Il D-Day, il giorno più lungo

Francia, 6 giugno 1944. Allo scoccare della mezzanotte, un brusio diffuso riempie i cieli della Manica, il tratto di mare che separa l’Inghilterra di Winston Churchill dalla “Fortezza Europa” che Adolf Hitler, nonostante brucianti sconfitte su altri fronti, tiene ancora sotto il suo giogo. Sono centinaia gli aerei da trasporto che volano in formazione ed esibiscono ampie strisce bianche e nere dipinte di fresco sulle ali – le “invasion stripes”. Alcuni trainano alianti, altri trasportano fantocci di cotone cui è stata assegnata la missione “speciale” di confondere il nemico. La maggior parte è carica di paracadutisti: inglesi, canadesi e americani, tutti in attesa della “luce verde” – il segnale che darà il via al lancio sull’entroterra della penisola del Cotentin. Saranno i primi soldati alleati a invadere la Normandia nel D-Day. Il “giorno più lungo”, come lo aveva definito il feldmaresciallo Erwin Rommel, comandante in capo delle forze di occupazione tedesca insieme al generale Von Rundstedt, e uomo a cui Hitler affidò il delicato compito di riorganizzare la difesa del cosiddetto “Vallo atlantico”, la rete di fortificazioni costiere costruite lungo tutta la costa dell’Europa nord-occidentale per respingere ogni tentativo d’invasione. Secondo Rommel, la volpe del deserto, il più raffinato stratega del secondo conflitto mondiale, tutto si deciderà nelle prime 24 ore dall’inizio delle operazioni di sbarco. Operazione che gli alleati hanno già mostrato di saper condurre con successo, in Nord Africa e sopratutto nel Sud dell’Italia.

Se l’enorme spedizione militare guidata dal generale americano Dwight D. Eisenhower verrà inchiodata sulla “spiagge”, sarà una carneficina, e gli Alleati dovranno rinunciare alla partita. La pressione sul fronte orientale, dove i tedeschi combattono con l’Armata Rossa, non verrà alleggerita come desiderato da Stalin, e il fronte potrebbe reggere chissà quanto ancora. Ma se invece riusciranno a conquistare e tenere una testa di ponte che consentirà di portare a termine uno sbarco in forze, sarà il preludio della fine per il Terzo Reich.

Pianificata e rimandata per settimane, l’Operazione Overlord è destinata di rimanere nella storia come la più grandi invasione anfibia che sia stata mai tentata.

L’obiettivo è strategico: sbarcare uomini e mezzi dove le fortificazioni del Vallo Atlantico sono più deboli e le guarnigioni meno preparate per fissare una testa di ponte, cogliendo i tedeschi di sorpresa – dato che gli strateghi di Hitler si aspettano uno sbarco nei pressi del Passo di Calaise per questo vi concentrano come riserve divisioni corazzate e gli uomini migliori, per fare in modo che il nuovo tentativo d’invasione si concluda in una strage sulla spiaggia come quella avvenuta durante il raid su Dieppe nel 1942, catastrofico tentativo di sbarcare di un contingente anglo-canadese che causerà la morte del 97% della forza di spedizione.

Le operazioni di sbarco – Operazione Neptune – avverranno martedì 6 giugno, D-Day, giorno prescelto dopo una serie di rinvii causati dal maltempo per dare il via all’operazione. Una forza di spedizione che conta ben sei divisioni di fanteria, verrà portata al largo delle coste della Normandia dalle grandi navi da trasporto truppe, e sbarcata in due diversi “settori”: il settore americano, che ha come obiettivi le spiagge denominate in codice Utah e Omaha; e il settore anglo-canadese, che ha come obiettivi le spiagge denominate Sword, Juno e Gold. In mezzo a loro, due battaglioni di Rangers americani assalteranno una scogliera alta 30 metri che si estende per 6 chilometri: Point du Hoc, dove sono piazzati grandi d’artiglieria in bunker di cemento armato che non vengono nemmeno scalfiti dai bombardamenti aeronavali, e che da soli possono precludere ogni possibilità di successo dello sbarco.

Nella notte precedente allo sbarco, tre divisioni aviotrasportate e diversi reggimenti di commandos, atterreranno in Normandia su paracadute e alianti, per distruggere batterie d’artiglieria, far saltare in aria e conquistare ponti (come quello sul fiume Orne), prendere strade e snodi chiave nell’entroterra come la cittadina di Sainte-Mère-Église al fine di facilitare le operazioni anfibie e assicurare che la testa di ponte possa essere “tenuta”. Una volta rinforzata la forza d’invasione, gli obiettivi successivi diventeranno le cittadine di Caen, Bayeux e Saint-Lô,  la strada per Falaise e Cherbourg: vero obiettivo strategico che avrebbe consentito agli Alleati di aver un porto con acque profonde necessario per sbarcare uomini, mezzi e rifornimenti.

Quando Rommel venne incaricato di supervisionare i lavori di fortificazione del Vallo Atlantico, le coste di Danimarca, Germania, Olanda e del Nord della Francia erano già un linea invalicabile fatta di cemento armato, filo spinato e ostacoli anti-carro. Le spiagge erano una distesa di mine antiuomo, poste sotto il tiro incrociato dei bunker che accoglievano pezzi d’artigliere campale e nidi di mitragliatrici. Ogni tentativo di sbarco in un tratto di spiaggia ben fortificato si sarebbe concluso in una carneficina che non avrebbe visto arrivare nemmeno un soldato oltre la battigia. Un mezzo da sbarco, fosse stato per la fanteria o per i tank, avrebbe dovuto evitare le mine marine, i cosidetti “asparagi di Rommel” (pali di legno invisibili con la marea che potevano danneggiare gravemente gli scafi), le mine sulla spiaggia, i cavalli di frisia, i denti di drago e il filo spinato: il tutto sotto il tiro letale di cannoni da 75 e 88 mm, le cui canne spuntavano dalle feritoie dei bunker ben camuffati tra scogliere e vegetazione. Ai pochi superstiti, avrebbe pensato il tiro incrociato delle mitragliatrici.

Tuttavia, il tratto di costa della penisola del Conentin, e soprattuto le zone indicate dai diversi servizi informazioni alleati (che si fregiavano delle collaborazione di numerosi spie), essendo ben distanti dall’area nella quale gli strateghi tedeschi si attendevano “l’invasione”, erano meno fortificate, anche rispetto a tratti della costa bretone. E dunque in attesa di essere rinforzate nonostante la mancanza di uomini e mezzi.

A difesa di questo settore, erano inoltre solo tre divisioni, la 352ª, la 709ª e la 716ª. Delle quali solo una poteva essere ritenuta all’altezza del compito. Due delle succitate, infatti, erano composte da soldati anziani, ritirati dal fronte orientale, e di mercenari dell’est che erano stati arruolati con la forza. Le divisioni di panzer venivano tenute nella retroguardia, per poter convergere, una volta confermato lo sbarco, nella zona operazioni.

Se le prime battute del D-Day sono andate a buon fine, il merito è di uomini, spie, agenti doppiogiochisti, membri della resistenza francese, e di un eclettico gruppo di attori, scenografi, pubblicitari, ingegneri e tecnici del suono in uniforme.

Ossia coloro che misero in scena uno dei più grandi inganni della storia militare, l’operazione Fortitude, rendendosi protagonisti di una serie di azioni di depistaggio che finirono con il convincere l’alto comando tedesco che lo sbarco in Normandia fosse solamente un’azione diversiva. Per renderlo possibile, un esercito fantasma di carri armati di legno, aeroplani gonfiabili poggiati sulle piste e fantocci volanti, venne animato da appena mille uomini in carne e ossa della 23ª Divisione Truppe Speciali per imbrogliare i generali di Hitler, e convincerli che gli Alleati sarebbero sbarcati a Calais.

Dalla mezzanotte alla prime luci dell’alba, oltre 20mila paracadutisti e 135mila uomini della fanteria invadono la Normandia. I primi pathfinders, le avanguardie delle divisioni aviotrasportate che devono “illuminare” le zone di lancio, poggiano i piedi sulla Francia occupata allo scoccare dell’ora. La prima ondata di fanteria che vede i portelloni dei mezzi da sbarco abbassarsi davanti a una pioggia di proiettili, mette piede sulla spiaggia alle 6.30. Sono gli americani a Omaha. Gli inglesi sbarcheranno un’ora dopo incontrando scarsa resistenza. Novemila di loro trovano la morte già il primo giorno; sulla spiaggia, sotto il fuoco della contraerea, nelle incursioni per conquistare i ponti e nelle zone di lancio sbagliate. Un intero reggimento di paracadutisti della 82° divisione piomba nel bel mezzo di Sainte-Mère-Église per errore. Ne sopravviveranno pochi. Uno di loro, un giovanotto dell’Illinois che rispondeva al nome di John Steele, solo per un singolare colpo di fortuna: il suo paracadute si impiglia nelle guglie del campanile che spicca in mezzo alla piazza. Salvandogli la vita.

Al termine delle prime 24 ore gli obiettivi prefissati sono stati conquistati e tenuti. Quello che era il D-day, gergo militare anglosassone per chiamare ogni data d’inizio di un’operazione, è trascorso. All’alba del giorno seguente, Rommel può confermare la convinzione secondo la quale tutto sarebbe dipeso dal “giorno più lungo”: e la vittoria è degli Alleati.

 

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