Il massacro di Nanchino: storia di un olocausto dimenticato

Due anni prima che Adolf Hitler invadesse la Polonia, nel 1937, l’Asia assaggiava il primo, violentissimo antipasto della Seconda Guerra Mondiale: il massacro di Nanchino. In una Cina allo sbando, frammentata e contesa dalle potenze coloniali, l’esercito imperiale giapponese, che nel 1931 si era inglobato la Manciuria senza incontrare troppe difficoltà, era pronto a marciare da Nord a Sud. L’obiettivo: conquistare l’ex Impero di Mezzo.

Il 7 luglio 1937, con il pretesto di un incidente con le truppe locali avvenuto sul ponte di Marco Polo, non distante da Pechino, i giapponesi dettero il via alla loro discesa verso le terre del sud. Shanghai cadde sotto i colpi dell’armata dell’imperatore Hiroito. A quel punto gli invasori giapponesi risalirono il fiume Yangtze e, il 13 dicembre 1937, fecero breccia nella città di Nanchino. Una città antica, piena di storia, elegante. Ma soprattutto rilevante, perché i nazionalisti cinesi, guidati da Chiang Kai Shek, l’avevano issata a capitale nazionale.

Forse a causa della strenua resistenza incontrata a Shanghai, le forze armate giapponesi decisero di marciare su Nanchino, tappa da molti storici considerata non militarmente rilevante ai fini dei piani nipponici. Il governo nazionalista di Kai Shek si era nel frattempo trasferito a Chongqing. La vecchia Nanjing (alla lettera “capitale del sud”) era letteralmente abbandonata a se stessa, senza alcun piano di evacuazione per i civili. La Cina non si arrese e il Giappone ordinò l’extrema ratio: radere al suolo Nanchino senza fare prigionieri.

I giapponesi, rievocano le ricostruzioni dell’epoca, non ebbero pietà. In otto settimane gli occupanti si scatenarono incendiando e distruggendo gran parte di Nanchino. Non c’è uniformità sul numero delle vittime (molti corpi furono gettati nel fiume Yangtze o finirono dispersi), anche se le stime più affidabili parlano di circa 260mila civili cinesi uccisi – o meglio: massacrati senza pietà – e oltre 20mila donne stuprate, tra cui madri, anziane e bambine. Il tutto in un centro urbano che all’epoca contava una popolazione formata da un milione di abitanti. Calcolatrice alla mano, quello che sarebbe passato alla storia come il massacro di Nanchino, in proporzione superò il bilancio di tragedie ben più note, come quella di Dresda o Hiroshima.

Soltanto in Cina, per mano giapponese, l’olocausto asiatico provocò dalle 14 alle 20 milioni di vittime. Il doppio della Shoa nazista. Tra le testimonianze dell’epoca, spicca quella di un corrispondente del New York Times in fuga da Nanchino: “Mentre partivo per Shanghai assistetti all’esecuzione di 200 uomini in soli 10 minuti”. Il Tribunale per i Crimini di Guerra di Tokyo ha stimato che in sei settimane fossero state uccise 200mila persone nei modi più atroci, anche se altri fonti sostengono che la cifra esatta superi le 300mila unità.

Secondo alcuni report, a Nanchino andarono in scena contest con la spada indetti dagli ufficiali giapponesi. Chi avesse ucciso più rapidamente 100 cinesi avrebbe ricevuto una ricompensa militare. La gara, se così vogliamo definirla, fu riportata nei giornali nipponici come se fosse un banale evento sportivo. Lo storico Yoshiaki Yoshimi, come sottolineato dall’Agi, descrisse che il Giappone istituì 2mila centri in tutta l’Asia che coinvolgevano circa 200mila comfrot women da Cina, Corea, Filippine e altre nazioni. Non mancano storie di ragazze cinesi stuprate 37 volte e bambine di undici anni abusate per diversi giorni.

Accanto agli abusi perpetuati dalle truppe imperiali giapponesi, spiccano altri episodi violentissimi. I documenti del Nanking Massacre Project, Women Under Siege e Nanking citano bestialità degne di film dell’orrore. La lista è tanto lunga quanto angosciante: versare acido sui prigionieri; cannibalismo; decapitazioni; infanticidi; famiglie costrette all’incesto e alla necrofilia, sepolte con il busto fuori per essere bruciate vive o attaccate dai cani.

Alcuni studiosi si sono concentrati su un aspetto agghiacciante. Proprio come avvenuto nel caso dell’olocausto nazista, anche a Nanchino i carnefici ritenevano di compiere gesti del tutto “normali”. La “normalità” degli occupanti, unita alla loro cultura dell’epoca, impregnata di una evidente superiorità razziale, che riduceva le vittime a non umani, ha trasformato il massacro di Nanchino in uno degli episodi più brutali e vergognosi della storia.

Come ricostruito dalla giornalista Iris Chang nel testo The Rape of Nanking, non tutti i militari giapponesi erano convinti di radere al suolo Nanchino. Almeno un generale tentò di opporsi, proponendo una sorta di politica di alleanze con gli abitanti locali in vista di una occupazione a lungo termine. Idea interessante, ma troppo dispendiosa in termini di tempo e risorse economiche. Passò quindi la linea dura, durissima.

Nonostante diverse zone d’ombra, confutazioni (da parte dei giapponesi) e controversie, l’autrice del suddetto libro ha dalla sua prove abbastanza evidenti. Negli archivi del Dipartimento di Stato Usa l’autrice ha rinvenuto un telegramma intercettato nel 1938 da Tokyo, firmato dall’allora ministro degli Esteri nipponico Koki Hirota. Queste le parole testuali: “Testimoni oculari attendibili e lettere di individui la cui credibilità non è sospetta offrono le prove che il nostro esercito si è comportato in modi che ricordano Attila e gli unni”.

Aveva scritto uno dei libri più pungenti, dettagliati e strazianti sullo stupro di Nanchino. Il titolo del testo, The Rape of Nanking, uscì per la prima volta nel 1997. Divenne presto un best seller mondiale, visto che fu la prima opera che, dopo sessant’anni di silenzi, omertà e bugie, aprì un varco nella storia rivelando uno dei crimini più atroci contro l’umanità. L’autrice, Iris Chang, storica sino-americana, il 9 novembre 2004 è stata ritrovata esanime a bordo della sua automobile bianca a Los Gatos, nei pressi della Silicon Valley californiana. Sul suo corpo c’era una ferita di arma da fuoco. Per gli inquirenti, nessun dubbio: suicidio.

Chang era giovane, aveva appena 37 anni. Aveva raggiunto un successo precoce grazie al suo libro, che ricostruiva minuziosamente il massacro di centinaia di migliaia di civili cinesi. Quel libro, il primo in lingua inglese a denunciare simili atrocità, finì al centro di numerose controversie, soprattutto in Giappone, dove da molti è stato rifiutato.

La giornalista motivò la stesura dell’opera dalla necessità di denunciare gli orrori, per decenni rimasti taciuti, e dai quali i suoi familiari riuscirono miracolosamente a scampare. In seguito, probabilmente per via dello stress causato dalle cruente tematiche trattate, Chang cadde in depressione. Fino al tragico suicidio. Il giornalista George Will, premio Pulitzer nel 1977, sottolineò l’importanza delle ricerche realizzate da Miss Chang in merito al massacro di Nanchino: “Un evento quasi completamente dimenticato prima che Iris Chang lo mettesse al centro del suo libro”.