La battaglia di Douma

La battaglia di Douma è la più importante che ha coinvolto la regione della Ghouta orientale e si inserisce nel più ampio contesto della guerra in Siria e delle operazioni belliche per la presa di Damasco.

La battaglia di Douma è tra le prime ad aver insanguinato la Siria. Già tra il 2011 ed il 2012 esercito e ribelli si fronteggiano per la presa della città, strategica ed importante all’interno della regione attorno la capitale siriana.

Con i suoi più di centomila abitanti, Douma è un punto di riferimento sociale ed economico dei cittadini della Ghouta. La sua posizione in tempo di pace appare strategica, visto che si trova a pochi passi dalla capitale ma anche molto vicina alla grande area industriale di Adra. Per questo, nel corso degli anni, la sua popolazione cresce e, da piccolo centro della “foresta” attorno Damasco, diventa una città a tutti gli effetti.

Ma la crescita della popolazione comporta anche alcuni effetti negativi. In primo luogo, Douma diventa una periferia con diversi quartieri poveri. In secondo luogo, negli anni la città con l’incubo di trasformarsi in un mero quartiere satellite di Damasco. Per questi e per altri motivi,  la popolazione di Douma, non appena scoppiano le proteste, appare molto critica nei confronti del governo di Assad.

Di tutta l’area damascena, Douma è indubbiamente tra le città dove le manifestazioni anti Assad trovano maggior piglio. Nel marzo 2011 sono diverse le proteste inscenate nelle strade di Douma. I cittadini chiedono condizioni di vita migliori e più adeguate. Un disagio, quindi, che viene espresso non appena il Paese viene attraversato dagli echi della cosiddetta “primavera araba”.

Ben presto però nel resto della Siria iniziano a formarsi squadre di disertori che fondano l’Esercito siriano libero . Dall’estero arrivano armi e finanziamenti a numerosi gruppi ribelli. La Siria scivola nell’abisso della guerra civile e Douma diventa una delle città più drammaticamente esposte al conflitto.

A fine novembre 2011 la Siria è già sul precipizio del conflitto. Homs, parte di Idlib e Daraa sono in guerra e l’esercito non riesce a mantenere il controllo di queste località. Ben presto l’attenzione si sposta attorno Damasco, cuore politico del Paese e feudo del presidente Assad. La Ghouta e Douma appaiono una bomba ad orologeria per via di una certa insoddisfazione manifestata dai cittadini.

Con la conquista di Zabadani nel gennaio 2012, la guerra entra ufficialmente nelle campagne della provincia attorno alla capitale. L’Esercito siriano libero, assieme a diversi altri gruppi, inizia a premere sulla Ghouta e, in particolare, proprio su Douma. Il 21 gennaio l’esercito di Damasco lancia il suo primo contrattacco, dando origine alla prima vera battaglia di Douma.

Con questa azione, gli uomini rimasti fedeli ad Assad scongiurano una repentina caduta della città nelle mani dell’opposizione. La battaglia dura quasi dieci giorni, alla fine dei quali la bandiera siriana sventola in tutti i quartieri di Douma, compresi quelli conquistati inizialmente dall’Esercito siriano libero.

Per i governativi, però, è solo una vittoria momentanea: la fragilità economica e sociale della Ghouta, unita alla crescente tensione in tutto il Paese, fa sì che i gruppi dei cosiddetti ribelli inizino a radicarsi sul territorio e a lanciare nuovi attacchi.

La battaglia torna così a fare capolino nella quotidianità della periferia damascena. I gruppi ribelli appaiono sempre più armati e in grado, come nel resto della Siria, di fronteggiare i governativi. L’Esercito siriano libero inizia ad avanzare, ponendo le proprie bandiere al posto di quelle di Assad.

Douma diventa una base importante per tutti i gruppi dell’opposizione. La città vede il ritiro da parte dei soldati governativi, con l’Esercito siriano libero che occupa buona parte del centro. All’interno dello stesso Esercito siriano libero, però, iniziano a sorgere numerose spaccature, e proprio a Douma, emerge un pericoloso gruppo islamista: l’Esercito dell’islam.

Douma diventa il centro di numerosi gruppi, soprattutto di natura jihadista, e la città diventa così un luogo strategico del conflitto. Da un lato, ribelli e islamisti tendono a difenderla; dall’altro il governo inizia a bersagliarla per indebolire le difese nemiche. A Douma, così come nella Ghouta orientale, viene organizzata l'”operazione Vulcano” che mira a prendere Damasco.

Come detto in precedenza, Douma lega il suo nome soprattutto all’Esercito dell’islam (Che cos’è l’Esercito dell’islam). Questo gruppo integralista, fondato all’indomani dello scoppio delle proteste in Siria, è finanziato dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, che lo arma e lo appoggia politicamente.

È proprio l’Esercito dell’islam ad organizzare l’attentato che il 15 luglio 2012 spazza via l’intero organigramma della difesa siriana, grazie ad un ordigno posto nel quartier generale degli apparati di sicurezza. L’attentato infligge anche un grave danno al morale dei siriani, che vedono oramai la guerra dilagare in tutto il Paese, compresa la capitale.

Sono i membri dell’Esercito dell’islam a collaborare fattivamente all'”Operazione Vulcano”. Dopo il fallimento, gran parte dei jihadisti si ritira a Douma e qui stabilisce il proprio quartier generale.  Da qui l’Esercito dell’islam continua a minacciare Damasco: in sei anni di guerra, razzi e ordigni lanciati da Douma e da altre città della Ghouta colpiscono più volte la capitale uccidendo centinaia di persone.

L’azione più atroce contro i civili viene compiuta da parte dell’Esercito dell’islam contro la minoranza alaiuta della Ghouta e di Douma. Diversi video vengono diffusi mentre ritraggono i civili rinchiusi dentro alcune gabbie ed esposti nelle vie della città. In alcuni casi, le gabbie che contengono gli alaiuti vengono poste anche sui tetti dei palazzi ed i civili usati come scudi umani. Si tratta senza dubbio di uno degli episodi più nefasti dell’intera guerra in Siria.

Douma vive il conflitto in pieno. La città si trova all’interno di una vasta sacca islamista che, già dal 2013, viene cinta d’assedio dall’esercito. Ciò ovviamente determina situazioni proibitive per l’intera popolazione: scarseggiano i viveri, il cibo ed i farmaci, la stessa energia elettrica viene razionalizzata in quanto le infrastrutture appaiono parzialmente distrutte.

A Douma si vive con gli stessi problemi che chiunque deve affrontare nella Siria in guerra: manca da mangiare e non c’è sicurezza. Di fatto, la popolazione si trova in una città in gabbia dalla quale è difficile uscire, sia per i raid governativi che per le devastazioni causate dai combattimenti. Gli aiuti umanitari raggiungono Douma solo in poche occasioni.

Sotto il profilo meramente militare, la situazione a Douma è analoga a quella sviluppatasi nella circostante regione della Ghouta. Dal 2012, la città vive sotto l’occupazione dell’Esercito siriano libero e degli islamisti. Per un anno, i fronti rimangono essenzialmente congelati, ma nel  2013 i governativi riescono a conquistare sempre più paesi nella Ghouta occidentale e in alcuni sobborghi periferici della capitale.

Douma invece, rimane saldamente in mano all’opposizione. Ma la svolta si ha nel febbraio 2018: il governo, dopo aver liberato Aleppo e aver annientato il Califfato islamico nel deserto, decide di chiudere la pratica anche con la Ghouta orientale.

Sia via aerea che via terra, vengono attaccate Irbin, Harasta e Jobar, oltre che ovviamente le altre località della Ghouta e, in particolare, Douma. La città più grande della regione viene così raggiunta da un sempre maggiore numero di raid aerei, mentre nel centro cittadino gli islamisti iniziano a trincerare le strade per organizzare una prima difesa.

Secondo molti analisti, a Douma si rischia il bagno di sangue: in caso di mancata resa jihadista, le previsioni parlano di un combattimento casa per casa e vicolo per vicolo. Un’eventualità, questa, che sembra preludio di altri massacri tra soldati e popolazione civile.

La battaglia della Ghouta prende una svolta ben precisa sul finire del mese di marzo 2018. L’avanzata governativa non lascia scampo alle sigle islamiste, che si arrendono in gran parte della regione e negli ultimi quartieri di Damasco ancora fuori il controllo di Assad. Ma a Douma la situazione è diversa: l’Esercito dell’islam rifiuta la resa. Nonostante la città sia oramai interamente circondata e isolata dal resto della Ghouta, i miliziani non vogliono lasciare le armi ai governativi.

Oltre al fanatismo di molti elementi dell’Esercito dell’islam si aggiunge un altro problema: i miliziani presenti ad Idlib, la provincia dove vengono trasferiti i gruppi che si arrendono a Douma, non tollerano la presenza dell’Esercito dell’islam.

A complicare il quadro si aggiunge un bombardamento avvenuto il 7 aprile. Sul web gli islamisti denunciano un attacco chimico su Douma avvenuto ad opera del governo siriano. In Occidente, come in molti media arabi, la versione viene data per veritiera e diversi governi europei, oltre che gli Usa, minacciano ritorsioni contro Damasco.

In prima linea ci sono gli Usa, la Francia e la Gran Bretagna. Secondo i rispettivi esecutivi, Assad si sarebbe macchiato di un grave crimine e ci sarebbero addirittura le prove di un suo coinvolgimento nell’uso di armi chimiche contro i civili a Douma. Dal canto suo, invece, la Russia rimane alleata della Siria e il presidente Vladimir Putin annuncia la propria contrarietà ad eventuali ritorsioni anti Assad. Per Mosca è necessario provare il coinvolgimento del governo siriano e aprire un’inchiesta internazionale.

Gli obiettivi colpiti durante il bombardamento di Usa, Francia e Gran Bretagna (Alberto Bellotto)
Gli obiettivi colpiti durante il bombardamento di Usa, Francia e Gran Bretagna (Alberto Bellotto)

Il 14 aprile, però, gli Usa rompono gli indugi. Assieme a Francia e Gran Bretagna bombardano alcuni siti governativi e diverse basi siriane. Si tratta, però, di un intervento limitato a queste aree, che non ha alcun seguito. A Douma, nel frattempo, gli islamisti iniziano ad arrendersi.

Proprio nelle ore in cui da Washington si minaccia l’intervento armato, a Douma si arriva ad un accordo mediato da Russia e Turchia. I miliziani dell’Esercito dell’islam vengono trasportati a Jarabulus ed in altre aree a nord di Aleppo. Le ultime sacche di resistenza a Douma vengono così rotte e l’esercito può riappropriarsi della città.

L’8 aprile l’accordo entra in vigore. Il 10 dello stesso mese, invece, termina l’evacuazione dei ribelli. Contestualmente, il governo siriano annuncia la liberazione di Douma. Con questa battaglia, Assad chiude tre partite: quella di Douma, quella della Ghouta e, più in generale, quella per la sicurezza della capitale Damasco.