La battaglia di Tripoli

La battaglia per la presa di Tripoli inizia nella notte tra il 3 ed il 4 aprile 2019, a seguito dell’avanzata dell’esercito guidato da Khalifa Haftar verso la capitale. Obiettivo dell’operazione è quello di prendere la città ed inglobarla nei territori già posseduti dagli uomini di Haftar in Cirenaica e nel Fezzan. Lo scontro, che inizialmente sembra essere a favore unicamente del generale, appare molto duro e vede la risposta delle milizie fedeli al governo di Fayez Al Sarraj.

Tripoli, come il resto della Libia, non appare controllata da un’unica entità statale dall’ottobre del 2011, da quando cioè cade definitivamente il regime di Muammar Gheddafi, rais per 42 anni. Da allora nessuna forza riesce a sostituirsi al potere dell’ex leader della rivoluzione in sella dal 1969. Dopo diversi tentativi volti a ritrovare unità, la Libia cade sempre più nel caos. Nelle elezioni del 2014 viene eletto un parlamento in cui la maggioranza appare in mano ad esponenti laici, scalzando i partiti vicini ai Fratelli Musulmani. Tale assise dovrebbe insediarsi a Bengasi, che però nel frattempo cade in mano a milizie jihadiste. Il parlamento si stanzia a Tobruck, mentre a Tripoli prende piede la formazione “Alba libica“, vicina ad ambienti della fratellanza. Ne nasce una contrapposizione che spacca ancora di più la Libia. In Cirenaica intanto, il generale Haftar, ex membro dell’esercito di Gheddafi ed in esilio da diversi anni, mette assieme alcune milizie per lanciare la cosiddetta “operazione Dignità” contro gli islamisti.

Le sue forze vengono poi denominate “Libyan National Army” (Lna) ed il parlamento di Tobruck le riconosce come le uniche in grado di poter essere considerate come un vero e proprio esercito libico. Le truppe di Haftar conquistano buona parte della Cirenaica, fino ad entrare a Bengasi nel 2017 ed a Derna nell’estate del 2018. Forte di questi successi militari, che lo pongono anche in condizioni di vantaggio sotto il profilo politico, Haftar nel gennaio 2019 avanza nel Fezzan, la regione meridionale della Libia. Appare quindi solo questione di tempo prima che il generali punti verso la capitale. Qui dal 2016 risulta insediato un consiglio presidenziale che ha il compito di traghettare il paese verso l’uscita dalla fase di transizione. Il consiglio è presieduto da Fayez Al Sarraj, che è anche capo del governo.

Pur tuttavia, tale organo non ha un esteso controllo del territorio. Al contrario, esso appare appoggiato da una serie di milizie, tra cui quelle di Misurata, che però faticano ad avere il ruolo di vera e propria autorità. Riconosciuto dall’Onu e da molti paesi europei, in primis l’Italia, il governo di Al Sarraj è ancora in sella quando Haftar decide di lanciare l’operazione per la presa di Tripoli.

I movimenti di truppe dell’Lna che dal sud della Libia risalgono verso la Tripolitania, costituiscono il primo segnale del via alla battaglia per la presa di Tripoli. La prima cittadina a cadere, nella notte tra il 3 ed il 4 aprile, è quella di Gharyan. Si tratta di una località distante 120 km dalla capitale, testa di ponte per Haftar verso la città. Le prime ore di battaglia sono tutte a favore dell’Lna: le forze guidate dal generale nel giro di due giorni arrivano alla periferia della capitale.

Si combatte soprattutto nella zona dell’aeroporto di Qasr Bin Gashir, lo scalo che nel 2014 viene distrutto durante altri combattimenti ma che pur se non operativo appare comunque strategico sotto il profilo militare. Qui confluiscono diverse milizie, soprattutto di Misurata, che creano un primo importante sbarramento alle forze di Haftar. Il generale da Bengasi parla di operazione anti terrorismo, Al Sarraj da Tripoli invece parla di “tradimento” e “crimini contro l’umanità”. La capitale libica si avvia così a vivere il suo fatale destino di guerra.

Come detto, il generale Haftar può contare su quello che viene definito come Libyan National Army strutturato quindi come un vero e proprio esercito. Ma al suo interno la composizione appare molto variegata. Vi sono in primis alcuni elementi delle vecchie forze di sicurezza di Gheddafi, reintegrate all’interno delle truppe fedeli ad Haftar. Non mancano poi elementi ed appoggi tribali: il generale, in particolare, può godere del sostegno politico e militare di milizie vicine alle più importanti tribù della Cirenaica. A queste si affiancano anche alcuni gruppi del Fezzan e clan della Tripolitania: l’appoggio dei primi è vitale per garantirsi il controllo del sud della Libia, tra le tribù tripolitane invece che sostengono Haftar vanno annoverate quelle di Zintan, Sabratha e della Settima Brigata di Tarhouna.

Dall’altro lato invece, Fayez Al Sarraj come detto non dispone di un vero e proprio esercito. A difendere Tripoli dalle avanzate di Haftar sono milizie confluite nel cosiddetto “Gna” (Government of National Accord). Alcune di queste dipendono dal ministero dell’intero guidato da Fathi Bishaga e sono stipendiate dal governo. Tra di esse, spiccano le forze di autodifesa di Tripoli (conosciute con la sigla “Rada”), al loro fianco diverse milizie della capitale e gruppi armati più autonomi. Ma a fare la voce grossa in questo contesto, sono le milizie di Misurata. Si tratte delle stesse che nel 2011 scovano ed uccidono a Sirte Muammar Gheddafi. Si calcola che a Misurata ci siano più di duecento milizie attive, molte di loro ben armate ed addestrate, oltre che con sulle spalle le esperienze sul campo maturate contro Gheddafi nel 2011 e contro l’Isis nel 2016.

Infografica di Alberto Bellotto

Con il passare dei giorni, la guerra per la presa di Tripoli assume sempre più l’aspetto di una guerra per procura in cui ad essere in primo piano è il duello tra le potenze regionali. Un conflitto quindi interno al mondo musulmano e che trae le sue principali origini nelle rivalità insite tra i paesi del Golfo. Khalifa Haftar infatti, dal 2015 risulta appoggiato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti. I due rispettivi governi riforniscono di armi, mezzi e soldi l’Lna messo in piedi dal generale. Pochi giorni prima dell’inizio dell’offensiva di Haftar, lo stesso leader del Libyan National Army si reca a Riad dove riceve appoggio e sostegno da parte di Re Salman e del principe ereditario Muhammad Bin Salman. Dunque anche l’Arabia Saudita dà appoggio all’offensiva di Haftar.

Dall’altro lato invece, il governo di Fayez Al Sarraj ha al suo interno diversi esponenti dei Fratelli Musulmani. Quest’ultimi sono internazionalmente appoggiati da Qatar e Turchia. Doha in particolare, è rivale dei sauditi per l’influenza nel Golfo, l’appoggio che questo piccolo ma ricco emirato dà ad Al Sarraj è da intendersi in contrapposizione allo stesso asse saudita. Ecco perchè è possibile parlare di una guerra per procura alle porte di Tripoli. Negli ultimi giorni, dalla Turchia arrivano mezzi ed armi per rinforzare le milizie che sostengono Al Sarraj. In generale, l’afflusso di armi per l’una o l’altra parte dagli altri paesi mediorientali appare notevole ed indica una possibile escalation del conflitto.

Per quanto riguarda l’Europa invece, Italia e Francia riconoscono il governo di Al Sarraj, ma al tempo stesso dialogano con Haftar. Il generale, in particolare, viene descritto come vicino a Parigi e sostenuto direttamente od indirettamente dall’Eliseo. L’Italia invece ha sempre appoggiato Al Sarraj, in primis per tutelare i suoi interessi in Tripolitania. Roma ha anche un contingente di 300 uomini a Misurata, i quali curano soprattutto un ospedale da campo impiantato durante la guerra all’Isis. Da qualche mese a questa parte però, l’Italia dialoga anche con il generale Haftar.

Dal canto loro, Stati Uniti e Russia invece appaiono più defilate. Washington riconosce il governo di Al Sarraj, al tempo stesso però pochi giorni dopo l’avvio dell’operazione su Tripoli il presidente Trump chiama Haftar per riconoscergli un importante ruolo nella lotta al terrorismo. Mosca invece appoggia esplicitamente il generale Haftar, anche se non sembra pienamente coinvolta nel dossier libico.

Già dalla fine di Gheddafi emergono forti sospetti di presenze islamiste in Libia. Gruppi di terroristi si formano soprattutto in Cirenaica, con milizie legate sia alle sezioni africane di Al Qaeda che all’Isis. Ovviamente la guerra scoppiata alle porte di Tripoli acuisce i timori circa infiltrazioni jihadiste nel paese e nella capitale. 

Gruppi integralisti vengono segnalati alla periferia della più grande città libica, specialmente lungo il fronte principale della guerra. In particolare, si parla di Ansar Al Sharia Bengasi, gruppo che per diverso tempo occupa gran parte del capoluogo della Cirenaica, così come di altre formazioni integraliste. Un altro gruppo temibile, è quello della brigata Al Sumud guidata dal misuratino Salah Badi. Tali fazioni vengono segnalate come vicine al governo di Al Sarraj o comunque nemiche del generale Haftar.

Anche quest’ultimo però non appare esente dalla presenza islamista, come testimonia l’affiliazione all’Lna delle brigate dei madkeliti, ossia un ramo del salafismo a cui lo stesso Haftar apparterrebbe.

Il conflitto alle porte di Tripoli non vede né vincitori e né vinti. A fronte di un’intensità importante delle battaglie, che causano dallo scorso 4 aprile migliaia di sfollati e centinaia di vittime tra i civili, nessuna forza riesce a prevaricare sull’altra. In particolare, l’esercito di Haftar avanza fino a 25 km dal centro conquistando anche l’aeroporto, ma non riesce ad andare oltre. Dall’altro lato, le milizie rimaste fedeli ad Al Sarraj riescono a difendere la città dall’Lna ma non sembrano avere la forza di riprendere il territorio tripolitano che hanno prima del 4 aprile.

Un vero e proprio stallo dunque, che rischia di durare per diverso tempo. Ciò che più preoccupa è il repentino allontanamento politico tra le parti dopo lo scoppio del conflitto, una circostanza che rende molto difficile un’azione diplomatica volta a far concordare almeno una tregua tra Al Sarraj ed Haftar. Per tal motivo, lungo il fronte a sud di Tripoli, continuano a susseguirsi gli scontri che vedono l’impiego sia di armi pesanti che dell’aviazione: sia il Gna che l’Lna usano infatti aerei e droni per bersagliare obiettivi militari e bombardare postazioni nemiche.

L’impossibilità di avanzare militarmente da parte di entrambe le fazioni e la difficoltà nell’intavolare nuovamente una discussione di natura politica, appaiono come ostacoli per il momento insormontabili per un ripristino di una situazione di normalità. In molti ipotizzano una possibile ripresa dell’escalation anche alla luce degli annunci sia di Haftar, che parla di avvicinamento dell’ora zero per la nuova offensiva, che del capo del governo Al Sarraj.