Le tappe della battaglia di Aleppo: così Assad ha ripreso la città

Aleppo è una delle città più antiche che la civiltà conosca. Città d’arte, mosaico di diverse etnie e religioni, Aleppo in età moderna è stata soprannominata anche “la capitale del nord“, alludendo al fatto che essa è la più importante città del nord della Siria.

Dal 2012 al 2016, Aleppo ha vissuto una delle più cruenti e distruttive battaglie della  guerra civile siriana: la città è stata quasi completamente rasa al suolo, soprattutto in alcuni quartieri e, adesso, lotta per  riprendere la sua normalità. La guerra ad Aleppo ha provocato migliaia di morti e, per quasi cinque anni, ha cancellato vita e quotidianità dal suo territorio.

Le cronache di marzo 2011 non riportano grandi attività anti governative ad Aleppo: se è vero che la Siria, così come molti Paesi della regione, sta attraversando una fase difficile dovuta alle proteste che hanno dato vita alla “primavera araba“, è altrettanto vero che Damasco ed Aleppo non vedranno un repentino aumento della tensione.

All’inizio del 2011, nelle due città più importanti della Siria si registrano però diverse manifestazioni, sia filo che anti governative.

Tra le metropoli siriane, soltanto  Homs e  Hama sembrano in qualche modo coinvolte nell’ondata di proteste e tensione partita a marzo 2011. Aleppo, nel complesso, rimane tutto sommato molto tranquilla. La città, infatti, è il cuore commerciale dell’economia e l’economia gira bene. Non c’è insoddisfazione nei confronti di Damasco.

La sua enorme area industriale, al pari dell’attivismo in campo culturale ed universitario, hanno sempre fatto di Aleppo una città prospera. L’unico problema è dovuto all’aumento della popolazione e alla gestione delle risorse.

L’inferno per Aleppo inizia il  19 luglio 2012: in quel giorno, diverse unità dell’ Esercito Siriano Libero entrano in città e, sfondando dai quartieri di  Ṣalāḥ al-Dī, Sakhur e Haydariyya, riescono ad abbattere le prime linee di difesa dell’esercito.

Bisogna premettere che, in quel luglio del 2012, la Siria è già abbondantemente immersa nella catastrofe della guerra civile. Gli scontri tra governative ed Esercito siriano libero si cominciano a registrare a novembre, nelle zone tra Idlib e Homs. A cavallo degli ultimi mesi del 2011 e i primi del 2012, i ribelli riescono a conquistare terreno sia nella stessa Homs che nel nord del Paese.

In questo modo, Aleppo si ritrova improvvisamente vicina ai primi veri fronti aperti della guerra civile.  Proprio dalle zone a nord della metropoli siriana, cominciano ad arrivare alcuni gruppi in grado di sfondare le difese governative. L’esercito rimasto fedele a Bashar Al Assad rimane sorpreso sia dalla rapidità delle mosse attuate dall’Esercito siriano libero che dalla contemporanea operazione anti governativa a Damasco.

I primi giorni di battaglia vedono dunque l’Esercito siriano libero avanzare all’interno della città, con i ribelli in grado di raggiungere anche alcuni quartieri limitrofi al centro storico. Aleppo inizia così a convivere quotidianamente con la guerra. Le strade diventano trincee. La popolazione comincia ad avere davvero paura.

L’impressione è che il governo di Assad possa capitolare da un momento all’altro: in quel luglio del 2012, sia Damasco che Aleppo sono sotto attacco e i ribelli sono in procinto di scontrarsi con le ultime difese governative che difendono le più importanti città del Paese.

La conquista della cittadina di  Anadan, poco a nord di Aleppo, segna un altro punto a favore dell’Esercito siriano libero: i governativi rimasti in città vengono circondati e i ribelli ottengono nuove vie di rifornimento nel nord del Paese.

Aleppo non vive una rivoluzione, ma un vero e proprio incubo: viene conquistata l’area industriale di  Sheik Najjar, insieme ad altre zone strategiche sia a livello militare che economico. Dal confine turco cominciano ad arrivare diversi mezzi per sottrarre ogni genere di oggetti dall’area industriale. Molti iniziano a parlare di un  vero e proprio saccheggio.

La situazione si fa drammatica dopo i continui attacchi all’ospedale Al Kindi. Questa struttura sanitaria della zona settentrionale di Aleppo è un’eccellenza della città: qui vengono curati i malati di cancro provenienti da ogni parte del Paese e, grazie a questo ospedale, molti siriani hanno evitato di affrontare viaggi della speranza per curarsi all’estero e in Europa.

L’ospedale Al Kindi si trova al centro di una collina strategica: chi la controlla ha la possibilità di attaccare o difendere i quartieri settentrionali della città. Nonostante la sua importanza,  l’ospedale comincia ad essere bersagliato nell’estate del 2012 e viene colpito da granate e missili. L’Al Kindi deve chiudere. I malati vengono trasferiti.

A presidiare la struttura rimangono decine di soldati dell’esercito siriano che mirano a non far cadere la collina in mano nemica: i governativi rimangono assediati all’interno dell’Al Kindi per undici mesi.

Soltanto nel maggio del 2013,  grazie all’uso di un camion bomba guidato da un kamikaze, gli insorti riescono ad espugnare la collina di Al Kindi. Un’intera ala dell’edificio crolla in seguito all’esplosione. Molti soldati vengono uccisi mentre quelli catturati verranno, poco dopo, sommariamente giustiziati.

Ad effettuare il lungo assalto contro l’ospedale Al Kindi non sono i ribelli siriani, ma un gruppo di ceceni che hanno raggiunto la Siria per combattere contro Bashar al Assad. Non a caso, il verrà ricordato come l’anno dell’autostrada della jihad.

In poche parole, Aleppo assiste ad una costante invasione di terroristi stranieri che mettono a ferro e fuoco la città: a farne le spese è anche la grande  moschea degli Omayyadi, saccheggiata di molte delle sue opere ed il cui minareto viene fatto saltare in aria nell’aprile del 2013.

Nonostante l’arrivo di rinforzi, soprattutto dai gruppi terroristici, i ribelli non riescono a conquistare tutta la città. L’esercito regolare riesce a rispondere e a rilanciare diversi contrattacchi. La battaglia di Aleppo entra così in una fase di stallo.

I quartieri in mano all’esercito di Assad vengono assediati: tra Aleppo e Damasco non esiste più, ad inizio 2013, alcun collegamento terrestre. I soldati governativi resistono, soprattutto grazie a numerosi ponti aerei:  da Damasco partono diversi voli per consegnare viveri e munizioni alla popolazione assediata.

La cittadella di Aleppo, simbolo della metropoli siriana, è di fatto, il confine tra la zona in mano ad Assad e quella occupata dagli islamisti. Poco più a nord, nel quartiere curdo di Sheik Maqsood la milizia  Ypg si sostituisce all’esercito nel controllo della zona e nella difesa dei cittadini curdi dall’avanzata islamista.

A metà del 2013, gran parte di Aleppo si presenta in mano ai ribelli. I governativi controllano infatti solo il 40% della città. È a questo punto che si inizia a parlare di divisione in Aleppo ovest (controllata da Assad) e Aleppo est (in mano agli islamisti). A dividere questi fronti non c’è alcun muro fisico, ma solo autobus e oggetti di ogni tipo accatastati per creare barriere e trincee in piena zona urbana.

Allo stallo nella battaglia urbana, fa da contraltare l’infuriare dei combattimenti nelle campagne circostanti Aleppo. In particolare, nella primavera del 2013, l’esercito decide di passare al contrattacco nella periferia sud della metropoli. L’intento è quello di unire le zone occidentali di Aleppo, in mano governativa ed assediate dai ribelli, all’aeroporto internazionale: lo scalo infatti, seppur assediato, è saldamente sotto il controllo lealista. L’avanzata delle truppe fedeli ad Assad è lenta ma costante: nell’estate del 2013, la conquista della scuola d’artiglieria e del vecchio cimitero spianano di fatto la strada al ricongiungimento delle due zone di Aleppo in mano governativa.

È forse questa la prima vera svolta della battaglia di Aleppo: i quartieri occidentali vengono riforniti di armi, cibo e munizioni che arrivano tramite gli aerei in aeroporto. Non è un caso se, dopo la chiusura della “cintura” meridionale di Aleppo, le truppe governative riescono per la prima volta a prendere l’iniziativa in tutta la periferia est della città.

Dall’aeroporto, situato alle spalle dei quartieri orientali in mano ai ribelli, partono gli attacchi che permettono all’esercito di avanzare verso la zona industriale di Sheik Najjar: anche se i governativi non riescono a guadagnare nulla all’interno della cinta urbana di Aleppo, adesso controllano però gran parte della campagna ad est della metropoli siriana, compreso ovviamente l’aeroporto ed alcune arterie di collegamento fondamentali. Negli anni successivi,  queste conquiste territoriali si riveleranno decisive per fermare l’avanzata dell’Isis.

La riconquista delle aree rurali ad est di Aleppo verrà ultimata e perfezionata tra gli ultimi mesi del 2013 e l’inizio del 2014. Nel novembre 2013 si registra un’altra svolta importante, questa volta poco più a sud di Aleppo: il primo di quel mese, infatti, l’esercito annuncia la conquista della città di  Safira. Si tratta di una località strategica che permette il ricongiungimento delle aree governative con la strada che costeggia il lago Al Joboul. Di fatto, da questo momento in poi, Aleppo torna ad avere continuità territoriale con il resto della Siria: i rifornimenti da Damasco e da altre zone del Paese possono giungere nella metropoli siriana via terra.

Tutto ciò consente un sensibile miglioramento delle condizioni di vita nei quartieri in mano governativa e più aiuti alle truppe governative impegnate nella battaglia.

I due schieramenti sembrano assediarsi a vicenda: da un lato, all’interno di Aleppo città, i governativi sono assiepati nei quartieri occidentali, contando sugli approvvigionamenti che vengono dai territori conquistati a sud nel 2013 e, al tempo stesso, sul controllo delle arterie verso l’aeroporto. Dall’altro lato invece, i ribelli hanno in mano i quartieri orientali di Aleppo e possono usufruire delle vie di rifornimento che da nord collegano queste zona con il resto della provincia ed Idlib. Inoltre, nelle campagne ancora più ad est del centro urbano, come detto dalla fine del 2013 vi è la presenza dei governativi in avanzata dall’aeroporto.

È uno stallo che contrassegnerà il fronte di Aleppo per almeno due anni. Ma la staticità dei fronti, non corrisponde affatto ad una staticità dei combattimenti e della guerra. Entrambe le zone di Aleppo sono sottoposte alla scure del conflitto: le zone orientali convivono con i bombardamenti dell’aviazione governativa che prova a stanare i quartier generali islamisti, quelle occidentali invece devono far fronte al lancio di missili o di ordigni a volte anche improvvisati da parte dei terroristi.

Gli scambi di colpi d’arma da fuoco, leggera e pesante, tra le trincee improvvisate in pieno centro urbano è praticamente costante e quotidiano. In Aleppo città la battaglia diventa una guerra di posizione, con i fronti fermi e con uno stallo che nessuna delle parti sul campo riesce a scalfire.

Le condizioni per la popolazione sono terribili: i rifornimenti di cibo e medicine vengono ridotti all’osso, con prezzi alle stelle e molte famiglie costrette a vendere gli averi per acquistare i viveri. A questo, bisogna aggiungere i problemi legati alla sicurezza: come detto, sia le zone sotto controllo governativo che quelle occupate dagli islamisti sono esposte a bombardamenti e colpi d’arma pesante, ogni mese muoiono decine di civili colpiti accidentalmente da bombe e missili.

Va a stento anche l’energia elettrica: l’Isis, come detto, non è riuscito ad avanzare fino ad Aleppo città ma è comunque riuscito ad occupare le campagne orientali della provincia, prendendo anche la centrale elettrica vicino l’assediata base militare di Kuweires. L’approvvigionamento elettrico ed idrico appare dunque limitato, in città ci si arrangia per come possibile con sistemi improvvisati o di fortuna. A tutto questo, bisogna aggiungere anche i danni economici: distrutte le industrie, azzerato il turismo e chiusi molti uffici, la gente non ha più un lavoro e l’unico obiettivo di giornata appare quello di sopravvivere alle intemperie del conflitto. In generale, la vita in questi anni ad Aleppo appare come congelata e sospesa, la gente cerca solo come può di sopravvivere.

In tutto ciò, sono gravi anche i danni fisici inferti alla metropoli siriana: monumenti distrutti o saccheggiati, l’antico mercato e la Medina danneggiati, interi quartieri spopolati e rasi al suolo dai combattimenti. L’aspetto di Aleppo è quello di un girone dell’inferno.

Sul piano militare, la battaglia per la città riceve impulso dall’intervento russo iniziato il 30 settembre 2015. L’aviazione di Mosca inizia a dare manforte a quella siriana nei raid contro le postazioni islamiste, ma le prime vere novità arrivano ancora una volta dalle campagne che circondano Aleppo e non dal centro urbano.

Tra l’ottobre ed il novembre 2015, infatti, l’esercito governativo riprende l’iniziativa a sud e ad est di Aleppo: nel primo caso, i soldati avanzano contro i miliziani del fronte Al Nusra e riescono a liberare numerosi villaggi e ad avvicinarsi all’autostrada M5, la stessa che in tempo di pace garantiva i collegamenti tra Aleppo e Damasco. Ad est della metropoli invece, le truppe di Assad avanzano contro l’Isis e riescono a sollevare dall’assedio la base militare di Kuweires e a riconquistare la centrale elettrica. Si crea dunque, con queste azioni, una vasta zona cuscinetto delle zone governative sia a sud che ad est di Aleppo.

Un’altra importante svolta, sempre fuori dalla cinta urbana aleppina, si ha il 3 febbraio 2016: l’esercito, infatti, avanzando dalla zona industriale di Sheikh Najjar, riesce a togliere l’assedio alle cittadine sciite di Nubl e Zahraa, circondate dalle milizie islamiste dal luglio 2012. Un successo, quest’ultimo, che oltre a mettere in salvo definitivamente migliaia di famiglie testimonia un lento ma costante cambiamento dei rapporti di forza all’interno della battaglia di Aleppo.

Nell’economia del conflitto siriano, prendere Aleppo vuol dire mettere le mani su una grossa probabilità di vittoria nella guerra. Per l’esercito siriano avere la questione aleppina ancora aperta determina ingenti investimenti in mezzi e risorse da dirottare faticosamente in città, così come vuol dire anche avere migliaia di uomini impegnati nella metropoli.

Ecco il motivo per il quale Damasco, a partire dall’aprile 2016, accelera i piani per la definitiva riconquista di Aleppo. Le avanzate a nord della città permettono ai governativi di avvicinarsi molto al perimetro urbano occupato dagli islamisti e, soprattutto, alle arterie che facilitano i rifornimenti per i ribelli.

Dopo un’intensa serie di bombardamenti, le truppe siriane iniziano ad avanzare verso Aleppo proprio da nord: l’obiettivo a quel punto è quello di ricucire le distanze tra gli avamposti dei governativi risalenti da Sheik Majjar e quelli presenti nei quartieri occidentali. Riuscire in un’impresa simile significa trasformare i possedimenti islamisti ad Aleppo in una mera “sacca” circondata dalle truppe regolari.

Per questo motivo, l’esercito inizia a puntare i propri obiettivi sulla Castillo Road, la tangenziale nord di Aleppo. Settimana dopo settimana, le truppe conquistano porzioni di territorio avvicinandosi sempre di più ai quartieri occidentali. La svolta arriva il 27 luglio 2016: i soldati provenienti dalla Castillo Road incontrano gli avamposti curdi di Sheik Moshood e, poco dopo, anche i reparti impegnati nella difesa dei quartieri occidentali. Per la prima volta dal 2012, i governativi si trasformano definitivamente da forza assediata a forza assediante.

Dell’offensiva iniziata il 19 luglio 2012 da parte dei ribelli rimane a quel punto soltanto la sacca che ingloba i quartieri orientali di Aleppo. Tra i quadri siriani, per la prima volta emerge con forza ottimismo sulle concrete chance di recupero della città.

Come prevedibile, la reazione delle fazioni islamiste appare immediata: già il 31 luglio inizia infatti un feroce contrattacco, che ha come obiettivo la rottura dell’assedio. Al Nusra, Ahrar Al Sham e ciò che resta dell’Esercito siriano libero chiamano a raccolta migliaia di miliziani da Idlib: si combatte nelle zone meridionali di Ramousah, del quartiere 1070, così come nei pressi della scuola di artiglieria. Gli islamisti mettono in campo tutto ciò che hanno: vengono utilizzati armi pesanti e leggere, missili ed ordigni rudimentali, inoltre si assiste anche all’impiego di kamikaze a bordo dei camion lanciati contro le prime linee governative.

Il contrattacco sembra avere successo: gli islamisti infatti il 6 agosto annunciano l’apertura di un corridoio tra le linee governative ed il ricongiungimento con i quartieri orientali di Aleppo. Ma l’assedio in realtà non verrà mai sollevato: le truppe governative mantengono il controllo del fuoco sullo stretto corridoio aperto dai ribelli. Ciò impedisce l’arrivo di rifornimenti nelle zone occupate dagli islamisti e consente all’aviazione di bersagliare costantemente i miliziani presenti in zona.

A quel 6 agosto, segue un mese di battaglie cruente ed intense: russi e siriani bombardano, gli islamisti provano a sfondare, ma alla fine le truppe di Damasco riescono nell’intento di chiudere nuovamente (e questa volta definitivamente) in una sacca i possedimenti islamisti. Il 4 settembre l’esercito siriano annuncia l’inizio dell’assedio ai quartieri orientali. La battaglia di Aleppo ha ormai preso una direzione ben precisa.

Nel settembre 2016, nelle zone controllate dagli islamisti, si stima abitino circa 250mila aleppini: in caso di battaglia urbana, la carneficina sembra inevitabile. Con l’inizio dell’assedio, si cerca dunque di trovare una via diplomatica per far evacuare quanti più civili possibili. Il 12 settembre entra in vigore una tregua dopo un accordo tra Russia ed Usa: nei quartieri governativi e in quelli islamisti per circa una settimana non spara più un colpo e si può procedere anche alla distribuzione di aiuti umanitari.

Pochi giorni dopo, però, i rapporti tra Mosca e Washington si incrinano nuovamente: un bombardamento, definito accidentale, della coalizione a guida Usa a Deir Ezzor uccide quasi cento soldati siriani. Siria e Russia decidono dunque di riprendere le ostilità: per la prima volta dal 2012, le truppe lealiste avanzano nelle zone orientali. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, vengono recuperati i quartieri di Handarat e altre zone del nord della sacca islamista. Significativa e simbolica è anche la riconquista di ciò che rimane dell’ospedale Al Kindi.

Si avanza da nord, ma ad ottobre l’esercito avanza anche dalla zona dell’aeroporto: sfiancate da bombardamenti e dall’assenza di rifornimenti, le difese islamiste iniziano a cedere vistosamente. L’ultimo contrattacco ribelle è datato il 28 ottobre 2016, ma l’esercito siriano ne annuncia il respingimento già nei primi giorni di novembre. Proprio nella prima decade di novembre, entra in vigore una tregua che ha come obiettivo la formazione di corridoi umanitari per i cittadini residenti nella zona est di Aleppo.

Successivamente, l’esercito torna ad avanzare sempre da nord conquistando importanti quartieri quali Hanano, Jabal Badro e al-Sakhur. La sacca islamista viene divisa in due grazie alle simultanee avanzate da est. Sono queste le settimane cruciali della battaglia di Aleppo: adesso il conflitto è realmente tornato nella schiera urbana, si torna anche a combattere nel centro storico e nei dintorni della cittadella.

Il mese di dicembre si apre così con ulteriori avanzate governative, con gli islamisti oramai accerchiati che, il 7 dicembre, decidono di abbandonare la zona del mercato e della Medina, oltre che i quartieri limitrofi alla cittadella. In poche parole, per la prima volta dal 2012 il centro storico di Aleppo torna a non avere più barriere e trincee.

La battaglia si sposta dunque nelle ultime roccaforti dei quartieri orientali della città. Dopo diversi giorni di bombardamenti, il 12 dicembre a cadere sono le zone di Bustan e Sheikh Saeed: oramai, la sacca islamista di Aleppo è ridotta al 5% rispetto alle dimensioni che aveva ad inizio settembre.

La totale liberazione di Aleppo era quindi solo questione di giorni. Gli ultimi bastioni islamisti sono quelli di Sakkari e di Al Ansari Sharki, ma i miliziani sono circondati e senza possibilità di rifornimenti. Il 15 dicembre viene dunque annunciata una tregua: Russia e Turchia intraprendono un’opera di mediazione volta alla fuoriuscita delle ultime sigle jihadiste da Aleppo.

L’accordo viene raggiunto: i miliziani potranno lasciare la città indenni e verranno trasportati ad Idlib. Gli autobus, generalmente utilizzati per il trasporto pubblico in tempo di pace, iniziano a fare la spola con la provincia roccaforte islamista. La sera del 22 dicembre le forze armate siriane annunciano ufficialmente la fine dell’evacuazione e la ripresa integrale della città. Nel giorno dell’antivigilia di Natale del 2016, dunque, termina la battaglia di Aleppo.

La città quel giorno si risveglia distrutta, devastata, con gran parte delle sue infrastrutture impraticabili e con situazioni in alcuni casi degne dei peggiori scenari apocalittici. Per la prima volta in quattro anni, però, Aleppo si ritrova nuovamente unita, senza improvvisate barriere tra i vari quartieri e con la prospettiva, ad armi silenti, di iniziare subito la ricostruzione.

Oggi Aleppo è una città che mantiene ben evidenti ancora le ferite del conflitto, ma è tornata ad essere una metropoli normale: la vita torna pian piano a far capolino nelle scuole, negli uffici riaperti, nei primi ristoranti tornati operativi nel centro storico. Primi cantieri sono all’opera per il restauro dei monumenti danneggiati, così come per il ripristino integrale dei servizi di erogazione elettrica ed idrica. Ci potrebbero volere dai 10 ai 15 anni per ultimare la ricostruzione, ma almeno la popolazione adesso vive senza il fardello dei rumori dei colpi d’artiglieria o dei raid. Con l’aeroporto tornato anche funzionante a livello commerciale, la città si sta riappropriando dei propri contatti con il resto del Paese e, in parte, del Medio Oriente.

Sotto un profilo prettamente militare, la vittoria governativa ad Aleppo è fondamentale: migliaia di soldati, infatti, sono stati dispiegati in altre aree del Paese, consentendo l’avvio della riconquista del deserto ai danni dell’Isis già nell’estate 2017. Con Homs già recuperata nell’aprile 2014, il controllo di Aleppo, per Assad, ha voluto significare molto anche sotto il profilo politico.

Nel giro di tre anni Aleppo ha ripreso a vivere: senza più l’incalzante ombra del conflitto, è stato possibile restaurare la cittadella, così come lo storico mercato antico pesantemente distrutto durante le fasi più calde della battaglia. Negozi, locali, attività, uffici e scuole hanno riaperto in gran parte dei quartieri, comprese nelle zone orientali rimaste fino alla fine in mano islamista nel 2016.

Tuttavia, la vita degli aleppini è stata condizionata da due elementi che hanno impedito la definitiva rinascita del territorio: la mancanza di diretti collegamenti con Damasco, per via dell’occupazione dell‘autostrada M5 da parte dei miliziani, e la presenza nelle immediate periferie occidentali di numerosi gruppi islamisti. Questi ultimi, anche se non hanno mai attaccato Aleppo, in alcuni casi hanno però minacciato di colpire con razzi ed altri ordigni i quartieri occidentali.

La situazione è drasticamente cambiata all’inizio del 2020. A fine gennaio infatti, l’esercito è riuscito ad avanzare nel sud della provincia di Idlib grazie alla conquista di Maarat Al Numan. Da allora è iniziata una veloce risalita lungo l’autostrada M5 che ha portato, il 7 febbraio, alla riconquista della strategica cittadina di Saraqib, ultima grande località di Idlib prima di Aleppo. Contestualmente, dai quartieri occidentali aleppini le forze governativa hanno ripreso a spingere contro le milizie islamiste. Queste ultime, decimate dai raid dell’aviazione russa e siriana dei giorni precedenti e costrette ad inviare rinforzi verso Idlib, sono apparse allo sbaraglio ed impossibilitate a difendersi.

In tal modo, l’esercito è potuto avanzare nella periferia occidentale e la conquista del quartiere di Rashideen ha significato anche la definitiva ripresa dell’intera autostrada M5. Un episodio quest’ultimo che ha rappresentato il preludio della svolta che ha allontanato per sempre la guerra da Aleppo: il 16 febbraio infatti, le truppe governative sono riuscite a respingere lontane di oltre 30 km le milizie islamiste che erano ancora presi a ridosso delle periferie occidentali aleppine. Un’avanzata repentina, che ha permesso la definitiva messa in sicurezza della città.

Con l’autostrada M5 interamente in proprio possesso e con Aleppo lontana dai fronti di guerra, sia la metropoli siriana che l’intero paese adesso possono iniziare seriamente a pensare alla ricostruzione.

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