Guerra d’Algeria: storia di un conflitto che ha cambiato i destini del mondo

Da quando riveste la carica di Presidente della Francia Emmanuel Macron ha cercato di far luce e affrontare a viso aperto la spinosa questione della guerra d’Algeria. Il conflitto che dal ’54 al ’62 ha infiammato il nord-Africa e che ha visto i cittadini algerini combattere contro l’allora madrepatria rimane tutt’oggi un tema sensibile che ancora divide l’opinione pubblica francese e con cui la Francia negli anni ha sempre fatto fatica ad arrivare a una resa dei conti storica e a una definitiva pacificazione in termini di memoria civile e anche politica. Per comprendere come mai, ancor oggi, a distanza di 66 anni dall’inizio di quella drammatica guerra, la questione algerina infiammi ancora gli animi e smuova le coscienze transalpine, oltre ad essere costante tema di narrativa e cinematografia, è necessario ripercorrere attraverso un’attenta analisi le fasi di quello che non è stato solo uno dei conflitti più feroci e sanguinari del ‘900 ma anche una tappa di rottura nella linea temporale della contemporaneità. E’ con la guerra d’Algeria infatti che si interrompe l’epoca degli imperi e prende il via quel processo storico chiamato decolonizzazione che getta in parte le basi del mondo che tutt’ora conosciamo e viviamo.

1954, neanche un decennio è passato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e il mondo è in ebollizione. Eisenhower è alla Casa Bianca e ha appena nominato Benjamin Oliver Davis Jr., un afroamericano, come generale dell’aviazione statunitense mentre nel Paese intanto imperversa il maccartismo. In Unione Sovietica i Gulag non sono ancora stati chiusi nonostante la morte di Stalin, in Cina, da cinque anni, i comunisti sono al potere, a Cuba è appena stato eletto Fulgencio Batista e la Francia intanto si lecca le ferite per la scottante e umiliante sconfitta in Indocina. A Parigi René Coty è all’Eliseo, Pierre Mendès France, l’umo che ha firmato la pace dopo la disfatta di Dien Bien Phu, è il presidente del Consiglio e Ministro degli Interni è il socialista François Mitterand. Oltralpe la stabilizzazione dei prezzi allontana lo spettro dell’inflazione e la ritrovata stabilità economica tranquillizza i francesi che vedono i naufragi coloniali e diplomatici come ordinarie vicissitudini politiche. Nelle librerie si esauriscono le copie de I Mandarini di Simone de Beauvoir, nelle sale cinematografiche ad ottobre vengono proiettati Grisbi di Jacques Becker, Vacanze Romane di William Wyler e Fronte del Porto di Eliza Kazan che consacra definitivamente Marlon Brando alla fama internazionale. Nessuno immagina nei caffè e nei bistrot di Parigi, Tolosa e Marsiglia che il primo novembre di quell’anno sarebbe iniziato un conflitto che in 8 anni avrebbe provocato la morte di un milione di algerini e di decine di migliaia di soldati francesi, la fine della IV Repubblica e l’inizio della V, l’esodo di milioni di persone e avrebbe dato inizio a una stagione di attentati e bombe in Francia e all’acuirsi del fanatismo religioso in Algeria. Nessuno lo immagina ma il 1 novembre 1954, una serie di esplosioni, attacchi armati e incendi nelle principali città algerine svegliano di soprassalto la Francia che, seppur incredula e nesciente, deve prendere atto del fatto che al di là del Mediterraneo il vento è cambiato: la guerra d’Algeria ha inizio.

L’Algeria diviene parte integrante della Francia dopo una conquista estremamente feroce iniziata nel 1830 e che si traduce in una confisca delle terre degli algerini musulmani. Al termine della presa militare si stabilisce in Algeria una grossa colonia di popolamento di cittadini francesi e, nel 1954, alla vigilia delle violenze, vivono sulle sponde africane del Mediterraneo, da generazioni, quasi due milioni di europei. Saranno chiamati pieds noirs, piedi neri, per via del fatto che indossano scarpe di cuoio a differenza degli algerini che girano per le strade e le campagne del Paese scalzi e con cucite sul corpo le piaghe della miseria. L’Algeria, sin dalla fine dell’800, non è amministrata dal Ministero delle Colonie ma risponde direttamente al Ministero dell’Interno e quindi, l’ipotesi di abbandonare un territorio che appartiene alla Francia da prima ancora dell’annessione della Savoia (1860), non viene nemmeno preso in considerazione dai leader politici e dall’opinione pubblica francese che vedono tra l’altro nei giacimenti di petrolio scoperti nel Sahara e nelle enormi distese desertiche utili per le sperimentazioni nucleari, un’ulteriore motivo di attaccamento alla regione. Ma così non è per i giovani rampolli della borghesia algerina che, mossi dai fremiti rivoluzionari che iniziano a infiammare il mondo, incantati dalle imprese degli uomini di Ho Chi Minh che hanno sconfitto i coloni francesi, attratti da un sentimento nazionalista che coniuga coesione nazionale e desiderio di resistenza allo straniero, decidono che è arrivato il momento di rivendicare l’indipendenza della propria terra e sostengono che solo una strategia di radicale rottura con la Francia, da compiersi attraverso la lotta armata, può condurre al loro obiettivo.

Gli attentati del primo novembre 1954 vengono rivendicati dal Fronte di Liberazione Nazionale. L’FLN è l’organizzazione che prende in mano le redini della guerra contro la madrepatria e inizialmente ne fanno parte sopratutto i figli della famiglie notabili algerine. Hocine Ait Ahmed, Larbi Ben M’Hidi, Mohamed Boudiaf, Krim Belkacem, Ahmed Ben Bella, i dirigenti dell FLN provengono da famiglie di proprietari terrieri, di guide spirituali, di commercianti e hanno il desiderio di bruciare le tappe e passare quanto prima all’azione. L’Islam è un fattore identitario che rafforza lo spirito nazionalista soprattutto tra gli attivisti che operano nelle aree rurali del Paese ma all’interno del movimento ci sono anche pensatori che appoggiano idee socialiste e laiche essendosi formati nelle università francesi dove sono entrati in contatto con gli ambienti della sinistra universitaria transalpina. Ma, più di tutto, a far da collante, è il risentimento nei confronti della Francia che in Algeria ha sempre attuato politiche discriminatorie nei confronti della popolazione locale e che ha represso nel sangue ogni richiesta di giustizia sociale come a Setif e Guelma nel 1945 quando oltre 6000 algerini sono stati uccisi dalle forze dell’ordine e dai soldati francesi che hanno sparato sulla folla che invocava l’indipendenza e sventolava le bandiere con la mezzaluna rossa su sfondo bianco e verde.

Parigi è sgomenta per gli attacchi compiuti dal FLN e la reazione dell’Eliseo non si fa attendere. All’indomani degli attentati Mitterand invia ad Algeri tre compagnie di CRS (Compagnie Republicaine de Securite), il corpo della polizia francese con funzioni antisommossa, 4 battaglioni di paracadutisti e le dichiarazioni dei leader transalpini sono tutte univoche. ”L’Algeria è francese e non ci sono possibilità di secessione”, dichiara Pierre Mendes France, ”Determinazione, fermezza e presenza’ ‘è quanto grida invece Mitterand, ma l’Eliseo sottovaluta la situazione e non si rende conto che tutto il Nord Africa si sta incendiando. A gennaio del 1955 il governo di Parigi elabora un piano per l’Algeria che prevede la creazione ad Algeri di una scuola d’amministrazione per favorire l’accesso degli algerini musulmani negli incarichi pubblici, la riduzione del divario tra i salari algerini e quelli francesi e la realizzazione di grandi lavori strutturali per sopperire alla mancanza, soprattutto nell’entroterra, di grandi infrastrutture. Nulla di tutto ciò viene realizzato dal momento che nel febbraio del ’55 il governo di Pierre Mendes France viene rovesciato. Jacques Soustelle, gaullista durante la guerra e oltranzista colonialista nell’anima, diventa il nuovo governatore dell’Algeria. Il neo premier cerca di comprendere il malessere della popolazione algerina e sostiene che le misure militari siano prive di qualsiasi valore se non accompagnate da manovre politiche, intanto però l’FLN si fa riconoscere alla conferenza di Bandung come rappresentante dell’Algeria ottenendo così appoggio e riconoscimento anche a livello internazionale e contemporaneamente il Parlamento francese vara, ignorando le ragioni e le visioni di Sosustelle, lo stato d’emergenza rafforzando i poteri dell’esercito e iniziando ad attuare deportazioni della popolazione. La rottura tra francesi e algerini è insanabile a questo punto e il conflitto non può che acuirsi e incrudelirsi. La guerra totale ha inizio.

Ad agosto 1955 migliaia di algerini insorgono e si lanciano all’assalto di Costantina, decine di francesi e algerini considerati collaborazionisti vengono massacrati, la repressione francese è brutale e il governo di Sosutelle prolunga il servizio militare per 180’000 congedabili e richiama 60mila riservisti. L’Algeria è in fiamme ma anche la politica interna in Francia è in una situazione critica. A febbraio del 1956 viene formato il nuovo governo a guida socialista, Guy Mollet è il nuovo presidente del consiglio, Robert Lacoste è il nuovo ministro dell’Algeria e l’Algeria viene divisa in tre zone: ”zone di pacificazione”, ”zone di operazioni” dove l’obiettivo è annientare i ribelli e ”zone vietate” in cui la popolazione viene evacuate e deportata in campi d’accoglienza. Il terrorismo si intensifica, gli attentati ad Algeri sono all’ordine del giorno, le esplosioni e gli scioperi si diffondono a macchia d’olio e Lacoste introduce il coprifuoco. Tra luglio e settembre, a Belgrado e Roma, si aprono i negoziati in gran segreto tra i delegati del FLN e quelli della SFIO (Section française de l’Internationale ouvrière ) ma i colloqui falliscono quando il 22 ottobre i leader algerini, di ritorno da una riunione a Rabat, vengono arrestati in modo imprevisto e inaspettato dall’aviazione francese che dirottata l’aereo sui cui stavano viaggiando. A fine del 1956 l’esercito francese conta 350’000 effettivi, l’ALN, (Armée de libération nationale), il braccio armato dell’FLN, conta decine di migliaia di combattenti: la guerra è entrata nel vivo e la Francia manda a capo delle truppe il generale Raoul Salan, reduce dell’Indocina ed esperto in controinsurrezione.

Nel 1957 la guerra entra in una delle fasi più crudeli. Il governatore Lacoste decide di reagire agli attentati facendo ricorso ai poteri speciali e affida il compito della pacificazione di Algeri al generale Jacques Massou, comandante del decimo paracadutisti. Il 7 gennaio 8mila parà francesi entrano ad Algeri e occupano la qasbah, la città vecchia, che con i suoi vicoli stretti, le sue scalinate ripide e il suo dedalo di vie buie è la roccaforte dei ribelli del Fronte di Liberazione Nazionale. I paracadutisti abbattono porte, perquisiscono e distruggono case, compiono arresti sommari e su ordine di Massou torturano chiunque considerino un sospettato o un collaborazionista. La dirigenza del FLN è obbligata a lasciare la capitale ma sebbene Massou ritenga questa una sua prima e gloriosa vittoria, non sa quanto il desiderio di vendetta e di riscatto sia connaturato nell’animo dei fellah algerini. Intanto però, a causa delle notizie che arrivano dall’Algeria, anche l’opinione pubblica francese si divide e sono sempre più gli intellettuali che appoggiano la battaglia del popolo algerino, denunciano le violazioni dei diritti umani e prendono le distanze dall’Eliseo e dall’esercito francese che accusano di essere un coacervo di torturatori senza onore. La situazione sia sul campo che sul piano di politica interna si fa sempre più complessa per i francesi. All’inizio del 1958 infatti il Fronte di Liberazione Nazionale affina una tattica che prevede un’offensiva a intermittenza da parte delle truppe di stanza in Marocco e Tunisia e una continua pressione diplomatica in sede ONU per cercare di internazionalizzare il conflitto. In Francia intanto cade il governo di Guy Mollet a causa di una situazione finanziaria difficile per le crescenti spese dovute al mantenimento delle truppe in Algeria.

L’esecutivo di Guy Mollet è sostituito da quello di Felix Gaillard, ma anche questo ha vita breve. La crisi del regime parlamentare sommata alla paralisi dell’amministrazione, al crollo del franco e a un clima di rassegnazione per quanto avviene in Algeria portano alla morte della Quarta Repubblica. E mentre a maggio a Parigi si insedia il governo centrista di Pierre Pflimlin, in Algeria, intanto, i coloni invocano il governo di salute pubblica e Salan ne proclama la nascita mettendo a capo il generale Massou. Obiettivo del comitato è facilitare il ritorno al potere di De Gaulle visto dai pieds noirs come l’estremo baluardo della difesa dell’Algeria francese. I militari di stanza in Algeria non rispondono più al governo, l’opinione pubblica transalpina è convinta che solo l’eroe della vittoria contro i nazisti possa ristabilire l’ordine ed ecco che il 1 giugno 1958 Pflimlin si dimette, la Quarta Repubblica finisce, una nuova costituzione viene redatta e De Gaulle diviene il primo Presidente della Quinta Repubblica francese. Per quel che riguarda la politica algerina di De Gaulle, guardando in retrospettiva gli avvenimenti, è impossibile dubitare delle reali intenzioni del generale. La prima dichiarazione di De Gaulle rivolgendosi ai coloni è ”Vi ho capito”; una constatazione, non un impegno. Da giugno a settembre del 1958 il Presidente proclama in modo manifesto la sua intenzione di riappacificare musulmani e europei in Algeria e dichiara: ”la necessaria evoluzione dell’Algeria deve compiersi all’interno del contesto francese”. Tra i pieds noirs dopo questa frase si diffonde l’inquietudine e la fuoriuscita dei militari dai comitati di salute pubblica aumenta i sospetti. A settembre intanto il FLN crea il GPRA (Governo Provvisorio della Repubblica d’Algeria) e De Gaulle alla televisione annuncia: ”Considerati tutti questi fattori, quelli relativi alla situazione algerina e quelli inerenti alla situazione nazionale e internazionale, giudico necessario proclamare, qui ed ora, il ricorso all’autodeterminazione”. I sostenitori dell’Algeria francese gridano al tradimento, per il GPRA, questi sono i prodromi che possono dare avvio ai negoziati di pace che saranno condotti da Ben Bella, e per De Gaulle il dado è tratto: la questione algerina è una storia passata. Come dirà in una conferenza stampa tenutasi il 14 giugno del 1960. ”E’ del tutto naturale che si provi nostalgia nei confronti di quello che era, un tempo, l’Impero, così come si può rimpiangere la luce soffusa delle lampade ad olio, lo splendore della marina quando le navi erano a vela, l’eleganza delle carrozze. Ma ora basta! Non esiste politica degna di questo nome se non tiene conto della realtà”. E proseguirà spiegando come la fine della guerra d’Algeria rappresenti per la Francia l’occasione per intraprendere una nuova strada, per indicare una nuova rotta, per aiutare i paesi del Sud. Ma queste parole arriveranno quasi due anni dopo. A fine del 1958, la guerra prosegue e continua a infiammare l’Algeria.

Durante il 1959, De Gaulle esorta l’esercito a effettuare un ulteriore sforzo contro l’ALN per costringere così il Fronte di Liberazione Nazionale a negoziare alle condizioni fissate dalla Francia. Il generale Challe, che ha sostituito a capo delle forze armate Salan, forte dei suoi 500’000 uomini conduce operazioni su vasta scala in tutto il territorio algerino e l’esercito di liberazione subisce ingenti perdite. Nel 1960 De Gaulle accelera verso la fine del conflitto e indice il referendum sull’autodeterminazione dell’Algeria e la stragrande maggioranza dei francesi, alle urne, dimostra di apprezzare la politica del generale. Il 7 aprile 1961 hanno inizio i colloqui di pace ad Evian ed è a questo punto che il conflitto entra in una nuova fase, quella dello scontro franco-francese, con molti uomini d’Oltralpe che saranno disposti a ”morire per l’Algeria”. Il generale Salan stabilisce che è arrivato il momento della controrivoluzione e con alcuni vertici dell’esercito crea l’OAS, Organisation de l’armée secrète, un’organizzazione clandestina paramilitare formata da leader delle forze armate, uomini dei reparti speciali e attivisti di estrema destra e ultra nazionalisti che si pone come obiettivo quello di creare una nuova Algeria francese e di far saltare i negoziati di Evian. Prima di passare alla lotta terroristica Salan e i suoi uomini provano a sfidare apertamente il generale De Gaulle ed è così che il 21 aprile del 1961 i generali Salan, Challe, Zeller e Jouhaud si organizzano per effettuare un colpo di stato. I parà entrano nella capitale Algeri e ne prendono il controllo e Salan si fa acclamare dalla folla dei pieds noirs come il nuovo leader dell’Algeria francese. La reazione di De Gaulle è immediata e caustica. Il Presidente dapprima decreta lo stato di guerra, appare in televisione in alta uniforme militare e denuncia il tentativo putschista da parte di ”un gruppo di generali in pensione” e prosegue nello sbeffeggiare i golpisti dicendo che ”il fatto più grave è che non si tratti di una cosa seria”. I militari di leva di stanza in Algeria si oppongono al sollevamento e dopo quattro giorni il colpo di stato fallisce. Per Salan e i membri dell’OAS non rimane altra strada che quella del terrorismo. A partire da maggio 1961, i guerriglieri dell’OAS, forti dell’appoggio di gran parte della popolazione europea in Algeria, iniziano a condurre attacchi su larga scala sia in Africa che in Francia, ma la guerra, ormai, è alle sue fasi conclusive.

A marzo 1962 proseguono i colloqui tra il Governo provvisorio algerino e Parigi e il 19 marzo viene decretato il cessate il fuoco, l’atto conclusivo di un conflitto che porterà il 3 luglio 1962 il Presidente De Gaulle a riconoscere l’indipendenza dell’Algeria. Proseguono intanto gli scontri con l’OAS che, resasi conto di aver perduto ogni possibilità di sovvertire il destino dell’ormai ex territorio d’Oltremare, attua la politica della terra bruciata aumentando l’audacia e la violenza delle proprie azioni, sino a quando, nell’arco di breve tempo viene completamente sconfitta e smantellata. Intanto, dopo la dichiarazione d’indipendenza, sorgono forti spaccature sia in seno al governo provvisorio algerino che al Fronte di Liberazione Nazionale e su entrambe le sponde del Mediterraneo si cerca di cancellare le tracce indelebili e atroci del conflitto. In Francia non viene organizzata alcuna commemorazione per celebrare il ricordo dei combattenti di ambedue i campi e una serie di frettolose e avventate amnistie ha il compito di condannare all’oblio quanto avvenuto dal’54 al ’62. In Algeria invece, un’eccitazione e un fremito commemorativo attribuiranno il potere ai militari conferendo una legittimità militare al nuovo stato: il pluralismo scomparirà, i movimenti conservatori si rafforzeranno e si instilleranno, poco alla volta, nei gangli della società i germi dell’odio e del fanatismo che faranno esplodere la guerra civile d’Algeria. Ma questa è tutta un’altra Storia.