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Hybrid Warfare. Che cos’è la guerra ibrida

Guerra /

“La guerra non è che la continuazione della politica con l’aggiungersi di altri mezzi”. La ben nota massima dello stratega prussiano Karl von Clausewitz rappresenta in modo estremamente sintetico la definizione che meglio calza per spiegare cosa sia la Hybrid Warfare (Guerra Ibrida).

Ultimamente, sempre più spesso e a volte a sproposito, si sente parlare di questa forma di conflitto come se fosse qualcosa di nuovo, ma in realtà il concetto di Guerra Ibrida è qualcosa di conosciuto da tempo negli ambienti militari.

Nella sua accezione contemporanea, la Hybrid Warfare comincia a essere teorizzata nella prima metà degli anni ’90, come vedremo a breve, ma giova, ai fini della nostra trattazione, fornire un panorama storico/politico di lungo periodo per capire come si sia giunti alle moderne forme di conflitto ibrido e come esso dipenda strettamente dai principi della Guerra Asimmetrica.

La Seconda Guerra Mondiale viene unanimemente considerata il vero punto di svolta nella definizione di un conflitto moderno: le guerre formalmente dichiarate, con scambi di dichiarazioni tra le diplomazie, cessano di esistere dalla fine di quello scontro globale e pertanto assumono contorni più sfumati, asimmetrici, irregolari, grazie al terreno fertile stabilito dalla divisione in blocchi contrapposti (la Guerra Fredda) che cristallizza la possibilità di uno scontro convenzionale su grande scala a causa del possesso di arsenali nucleari, che si paventava (e si paventa ancora se pur drammaticamente in modo diverso) sarebbero stati usati in caso di conflitto aperto.

Stati Uniti e Unione Sovietica si affrontano “altrove” rispetto all’Europa, dove passava la “linea del fronte”, ovvero in conflitti in Paesi terzi, non allineati, in Medio Oriente, Africa, America Latina, Estremo Oriente sfruttando quelli che oggi vengono definiti proxy nel quadro della Guerra Asimmetrica: attori locali, statuali e non, che combattevano sostenuti politicamente e direttamente dai due contendenti globali.

I due schieramenti (Usa/Nato e Urss/Patto di Varsavia) perseguivano cioè i propri obiettivi strategici (l’indebolimento dell’avversario e il possibile collasso del suo sistema) in modo indiretto, non attribuibile, sfruttando quindi organismi e organizzazioni non propriamente combattenti (Cia e Gru) da cui dipendevano gli attori locali che di volta in volta veniva usati o che agivano direttamente “dietro le linee nemiche”.

A ben vedere questo meccanismo comincia prima: già nella Prima Guerra Mondiale erano state sviluppate unità speciali d’assalto che venivano impiegate dietro le linee del fronte in azioni di sabotaggio, mostrando il primo embrione di attitudine a operare in modo irregolare, che maturerà nel conflitto successivo quando le formazioni partigiane saranno uno degli strumenti dei Paesi Alleati per sconvolgere la retroguardia dell’Asse e da usare ad hoc per preparare il terreno per operazioni militari (ad esempio per l’operazione Overlord).

La propaganda, in quegli anni, era invece il mezzo politico per cercare di minare la fiducia del nemico, e combinata con l’attività di spionaggio, sabotaggio e coordinamento delle forze partigiane ha rappresentato il primo nucleo dottrinale di quella che diventerà poi la moderna Guerra Ibrida.

Gli anni ’90 del secolo scorso vedono la fine di un mondo diviso nelle logiche dei blocchi contrapposti ma non la cessazione dei conflitti. Restando nel nostro “vicinato”, oltre al conflitto nei Balcani, esplodono guerre nell’estero vicino russo animato da sentimenti di indipendenza.

Tra di essi la Cecenia ha rappresentato un caso di studio che ha evidenziato la necessità di riformulazione della Hybrid Warfare: sono le forze separatiste cecene ad aver messo in pratica una nuova forma di questo tipo di contrasto, riuscendo a mettere in seria difficoltà la Russia, esattamente come l’Iraq, anni dopo, ha rappresentato il prototipo di guerra ibrida messa in pratica da attori non statuali per gli Stati Uniti.

Nasce così la “scuola americana” per la Hybrid Warfare che viene intesa come multidimensionale e poggiante su 4 pilastri fondamentali: attori coinvolti (mercenari, terroristi, agenti domestici), mezzi (armi convenzionali, sperimentali e di uso comune), tattiche (azioni convenzionali, legittime, illegittime, guerriglia, terrorismo, propaganda) e moltiplicatori (guerra psicologica, informatica, informativa, sfruttamento reti sociali, estorsione, cyberterrorismo).

Però a metà di quel decennio, dall’altro capo del mondo, qualcuno aveva teorizzato, se pur in modo prettamente filosofico, la nuova Guerra Ibrida. Si tratta dei generali cinesi Wang Xiangsui e Qiao Liang che pubblicano il saggio “Guerra senza limiti” (Unrestricted Warfare) mettendo nero su bianco per la prima volta la teoria di una guerra moderna mirata a stravolgere i canoni convenzionali di un conflitto, unica modalità possibile, per la Cina di allora, di contrastare una superpotenza come gli Stati Uniti.

Il soldato, il carro armato, perfino l’agente segreto, diventano parte marginale di uno scontro che si perpetra attraverso tutti gli strumenti possibili, leciti e illeciti: da quello diplomatico a quello informativo passando per, ad esempio, la manipolazione del mercato azionario. La guerra, quindi, non è più appannaggio di personale “in divisa”, ma si sfuma in molteplici dimensioni, dove il ricorso al soldato, usato in modo convenzionale, è solo l’ultima ratio.

I due generali cinesi, lasciando trapelare tutta la base filosofica propria della loro cultura (Sun Tzu), affermano che si deve “combattere la guerra adatta alle armi di cui disponiamo”, cioè ricercare la tattica ottimale per le armi che si dispongono, e “costruire armi idonee alla guerra”, vale a dire prima stabilire le modalità di combattimento, poi sviluppare le armi.

Si tratta di una rivoluzione, la cui portata è stata meglio compresa e sviluppata dalla Russia rispetto all’Occidente, anche per una questione strettamente legata alla cultura, alla storia e alle tradizioni di quel Paese. Sempre nel 1995, proprio dalle parti di Mosca, il generale Machmut Achmetovic Gareev pubblica il saggio “If war comes tomorrow? The contours of future armed conflict” che contribuisce a lanciare – e svecchiare – la visione del warfare russo verso quella che viene definita Political Warfare, o Guerra Ibrida. Egli sposta il classico concetto di “difesa di profondità” che si basa sulla distanza fisica che divide un opponente all’altro, verso una teoria più ampia, identificabile come Information Warfare, che però ha un’accezione diversa rispetto a quella occidentale avendo una postura prettamente strategica e con uno spettro d’azione a 360 gradi. Il generale Gareev, cioè, preconizza che le guerre del futuro devono essere (anche) condotte sul piano della propaganda e della disinformazione mirata, che sono utili per agire sia sulla società civile, minandone la fiducia nel sistema nazionale o creando disordini pubblici, sia sulle forze armate in generale, indebolendone la struttura con un impegno costante. Quindi non più un conflitto aperto, dichiarato, che implicherebbe una difesa convenzionale (in profondità) ma una provocazione costante, “invisibile”, attuata su più fronti per fratturare il tessuto sociale avversario, la sua economia, la sua sicurezza e capacità di controllo politico. Una guerra “indiretta” (o non-contact) che comprende “attacchi di precisione senza contatto diretto contro uno Stato e i suoi sistemi di controllo militari, le sue comunicazioni, la sua economia” come descritto da un contemporaneo di Gareev, il generale Vladimir Slipcenko.

Abbiamo detto che l’occidente ha “faticato” di più per comprendere la rivoluzione in atto, ma non per questo non ha utilizzato metodologie di Hybrid Warfare. Essendo risultato vincitore della Guerra Fredda, e avendo quindi uno strumento potentissimo dato dal sistema capitalista, lo ha sfruttato per cercare di ottenere gli stessi risultati. Dagli anni ’90 in poi, infatti, l’economia e il mercato vengono utilizzati come veri e propri “strumenti bellici” per ottenere gli stessi risultati della Guerra Ibrida di formulazione cinese o russa. Sanzioni economiche, istituzione di dazi, svalutazioni di monete nazionali ad hoc, perfino la penetrazione culturale o l’attività illecita finanziaria di società operanti nelle borse mondiali, o di Ong (Organizzazioni Non Governative) vengono usate come strumento per ottenere un fine strategico simile, se non sovrapponibile, a quello delineato dalla dottrina russa o cinese, tanto che è possibile parlare di “operazioni militari diverse dalla guerra”.

Del resto proprio gli Stati Uniti hanno usato le sanzioni internazionali, gli embarghi, con estrema disinvoltura nel corso della loro storia per raggiungere i loro obiettivi di politica estera senza dover ricorrere a una guerra guerreggiata, anche se, è bene ricordarlo, questa attività può determinare un conflitto aperto (vedere il caso giapponese nella Seconda Guerra Mondiale). Ancora una volta si “combatte” con le armi di cui si dispone.

A febbraio del 2013 il generale Valery Vasilyevic Gerasimov pubblica su Voenno-Promyshlennyj Kuryer (traducibile come “il corriere militare-industriale”) l’articolo, ormai arcinoto, “The value of science is in the foresight: new challenges demand rethinking the forms and methods of carrying out combat operations” che dettaglia ulteriormente il modello di Hybrid Warfare precedentemente messo a punto da Gareev e Slipcenko aggiungendo un mix di componenti diplomatiche, pressione economica e politica e altre ingerenze non militari (facendo tesoro quindi della metodologia occidentale) per riuscire ad annientare il nemico.

Per il generale, allora capo di Stato maggiore della Difesa di Mosca, è l’aspetto politico quello che più incide nella guerra di nuova generazione ed è solo grazie alla sua formulazione che vengono per la prima volta nominati i corpi paramilitari e le Pmc (Private Military Companies) in modo aperto come strumenti essenziali di questa dottrina. In particolare la “Dottrina Gerasimov” individua sei fasi nello sviluppo e risoluzione dei conflitto tra Statio in cui si adottano metodi “non militari”:

  • La modellizzazione occulta dell’ambiente obiettivo
  • La pressione e l’escalation
  • Lo sfruttamento mediatico della crisi e l’isolamento dell’obiettivo con esercizio della deterrenza
  • L’intervento militare circoscritto
  • La de-escalation e la risoluzione del conflitto
  • La pacificazione

In questo piano, il generale Gerasimov valuta che il rapporto tra misure non militari e militari sia di 4 a 1.

In realtà la Hybrid Warfare così come la conosciamo oggi è dovuta a una estensione della “Dottrina Gerasimov” ad opera di due militari russi in pensione diventati accademici di alto livello: il colonnello Sergey Cekinov e il generale Sergey Bogdanov. Sono loro, infatti, a inserire elementi come l’uso strumentale delle Ong, quello dei media di ogni livello e dei social network, l’azione delle istituzioni culturali in loco, e di attori di alto profilo nel campo dell’ecologia, della guerra psicologica e dello spionaggio.

Recentemente stiamo assistendo a un ulteriore ampliamento degli strumenti di Guerra Ibrida: le ondate migratorie provocate ad hoc. Queste vengono usate sia per gettare discredito in ambito internazionale sui Paesi che le bloccano o tentano di farlo, minando nel contempo la stabilità interna facendo leva sui sentimenti “umanitari” della popolazione bersaglio, sia come strumento ricattatorio per ottenere condizioni favorevoli in campo commerciale oppure direttamente elargizioni di denaro.

Quanto accaduto in Ucraina nel 2014 rappresenta un caso di studio unico in quanto permette di confrontare un successo e un parziale insuccesso dell’applicazione della Hybrid Warfare russa, ormai considerabile come dottrina universale di Guerra Ibrida moderna.

Le sei fasi della “Dottrina Gerasimov” si possono condensare, per semplicità di narrazione, in tre: la preparazione al Political Warfare, l’attacco e la stabilizzazione.

Nel caso della Crimea il successo, determinato dall’avvenuta fase di stabilizzazione con relativa annessione unilaterale della penisola nella Federazione Russa, è stato raggiunto grazie a due fattori: la velocità con cui la Russia ha isolato la Crimea dal governo di Kiev, e lo sfruttamento di fattori sociali quali la supremazia economica dei suoi investimenti sul territorio (dove già era presente una exclave importante rappresentata dalla base navale di Sebastopoli) condita dal fattore sociale principale rappresentato dalla stretta vicinanza culturale della popolazione locale con quella russa.

Nel Donbass, invece, sebbene la fase preparatoria sia avvenuta in modo pressoché identico a quella messa in atto in Crimea, il fallimento della Hybrid Warfare russa (la regione, nonostante l’autoproclamazione di indipendenza delle repubbliche di Donetsk e Lugansk è ancora de facto attraversata da un conflitto congelato) è imputabile principalmente al non riuscito isolamento che ha permesso a Kiev di reagire in tempi molto più rapidi.

In ogni caso Mosca ha raggiunto un obiettivo tattico, che è quello di tenere in stallo la situazione non permettendo così ogni possibile ingresso in Europa e nella Nato dell’Ucraina, proprio in quanto alle prese con un conflitto la cui risoluzione sembra impossibile. Soprattutto la natura non attribuibile della minaccia, che si configura ufficialmente quindi come un’insurrezione interna, non permette all’Ucraina di appellarsi alle sue alleanze occidentali per la risoluzione del conflitto e inoltre pone Kiev nella condizione di non poter separarsi dalla Russia e guardare definitivamente a Occidente poiché il prezzo che dovrebbe pagare, la perdita della sua regione orientale, sarebbe troppo alto dopo quella della Crimea.

Una vittoria tattica, quella russa, che però non è affatto strategica: aver conquistato la Crimea, aver messo in stallo Kiev, significa in realtà che il Cremlino ha perso l’Ucraina, una delle sue due porte occidentali – insieme alla Bielorussia – che servono a garantire una “fascia di sicurezza” per proteggere da una possibile invasione il cuore pulsante della cultura e dell’economia russa, che si trova “al di qua” degli Urali.