Cosa sono le forze Forze democratiche siriane

La coalizione denominata Forze democratiche siriane (Sdf) raggruppa miliziani delle Ypg curde e formazioni composte tra tribù arabe locali. Attualmente controlla un territorio che corrisponde alla parte nord orientale della Siria, compreso tra le province di Al Hasakah e Deir Ezzor  e situato ad est del fiume Eufrate. Tale territorio vede la presenza di numerosi soldati Usa e l’operatività della coalizione internazionale anti Isis.

La coalizione Sdf nasce nell’ottobre del 2015 ad Al Hasakah, capoluogo della provincia siriana con il maggior numero di curdi al suo interno. Si tratta quindi della zona dove da tre anni risultano operativi i miliziani delle forze di autodifesa curde delle Ypg. Nate nel corso dei disordini che portano tra il 2011 ed il 2012 allo scoppio della guerra civile in Siria, i gruppi curdi prendono possesso di alcune città dove essi sono maggioranza rispetto agli arabi – siriani.

Le Ypg oltre ad essere delle milizie militari, si attivano sui territori controllati anche come forza di governo. Nasce così l’autoproclamata “regione autonoma del Rojava“, termine che in curdo indica “occidente” proprio perché questo territorio viene considerato come il lembo più occidentale dell’intero Kurdistan. Viene applicata una forma di governo ispirata al cosiddetto “Confederalismo democratico”, che rispecchia l’ideologia del leader del Pkk Abdullah Öcalan.

Quando il ruolo delle Ypg diventa anche quello di contrastare le avanzate dell’Isis, si propende quindi per la formazione di una coalizione in grado di non comprendere soltanto gli stessi curdi. Si alleano all’interno dell’Sdf gruppi formati da tribù arabe della Siria orientale, al pari di formazioni minori un tempo affiliate all’Esercito siriano libero. Un’operazione che porta l’Sdf ad avere il sostegno Usa, con Washington che finanzia ed addestra le milizie e manda forze speciali nei territori in mano alla coalizione filo curda.

Come detto, nucleo centrale delle forze Sdf è la milizia curda delle Ypg. Le forze di autodifesa curde appaiono il gruppo più numeroso all’interno della coalizione. Inoltre provengono dall’esperienza sia militare che di governo avanzata nei territori da loro controllati a partire dal 2012.

La lotta contro l’Isis porta i filo curdi ad occupare anche territori a maggioranza araba. Per evitare contrasti con la popolazione, in vista soprattutto dell’appoggio diretto degli americani, si propende per l’allargamento della coalizione a gruppi arabi. Le forze Sdf sono attualmente composte quindi, oltre che dalle sopra citate milizie Ypg, anche da ex battaglioni del dissolto Fsa, gruppi di siriani originariamente nati nell’ambito delle proteste contro il presidente Assad e da rappresentanti di alcune tribù arabe delle province di Al Hasakah e Deir Ezzor.

In totale, le forze Sdf possono disporre di migliaia di uomini organizzati come un vero e proprio esercito ed addestrati (oltre che muniti e finanziati) dagli Stati Uniti. Le forze Sdf non dispongono di un’aviazione, in tal senso il supporto aereo è garantito dalla coalizione anti Isis a guida americana.

La coalizione della Sdf nasce con l’intento di dare maggiore impulso alla lotta contro il Califfato dell’Isis, proclamato a Mosul nel giugno del 2014 dal terrorista Abu Bakr Al Baghdadi. Fino all’ottobre del 2015, a sostenere nell’est della Siria la guerra contro i miliziani dell’Isis sono soltanto le milizie curde Ypg.

Queste ultime diventano popolari a livello mediatico con la battaglia di Kobane, lì dove si assiste alla prima sconfitta militare dell’Isis dalla proclamazione del califfato. Dalla cittadina a maggioranza curda difesa dalle milizie Ypg, parte l’offensiva anti Isis dei gruppi curdi.

La nascita delle Sdf intensifica l’avanzata contro lo Stato islamico, che in quel momento tra Siria ed Iraq controlla un territorio vasto quasi 88mila chilometri quadrati. Le prime avanzate della neonata coalizione a maggioranza curda, si registrano sul fronte orientale e, in particolare, nella provincia di Aleppo.

All’inizio del 2016 le forze Sdf riescono a strappare all’Isis porzioni importanti di territorio nel nord della Siria. Oltre a creare una definitiva fascia di sicurezza attorno a Kobane, l’Sdf attraversa l’Eufrate ed avanza in alcuni aree della provincia di Aleppo.

Nel luglio 2016, le forze Sdf arrivano all’interno del cantone di Manbij. Quest’ultima è una città importante sia sotto il profilo storico che strategico, caduta da più di due anni nelle mani dell’Isis. La zona circostante questo importante centro viene conquistata a danno del califfato dopo alcune intense settimane di battaglie. Manbij risulta a questo punto sotto assedio da parte delle milizie Sdf. La battaglia per la conquista della città risulta molto dura, con le forze della coalizione internazionale che danno supporto aereo ai filo curdi. Soltanto il 16 agosto 2016 Manbij risulta liberata dall’Isis. È la prima città importante non curda strappata dall’Sdf ai miliziani jihadisti.

Manbij ha infatti una popolazione in maggioranza araba, la quale però inizialmente accetta la presenza dell’Sdf filo curdo solo per la prospettiva di vedere porre fine alle barbarie dell’Isis. Quando l’Sdf entra in città avviene però un episodio che ancora oggi appare molto significativo. Diverse immagini e foto scattate a poche ore dall’ingresso dei filo curdi, mostrano miliziani dell’Isis lasciare ordinatamente la città. Si sarebbe trattato, come poi rivelato in seguito, di un ritiro concordato con le stesse truppe Sdf. Ai miliziani del califfato in quell’occasione viene garantita l’incolumità nell’uscita dalla città, è il primo episodio del genere all’interno del contesto della guerra siriana.

Con la conquista di Manbij, l’Sdf riesce a guadagnare intere fette di territorio oramai anche ben oltre le zone tradizionalmente a maggioranza curda. Il nord est della Siria è interamente in mano alle truppe Sdf, sempre più aiutate dagli Usa che in questi territori piazzano diverse basi militari.

Per tal motivo, nel 2017 inizia una vera e propria gara tra Sdf ed esercito siriano per la presa di Raqqa. Quest’ultima è la città che l’Isis elegge quale capitale del suo sedicente ed autoproclamato califfato. La sua conquista è dunque un obiettivo strategico importante, oltre che simbolico. Sia per il governo di Damasco che per l’Sdf è essenziale arrivare primi. Questo vale anche per la Russia, alleata del presidente Assad, e per gli Stati Uniti che, come detto, appoggiano i filo curdi.

Nell’estate del 2017 l’Isis appare in ritirata su molti fronti, i territori conquistati in precedenza iniziano a non essere più difesi dai terroristi. Sia l’esercito siriano che le truppe Sdf avanzano in tutte le zone conquistate nel 2014 e nel 2015 dai jihadisti. I soldati fedeli ad Assad, in particolare, riconquistano il deserto centrale del paese, i filo curdi invece la zona orientale. Alla fine sono proprio le forze Sdf ad arrivare per primi a Raqqa.

La città inizia ad essere sotto assedio durante l’estate del 2017. La conquista della capitale del califfato sembra solo questione di giorni. Invece qualcosa si complica: nonostante l’aiuto dell’aviazione Usa, che colpisce pesantemente Raqqa, le forze Sdf impiegano molto tempo per avanzare. I filo curdi si dimostrano ancora poco esperti nei combattimenti urbani e dunque la conquista della città appare molto lenta. Si combatte strada per strada e casa per casa. Raqqa viene conquistata soltanto nel mese di ottobre. Il tributo pagato da questo centro è molto caro: il centro abitato appare letteralmente raso al suolo, sventrato dalle bombe e dai combattimenti. Per di più si instaura un altro problema: Raqqa, proprio come Manbij, è una città araba e non curda. L’amministrazione Sdf non viene quindi vista di buon occhio.

Una volta preso il possesso dei territori strappati all’Isis, sorge il problema della loro amministrazione. Sostituirsi allo Stato islamico, vuol dire per l’Sdf avere l’obbligo di riportare almeno i basilari servizi alla popolazione. Ripristino di acqua ed elettricità su tutto, ma anche di scuole ed ospedali: il compito per le forze Sdf non appare da questo punto di vista molto semplice.

In alcuni casi gli americani, oltre al sostegno logistico, forniscono anche assistenza all’Sdf per formare organi di controllo e governo veri e propri nelle zone ad est dell’Eufrate. Mentre nei territori ripresi dall’esercito siriano il governo di Assad può ripristinare da subito l’amministrazione in vigore in tempo di pace, per l’Sdf invece la sfida appare quella di dover ripartire da zero e formare nuovi apparati amministrativi.

Non solo l’inesperienza ma anche l’esiguità di uomini per la gran parte impegnati in combattimenti crea difficoltà. Ma, in primo luogo, l’impresa dell’amministrazione dell’Sdf nei luoghi controllati appare ardua soprattutto perché sorgono tensioni tra curdi ed arabi. Come detto, l’Sdf conquista diverse città a maggioranza araba, nonostante la presenza di tribù locali nelle sue fila è dura far digerire un’amministrazione diversa da quella del governo di Damasco a molti cittadini.

Le tensioni a volte sfociano in proteste e scontri, come accade più volte a Manbij. Le milizie Sdf inoltre, non sono esenti da critiche da parte di alcune organizzazioni internazionali che parlano di tentativi riscontrati, in alcuni casi, di sostituzione etnica. Si parla cioè di episodi dove la popolazione araba viene fatta sfollare appositamente per far diventare a maggioranza curda alcuni centri. Episodi isolati spesso, ma in alcuni casi realmente dimostrati.

Ad oggi non mancano tensioni, anche se la situazione sembrerebbe più sotto controllo anche in virtù di alcuni colloqui avviati più o meno dietro le quinte con le autorità di Damasco. Si potrebbe prevedere infatti un dopoguerra dove, in cambio di maggiore autonomia nelle zone a maggioranza curda, il governo siriano torni ad avere il controllo dei territori arabi in mano all’Sdf.

I colloqui tra Sdf e forze di Damasco subiscono un’accelerata dal 2018 in poi, quando i filo curdi si rendono conto di dover trattare con russi e siriani per evitare di cadere nelle minacce della Turchia di Erdogan. Quest’ultimo teme la formazione di una vasta regione autonoma curda ai confini con il suo paese, circostanza questa che pone alle autorità di Ankara il sospetto di una certa collaborazione tra le forze Sdf ed il gruppo del Pkk attivo in Turchia, considerato come un movimento terrorista.

Per evitare che il nord della Siria diventi una sorta di “corridoio” in mano ai curdi, Erdogan lancia due operazioni militari nel nord del paese. Questo grazie anche al disco verde ottenuto dalla Russia, tornata ad avere buoni rapporti con Ankara dopo il fallito golpe turco del luglio 2016.

La prima operazione viene lanciata nell’autunno 2016 e prende il nome di “Scudo nell’Eufrate“. La Turchia manda proprie forze e milizie islamiste su cui esercita una decisiva influenza nella zona di Jarabulus. Si tratta di un territorio della provincia di Aleppo dove in quel periodo è ancora presente l’Isis. Le forze Sdf sembrano dare l’idea di poter avanzare da Manbij e potersi ricongiungere con i filo curdi che controllano l’enclave di Afrin, creando una maxi regione curda. Per questo Erdogan accelera con l’operazione militare sopra citata e conquista i territori attorno Jarabulus. Viene a crearsi una piccola regione filo turca che funge da cuscinetto tra i territori Sdf di Afrin e Manbij.

La seconda operazione turca scatta nel gennaio 2018 e prende di mira proprio Afrin. Qui lo scontro tra turchi e filoturchi contro le forze Sdf, in gran parte appartenenti alle milizie Ypg, è frontale. Nel giro di poche settimane le forze curde soccombono a quelle inviate da Ankara. L’operazione, denominata “Ramoscello d’Ulivo“, termina già prima della primavera.

Da mesi si parla poi di una terza operazione militare, questa volta da attuare a Manbij. Una circostanza che impone l’accelerazione dei contatti tra Sdf e governo di Damasco, anche in vista dell’annunciato ritiro Usa dalla Siria orientale.

Il 2019 si apre proprio con il clamoroso annuncio di Donald Trump circa il ritiro delle forze statunitensi dalla Siria. Una decisione motivata dalla sconfitta oramai prossima ad essere conclamata dello Stato Islamico nel paese arabo. Come detto, questo è uno dei motivi che impone alle forze Sdf di dialogare con il governo di Damasco. Al contempo, proprio i filo curdi lanciano l’ultima offensiva contro il califfato.

Le bandiere nere dell’Isis sono issate al momento soltanto a Baghouz, piccolo villaggio tra l’Eufrate ed il confine con l’Iraq. In questo villaggio si sta combattendo l’ultima battaglia finita la quale le forze Sdf possono dichiarare, dopo quattro anni di lotta, la vittoria sul califfato.