Chi sono i curdi (e che cosa vogliono)

Dare loro una definizione precisa o un collocamento geografico (e politico) è complesso, perché uno stato vero e proprio non ce l’hanno. O ce l’hanno a metà. Eppure, un’identità che li lega, da nord a sud e da est a ovest, esiste, nonostante le differenze. Ed è forte. Perché i curdi sono la quarta etnia più grande del Medio Oriente, dopo arabi, persiani e turchi. Oggi la loro comunità conta tra i 30 e i 45 milioni di persone e la gran parte di loro vive in cinque Paesi: l’Iraq, la Siria, la Turchia, l’Iran e l’Armenia, anche se, di fatto, sono da considerare un gruppo etnico iranico, originario dell’Asia occidentale. Da quando la guerra in Siria si è acutizzata, in particolare con l’imporsi delle violenze dello Stato islamico, dei curdi si è sentito parlare con maggiore frequenza. Soprattutto in Occidente.

A livello prettamente geografico, il Kurdistan, una zona prevalentemente montuosa, comprende aree della Turchia sud orientale, l’Iran nord occidentale, l’Iraq settentrionale e la Siria settentrionale. Tuttavia le comunità di etnia curda non vivono soltanto in quelle zone, ma anche in Anatolia centrale, a Istanbul, nel Khorasan e dopo importanti episodi di immigrazione anche in Europa, soprattutto in Germania.

Le mani della Turchia sul Kurdistan (Alberto Bellotto)
Le mani della Turchia sul Kurdistan (Alberto Bellotto)

Al termine della Prima guerra mondiale e alla sconfitta dell’impero Ottomano, gli alleati occidentali (vittoriosi) avevano previsto l’esistenza di uno stato curdo nel trattato di Sèvres del 1920. Ma la promessa di una nazione propria si infranse nel 1923, quando il trattato di Losanna fissò i confini della Turchia moderna, lasciando ai curdi soltanto lo status di minoranza. Oggi, il gruppo rappresenta circa il 20% della popolazione turca, il 15-20% di quella irachena, il 10% di quella iraniana, il 9% di quella siriana e l’1,3% di quella armena. In tutti questi Paesi, a eccezione dell’Iran, la popolazione curda costituisce il secondo maggiore gruppo etnico dello Stato.

I curdi, principalmente, parlano il curdo e lo zazaki, idiomi appartenenti al ceppo delle lingue iraniane occidentali della famiglia indo-europea, che loro chiamano “Màda“. Tuttavia la lingua curda appartiene al sottogruppo nord occidentale delle lingue iraniche e detiene lo status ufficiale di lingua nazionale in Iraq, insieme all’arabo. In Iran, invece, è riconosciuto come idioma regionale (chiamato “sorami“) e in Armenia come minoritario.

La maggior parte dei curdi pratica il ramo sciafeita dell’islam sunnita. Ma, in Anatolia centrale, buona parte della comunità zaza pratica l’alevismo (considerato una delle molte sette dell’Islam), mentre in Iraq e in Iran vivono numerosi gruppi che credono nello yazdanesimo (detto anche “culto degli angeli”, una religione pre-islamica nativa di questa popolazione) e lo yazidismo.

Una presenza curda esplicitamente definita, proveniente proprio dal Khorasan iraniano, dove il safavide Shah Abbas esiliò migliaia di curdi, vive in Afghanistan dal XVI° secolo. Molti degli esiliati trovarono uno spazio definitivo nel Paese, consolidando la loro presenza a Herat e in alcune zone occidentali dello Stato. Lì ricoprirono ruoli importanti (anche governativi) già nel Seicento, quando affiancarono la popolazione locale nelle loro guerre contro l’impero dei Safavidi. Attualmente il numero dei curdi in Afghanistan è difficile da calcolare, anche se se ne contano circa 200mila.

In base alle ricostruzioni storiche, pare che al comando dei turchi, i curdi parteciparono attivamente al massacro di migliaia di giovani armeni durante il genocidio, considerato il primo del Novecento. Successivamente, siccome l’Armenia era parte dell’orbita sovietica, i curdi, come molti altri, vennero riconosciuti con lo status di minoranza protetta. Ai curdi armeni fu concesso di avere un loro quotidiano sponsorizzato dallo stato e una radio. Durante il conflitto in Nagorno Karabakh, diversi curdi che non erano yazidi furono costretti a lasciare le loro abitazioni e dopo il crollo dell’Unione sovietica, ai curdi armeni venne tolto ogni diritto. La maggior parte di loro cercò rifugio in Europa occidentale.

In Iran, a partire dal secondo dopoguerra e dalla proclamazione della repubblica di Mahabad, lo shah Reza Pahlavi, in quella che all’epoca tutti chiamavano ancora Persia, si misurò con la guerriglia dei curdi, guidata dallo sceicco Mustafa Barzani e dalla sua famiglia. Il conflitto continuò fino al 1974, quando l’Iraq, temporaneamente riappacificato con Teheran, ritirò il proprio appoggio al leader della guerriglia. Ne conseguì una dura repressione, che si trascinò in anni di soprusi, soprattutto in termini di diritti umani.

Così come in Iran, anche in Iraq, diversi episodi di violenza segnarono la permanenza della minoranza nel Paese. Nello stato, la loro resistenza nei territori fu tra quelle più organizzate. Le conseguenze furono deportazioni di massa, bombardamenti di villaggi e persino attacchi con armi chimiche. Già dagli anni Sessanta, migliaia di curdi iracheni vennero fermati, uccisi o fatti sparire dalle forze di sicurezza o dai servizi segreti iracheni. Solo nel 1983 scomparvero nel nulla circa 8mila curdi da Erbil e nel 1985 altri 3mila ragazzi curdi vennero arrestati e torturati dalle forze di sicurezza (sembra fossero stati fermati come ostaggi per obbligare i loro parenti “a consegnarsi alle autorità”). Allo scoppio del conflitto tra Teheran e Baghad, l’Iraq ordinò lo spostamento forzato di migliaia di curdi in Iran, in maggioranza donne, anziani e bambini, visto che la popolazione maschile fu fermata e imprigionata.

Ma fu tra il 1987 e il 1988 che si consumò la più feroce forma di repressione nei confronti della minoranza curda, con l’utilizzo da parte delle autorità irachene di armi chimiche. Nel 1988 ne furono uccisi circa 5mila in soli due giorni. L’attacco chimico di Halabja del 16 marzo 1988 divenne tristemente noto. L’azione fu realizzata con gas al cianuro per rappresaglia contro la popolazione curda, che non aveva frapposto sufficiente resistenza contro gli iraniani. Le armi chimiche, infatti, vennero utilizzate dall’esercito iracheno nella città curda. Gli attacchi delle forze irachene, poi, non si fermarono in quel contesto e proseguirono su tutta la zona abitata dalla minoranza etnica, che scappò in massa verso i confini turco e iraniano. Ankara, quell’anno, ne confermò l’esodo e disse di aver dato rifugio a circa 57mila curdi iracheni. Tra la fine del 1988 e il 1990 in centinaia vennero uccisi sommariamente, dopo essere stati convinti a rientrare in Iraq. In seguito all’azione di Halabja, tra il 2007 e il 2008 vennero processati per crimini contro l’umanità vari gerarchi del regime iracheno di Saddam Hussein (tranne lui, che all’epoca era già morto), tra cui il comandante militare delle operazioni, Ali Hassan Abd al-Majid al-Tikritieh, che venne condannato a morte (la sentenza venne eseguita il 25 gennaio 2010).

Ma per comprendere il motivo per il quale i curdi sono così coinvolti nel conflitto siriano è necessario mettere insieme un po’ di pezzi. Innanzitutto, durante questa guerra hanno combattuto i curdi turchi, quelli siriani e quelli iracheni, che insieme hanno cercato di contrastare l’attività di Abu Bakr al-Baghdadi e di Daesh più in generale. I curdi siriani, a diversità dei curdi iracheni, che da tempo hanno una loro regione autonoma, conosciuta come il Kurdistan iracheno appunto, sono riusciti a ottenere una forma di indipendenza negli ultimi anni, soltanto dopo l’inizio del conflitto, rafforzando il loro controllo nella regione in cui vivono: il Rojava Kurdistan, che letteralmente significa Kurdistan occidentale. Prima dell’acutizzarsi del conflitto, i curdi siriani controllavano gran parte dell’area settentrionale del Paese, al confine con la Turchia.

A governare i territori sotto il controllo curdo è il Partito dell’Unione democratica, la cui siglia è Pyd, formazione “socialista-liberista”, molto simile a quella immaginata da Abdullah Öcalan, storico leader del partito del Lavoratori e vera e propria icona del Pkk, formazione politica considerata nemica della Turchia, alla stregua di un gruppo terroristico. Al leader curdo, catturato a Nairobi, in Kenya, il 15 febbraio del 1999 e condannato a morte il 29 giugno dello stesso anno per attività separatista armata, considerata alla stregua del terrorismo dalla Turchia, nel 2002 la pena venne commutata in un ergastolo e da allora è l’unico detenuto della prigione di Imrali.

L'avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)
L’avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)

Da decenni, alla base dello scontro tra curdi e Turchia c’è proprio questo: lo stretto legame tra Pyd e il Pkk, gruppo che da anni osteggia (e combatte) il governo turco per ottenere l’indipendenza, attraverso una potente lotta armata, fatta anche di attacchi che in molti considerano terroristici. Nonostante la Turchia abbia approvato la Convenzione dell’Onu contro la tortura e quella del Consiglio d’Europa, secondo Amnesty International, alcune forme sono ancora diffuse verso gli oppositori politici e gli esponenti di questa comunità.

Secondo quanto riportato da Il Post, negli anni del conflitto siriano, decine di volontari provenienti da tutto il mondo (soprattutto dall’Occidente) hanno scelto di farsi reclutare nelle loro milizie, conosciute con il nome di Unità di protezione popolare (la sigla è Ypg). Al centro di questa sorta di fascinazione straniera nei confronti dei curdi, anche un’idea di stato che si discosta dall’ideologia tradizionale più radicata in Medio Oriente. Quindi più spazi per le cittadine e un’impostazione più egualitaria della società: teoricamente, quindi, stessi diritti tra uomini e donne e tra fedi e culture diverse. In particolare, nel Rojava il sistema di governo si è sviluppato come decentralizzato e con un’idea flessibile legata ai vertiti e alla gerarchia, tanto che le comunità locali sembra abbiano conservato una certa autonomia. Qualche accusa è arrivata quando le forze del Pyd sono state accusate di discriminare le popolazioni arabe che vivono nella regione del Rojava. Dal 2013, i curdi siriani si sono impegnati nella difesa di diverse città settentrionali dalle azioni di Daesh e poi, in un secondo momento, a recuperare i territori finiti sotto il controllo delle milizie di al-Baghdadi. Durante gli ultimi anni di conflitto, i curdi siriani hanno combattuto come unica forza di terra all’interno della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti.

Negli anni della guerra, è diventata celebre una formazione militare tutta femminile, l’Unità di protezione delle donne (la cui sigla è Ypj). Considerate un caso isolato nella regione, queste combattenti si sono distinte per aver lottato contro i miliziani dello Stato islamico a volto completamente scoperto, armate di fucili e kalashnikov.

Una combattente curda (LaPresse)
Una combattente curda (LaPresse)

A livello di strategia politica, la situazione si è complicata quando le amministrazioni americane hanno appoggiato le milizie curde siriane. Perché, di fatto, alleandosi con i curdi siriani, l’America si è schierata dalla parte di una comunità che la Turchia (alleata degli Stati Uniti e membro Nato) considera come un gruppo di terroristi. Washington ha cercato, nel tempo, di mantenersi neutrale e in equlibrio, sia con Ankara sia con i curdi. Nel 2015, infatti, l’amministrazione Obama aveva favorito la creazione delle Forze democratiche siriane (Sdf), con finalità anti-Stato islamico: si trattava di un gruppo di arabi e curdi in cui questi ultimi mantenevano comunque una posizione predominante. Lo scorso agosto, invece, Trump aveva firmato un accordo con il governo turco per stabilizzare il confine tra Rojava e la Turchia, con l’obiettivo di evitare un nuovo conflitto. Ma per Ankara, la vera questione è sempre stata la presenza dell’etnia curda siriana al di là del suo confine meridionale.

L’azione turca degli ultimi giorni non è un’iniziativa inedita per contrastare la comunità curda. Tre anni fa, nel 2016, l’esercito turco, il secondo per forza di tutta la Nato, entrò con i carri armati nel nord della Siria, a ovest dell’Eufrate, riuscendo a prendere il controllo di alcuni territori che erano dello Stato islamico e che, forse, sarebbero potuti essere conquistati dai curdi siriani. Nel gennaio del 2018, le forze turche iniziarono una nuova operazione militare nel nord della Siria, più a ovest rispetto all’offensiva precedente.

Infografica di Alberto Bellotto
Infografica di Alberto Bellotto

Con l’appoggio dell’Esercito libero siriano attaccarono Afrin, dal 2016 sotto il controllo dei curdi siriani. Due mesi di battaglia li portarono alla vittoria, che permise loro di estendere il loro controllo sul nord della Siria. Con l’offensiva degli ultimi giorni, invece, il governo turco vorrebbe prendere il controllo anche delle aree curde a est dell’Eufrate. L’obiettivo? Creare una zona, lunga circa 30 chilometri, da dove allontanare i curdi e mettere i profughi che negli ultimi anni hanno raggiunto la Turchia per sfuggire al conflitto.