltanto nel 2015: di questi, circa l’80% raggiunge i Paesi del nord Europa grazie alla rotta balcanica.

Di fatto, i migranti siriani una volta entrati in Turchia raggiungono le sponde del Mediterraneo e, da lì, provano in innumerevoli occasioni la traversata verso la Grecia. Da qui, poi, il viaggio a piedi o con mezzi di fortuna prosegue risalendo da Macedonia, Serbia, Ungheria e quindi Austria, ma anche Slovenia, Croazia, Bosnia ed altri Paesi dell’est Europa.

La tappa finale è il più delle volte la Germania, ma anche i Paesi della Scandinavia o del resto del nord Europa. La rotta balcanica dei migranti siriani si apre all’inizio del 2015: mai i Paesi sopra citati hanno dovuto gestire un flusso così massiccio di profughi. Fino a quel momento, il problema dell’immigrazione dovuto alla destabilizzazione dei Paesi arabi sembra appannaggio soltanto dell’Italia, la quale a sua volta è già impegnata nell’emergenza dovuta agli sbarchi dalla Libia.

A livello mediatico, l’episodio rimasto più impresso è senza dubbio quello che riguarda il  piccolo Aylan, il bambino trovato morto per annegamento sulle coste turche. La rotta balcanica dei migranti siriani produce molte conseguenze politiche: dalla chiusura dei confini con filo spinato da parte dell’Ungheria, che provoca tensioni con le autorità europee, allo scontro diplomatico tra Macedonia e Grecia esploso dopo la chiusura dei valichi di frontiera da parte di Skopje.

Proprio in virtù di quanto accaduto nei Paesi attraversati dalla rotta balcanica, all’inizio del 2016 vengono avviate le trattative tra Unione europea e Turchia per chiudere tale rotta e tentare così di ridimensionare la crisi dei migranti.

Le trattative vanno avanti per diverse settimane e, infine, nel marzo 2016 viene stipulato un accordo tra le autorità di Bruxelles e il governo di Ankara. In particolare, l’Unione europea si impegna a pagare tre miliardi di euro alla Turchia in cambio del mantenimento all’interno del Paese anatolico dei migranti siriani.

Questo accordo provoca però numerose polemiche: i detrattori, in particolare, criticano Bruxelles di essersi piegata alle volontà di Erdogan e di subire in tal modo la minaccia da parte della Turchia.

Dopo la sigla dell’accordo, si è assiste a una drastica diminuzione di migranti siriani lungo la rotta balcanica. Le autorità turche iniziano ad effettuare controlli più mirati lungo le coste e le frontiere. In alcuni casi si cerca inoltre di far tornare in Turchia i migranti già salpati verso la Grecia o approdati nelle isole elleniche.

I migranti siriani vengono ospitati in campi dove vengono allestite delle scuole e dove autorità sanitarie locali ed internazionali assicurano le cure mediche. Tra i profughi rimasti in Turchia, alcuni sperano ancora di poter intraprendere il viaggio verso il nord Europa, altri invece aspettano la fine del conflitto in Siria per tornare in patria.

La rotta balcanica non è comunque del tutto chiusa: anche se i numeri non sono più paragonabili al gigantesco esodo del 2015, anche tra il 2017 ed il 2018 lungo i Balcani sono riusciti a risalire centinaia tra siriani, iracheni, afghani e cittadini di altre parti del Medio Oriente.

Dalla Turchia inoltre si parte anche verso l’Italia e la Grecia:  secondo i dati dell’Europol, dall’estate del 2017 sono aumentati gli sbarchi nel nostro Paese partiti dalle coste turche.

Ma, oltre alla gigantesca mole di persone che lasciano la Siria, generando la crisi dei migranti scappati dal conflitto, si registra anche il fenomeno inverso del ritorno. I numeri, in tal senso, sono ancora molto minori rispetto a quelli dei profughi ma dal 2016 in poi evidenziano una progressiva e costante risalita.

Ad incidere è indubbiamente la liberazione e la conseguente fine dei combattimenti in numerose grandi città della Siria: Aleppo, Homs, la stessa Damasco ed altre località interessate negli anni passati dalla guerra, appaiono oggi sì distrutte in diversi punti ma al tempo stesso anche più sicure.  A tal proposito, un dato delle Nazioni Unite parlava di 500mila siriani tornati a casa soltanto nei primi mesi del 2017.

In molti casi, i migranti rientranti nelle proprie dimore hanno trovato macerie e quartieri in rovina, ma al tempo stesso ciò sta permettendo anche la possibilità di velocizzare i progetti di recupero delle città già liberate dal conflitto.

C’è però da specificare un’importante circostanza: dei 500mila siriani tornati a casa, soltanto 31mila sono rientrati dall’estero e, tra questi, molti provenivano dal Libano. Dunque, il fenomeno del rientro dei migranti siriani riguarda quasi esclusivamente coloro che avevano deciso di rimanere in Siria.

Si calcola che dall’inizio della guerra  11 milioni i siriani hanno dovuto lasciare le proprie case: di questi, circa sei milioni sono rimasti in Siria, gli altri invece sono fuggiti all’estero, soprattutto in Turchia e Libano.

Attualmente i migranti in fuga dalla guerra in Siria sarebbero poco più di dieci milioni, la metà dei quali si trovano all’interno del Paese. Anche se la crisi dei migranti siriani è stata in alcuni casi attenuata, essa genera ancora tensioni.  La spinta di profughi è in drastica diminuzione per via delle evoluzioni sui vari fronti di guerra e per l’indietreggiamento dei jihadisti, a partire da quelli dell’Isis.

La vera soluzione al problema della crisi dei migranti siriani, però, potrà arrivare soltanto con la definitiva stabilizzazione della Siria. Un auspicio, quest’ultimo, ancora molto lontano dal suo reale raggiungimento.

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