Come per capire le origini e le ragioni della guerra in Ucraina è necessario rammentarsi de La grande scacchiera e della Rivoluzione arancione, così si deve parlare di un figuro rispondente al nome di Igor Girkin per comprendere l’insorgenza filorussa nel Donbas esplosa all’indomani di Euromaidan.
Politicante, fedelissimo di Vladimir Putin, col quale peraltro condivide la provenienza dal mondo dei servizi segreti, Girkin è stato uno dei registi della grande sollevazione separatistica nel Donetsk ed è in seguito diventato uno dei protagonisti della guerra in Ucraina del 2022-23. Questa è la sua storia.
Igor’ Vsevolodovič Girkin nasce a Mosca, il 17 dicembre 1970, all’interno di un contesto familiare molto vicino al Partito Comunista dell’Unione Sovietica, plasmato da valori conservatori e proveniente da una lunga tradizione militare.
Lettore avido, che trascorre le giornate nelle biblioteche storiche e militari di famiglia, Girkin si forma in un istituto moscovita di nicchia, l’Università statale di umanistica, e partecipa, negli anni universitari, a gruppi studenteschi per revanscisti e nostalgici dell’età monarchica. Comunista di facciata, per ragioni di sopravvivenza fisica e politica, Girkin sarebbe stato in realtà un fervente detrattore del progetto sovietico ed un nazionalista con tendenze di destra.
Tra il 1989 e il 1993, mentre frequenta l’università, Girkin mette la firma su alcuni articoli del quotidiano Zavtra, ideologicamente a destra, ed è in prima fila nell’organizzazione di eventi culturali di sensibilizzazione, ma all’epoca controversi, come mostre, esposizioni e letture sull’Armata bianca. Più fonti lo indicano, inoltre, nel corso del 1992, sui teatri di guerra transnistriano e bosniaco nelle vesti di combattente volontario.
Quello che è certo, indiscrezioni a parte – alimentate da lui stesso –, è che Girkin, all’indomani della laurea, abbandona il percorso sino ad allora seguito con passione, la storia, per entrare nelle forze armate. E qui, forse aiutato dall’esperienza acquisita tra Tiraspol e Sarajevo, le sue qualità risaltano presso i superiori e gli consentono di fare carriera piuttosto velocemente.
Ciò che farà nei ruggenti anni dell’era Eltsin, dal coinvolgimento nella prima guerra cecena al contributo ad operazioni ibride nel Caucaso meridionale, gli servirà a posteriori. Securocrate circondato da coltri di nebbia, che avrebbe servito nel neonato Fsb e che avrebbe scritto sotto pseudonimo su giornali propagandistici destinati alle comunità russofone dello spazio postsovietico, Girkin è l’uomo che Putin chiamerà al Cremlino nel 2000
La seconda guerra cecena e la guerra in Georgia saranno i banchi di prova della relazione Putin-Girkin. Sfide che il militare supera con successo, partecipando nel primo caso alle campagne di terra bruciata attorno a Șamil Basaev, Ibn al-Khattab e Abu Walid e nel secondo caso alla cristallizzazione dello scollamento di Abcasia e Ossezia meridionale dalla Georgia.
Esperto di operazioni ibride, ex 007, veterano di guerre irregolari, patriota convinto, ovvero affidabile, Girkin è l’uomo di cui Putin sa di aver bisogno e sul quale sa di poter contare per affrontare adeguatamente la competizione strategica con gli Stati Uniti. Che nel 2014, naufragato definitivamente il celebre “reset” di Barack Obama e Dmitrij Medvedev, lo condurrà in Ucraina.
Nel 2014, mentre l’Ucraina nordoccidentale è in rivolta contro Viktor Janukovyč, rivolta destinata a diventare rivoluzione colorata, il Cremlino dispiega inizia a dispiegare i famigerati “omini verdi” tra Donetsk, Lugansk e Crimea. L’obiettivo di Mosca è chiaro: salvare il salvabile, replicando il formato già collaudato tra Moldavia e Georgia del “focolaio russofono”.
Girkin viene messo a capo delle operazioni nella penisola crimeana, che verrà catturata manu militari nell’arco di due mesi, febbraio e marzo, e successivamente annessa legalmente a mezzo referendum. Securizzata la Crimea, avamposto indispensabile nel quadro del mantenimento di una presenza egemonica nel Mar Nero, le attenzioni di Mosca vengono riorientate verso Donetsk e Lugansk, unici due oblast’ in cui ha avuto successo il modello del focolaio.
Girkin, il cui prestigio tra gli addetti ai lavori è aumentato sensibilmente grazie alla presa fulminea della Crimea, viene trasferito nel Donbass. È sempre il 2014. Messo al comando di un battaglione irregolare, composto da professionisti e volontari di varie origini – ceceni, turkestani, ucraini –, l’ex 007 dalle mille risorse comincia la sua personale campagna del Donbas con un blitz cinematografico in alcuni siti-chiave di Sloviansk.
Aprile 2014. Mentre procede l’avanzata dei separatisti filorussi tra Donetsk e Lugansk, Girkin entra nella lista nera dei servizi segreti ucraini, lo Sbu, in quanto da essi ritenuto responsabile dell’uccisione di un loro agente e del brutale omicidio di un politico ucraino, Volodymyr Rybak, vittima di indicibili torture. Di lì a breve, in maggio, Girkin viene investito della titolarità del Ministero della Difesa dell’autoproclamata repubblica di Donetsk.
Luglio 2014, il mese della caduta in disgrazia. Prima la caduta di Sloviansk, a seguito di duri combattimenti, in mani ucraine. Poi, nella giornata del 17, l’abbattimento del Malaysia Airlines 17: 298 morti. I separatisti negano ogni addebito, gli ucraini anche, ma è un segreto di Pulcinella che il missile terra aria sia partito dai territori del Donetsk sotto controllo dei primi.
Il Cremlino difende i separatisti in pubblico, ma in privato avvia un repulisti punitivo per la strage di innocenti che non può che portare acqua nel mulino di Kiev e alleati. Il primo a pagarne le conseguenze, cadendo nell’oblìo, è proprio Girkin, che il mese successivo viene allontanato dalla Difesa e riassegnato a mansioni non meglio specificate. Per la televisione statale russa, più che vittima di una ritorsione, l’ex 007 avrebbe scelto di staccare la spina, complice l’assedio mediatico seguito alla tragedia, e di prendersi una vacanza. Riapparirà in Russia qualche mese dopo.
Nei mesi successivi al caso MH17 esplode il caso Girkin. L’intelligence ucraina e le agenzie occidentali si mettono sulle sue tracce, perché tutto sembra indicare che sia scomparso dal Donbass e alcune voci vorrebbero che fosse stato eliminato dal Fsb a causa delle presunte responsabilità nell’abbattimento del volo MH17.
Ma Girkin non è morto. È vivo e vegeto. Ha fatto ritorno nella sua città natale, Mosca, dove vivrebbe nella dimora di famiglia e lavorerebbe come capo della sicurezza di un ricco imprenditore, Konstantin Malofeev, che vanta l’appartenenza alla cerchia putiniana. Gli piace rilasciare interviste, dialogare con la stampa, parla dei suoi progetti politici e lancia occasionalmente delle frecciatine in direzione del Cremlino, del quale critica l’apparente disimpegno dal Donbass e la virata verso uno stato di polizia.

Le prese di posizione antiputiniane subiscono un’interruzione il 24 febbraio 2022, giorno uno della grande guerra d’Ucraina, che coincide col ritorno in scena del Girkin di sempre. L’ex 007 apre un canale su Telegram per coprire lo svolgimento della cosiddetta operazione militare speciale, di cui sostiene l’indispensabilità, e si contraddistingue rapidamente per le critiche rivolte agli apparati decisionali della Difesa.
Un falco genuino, o semplicemente un potente megafono del partito della guerra, Girkin figura tra le prime voci a favore di una mobilitazione, parziale o generale. È un grande sostenitore della delegittimazione dell’Ucraina, che definisce “la cosiddetta”. Ed è tra coloro che agitano lo spettro dell’escalation atomica, chiedendo a più riprese il lancio di armi nucleari tattiche, e che vogliono dare l’esempio alla cittadinanza, da qui la decisione di recarsi sul teatro di guerra nell’ottobre 2022.
Nei mesi successivi al ritorno nelle terre ucraine, forse influenzato dal carisma di Evgeny Prigozhin, il volto del Gruppo Wagner, Girkin riprende il vecchio abito degli attacchi al Cremlino. Non perché ne sia un oppositore, ma perché, proprio come Prigozhin, non ne condivide il modo di gestire il conflitto, definito troppo soft.
Nei giorni successivi al misterioso ammutinamento del gruppo Wagner, che per alcuni analisti sarebbe stato un vero e proprio tentativo di golpe, Girkin finisce nell’occhio del ciclone per aver invocato la sostituzione di Putin. Per il Cremlino è una linea rossa: il silovik viene rintracciato e messo agli arresti con l’accusa di estremismo. La caduta di un piccolo principe che aveva provato a sfidare lo Zar.
