Chi sono gli Houthi

Gli Houthi sono una milizia impegnata nel  conflitto in Yemen e che, attualmente, controlla la capitale Sanaa. Il nome deriva da quello della famiglia del fondatore, Husayn al Houthi. La milizia è formata da sciiti appartenenti alla corrente dello zaydismo, diffusa per l’appunto nello Yemen. Per questo motivo, gli Houthi sono legati ai governi filo sciiti del Medio Oriente e, in particolare, all’Iran. Dal 2015 la milizia Houthi è in conflitto con una coalizione di Stati arabi sunniti guidati dall’Arabia Saudita.

Conosciuta come milizia degli Houthi, i militanti del gruppo sono inquadrati in realtà nel partito Ansarullah, che in arabo vuol dire “partigiani di Dio”. Il partito viene fondato nel 1992 e dunque all’indomani dell’unificazione dello Yemen. Gli obiettivi primari sono due: difendere la popolazione sciita da quelle che vengono considerate discriminazioni da parte del governo e come diffondere tra gli sciiti l’ideologia dello zaydismo.

Quest’ultima è una corrente interna allo sciismo diffusa soprattutto nello Yemen. Il termine deriva da Zayd, figlio del quarto imam sciita Zayn al-Abidin e autore della rivolta di Kufa del 740 d.C.. Zayd sostiene un programma che si diffonde tra Persia e penisola araba e che contempla una serie di precetti sia religiosi che politici. Se dal punto religioso lo zaydismo viene considerato una corrente “moderata” all’interno del mondo sciita, tanto da essere considerata vicina al sunnismo sotto il profilo giurisprudenziale, il discorso cambia dal lato più propriamente politico.

Lo zaydismo, infatti, prevede la legittimità di rimozione dell’imam in caso di inadempienza oppure il principio secondo cui il potere può essere esercitato da ciascun musulmano in grado di difendere la causa islamica da usurpatori e invasori. Questi precetti collocano lo zaydismo come un movimento quasi eversivo, di certo mal visto dalla nomenclatura islamica dell’epoca della sua fondazione.

Questi principi e questi precetti sono andati avanti nei secoli tra gli sciiti seguaci dello zaydismo. Quando nel 1992 Husayn al Houthi fonda il movimento Ansarullah, l’obiettivo appare proprio quello di rinvigorire l’ideologia dello zaydismo e porla come perno delle rivendicazioni degli sciiti yemeniti. Vengono fondati campi estivi del movimento e sezioni giovanili che, nel giro di pochi anni, attirano migliaia di ragazzi. Ben presto, però, il movimento diventa bersaglio del governo di Saleh.

Nato nella provincia a maggioranza sciita di Sada nel 1956, Husayn al Houthi proviene da una famiglia molto religiosa e suo padre è una delle figure di riferimento dello zaydismo nello Yemen.

Husayn al Houthi viene descritto come un uomo mite ed al tempo stesso carismatico. Di fatto, è capace di fondare e far convergere nel movimento Ansarullah gran parte delle figure di spicco dello zaydismo. Molti giovani si avvicinano a lui e al gruppo da lui istituito e, nel giro di pochi anni, Husayn Al Houthi diventa il riferimento politico e religioso degli sciiti in Yemen.

Il fondatore di Ansarullah appare da sempre impegnato in politica. Quando sostiene il separatismo del sud dello Yemen, è costretto alla fuga e vive per alcuni anni in Siria e poi in Iran e questo gli consente di fare ulteriori importanti conoscenze all’interno del mondo sciita.  Nello Yemen unito è parlamentare dal 1993 al 1997, eletto con il partito  Al-Haqq. Subito dopo, il suo impegno è costantemente rivolto alla crescita di Ansarullah e alla sua diffusione all’interno dello sciismo yemenita.

La sua figura e il suo movimento diventano sempre più popolari. Il governo di Saleh inizia a mal digerire l’emergere di un gruppo che appare molto radicato nel territorio del nord dello Yemen già dalla fine degli anni Novanta.

Ma è dal 2003 che tra Ansarullah e governo centrale iniziano gli screzi. Con l’invasione Usa dell’Iraq, infatti, Houthi riesce a portare in piazza migliaia di persone che scandiscono slogan contro Stati Uniti ed Israele. Avere a Sanaa e in altre città interi gruppi che inneggiano alla guerra contro l’occidente, per Saleh è un grave impiccio. Per questo, nonostante il presidente sia sciita, decide di iniziare a reprimere le manifestazioni di Ansarullah e l’apice dello scontro arriva nel  giugno del 2004. Nella capitale yemenita, migliaia di persone si radunano davanti alla grande moschea della città: la polizia arresta 640 seguaci di Houthi ed emette una taglia anche contro lo stesso fondatore di Ansarullah.

A settembre, dopo il diniego di inviti al dialogo offerto da Saleh, le forze di sicurezza yemenite ingaggiano a Maran uno scontro contro Husayn al Houthi e alcuni suoi seguaci. Il fondatore di Ansarullah viene ucciso il 10 settembre all’età di 48 anni. A succedergli, nell’immediato, è il padre: ma oramai tra la famiglia Houthi e Saleh la guerra appare latente e quasi personale.

La morte di Husayn al Houthi dà il via alla guerriglia vera e propria tra il movimento Ansarullah e il governo. Il carisma del leader assassinato dalle forze di Sanaa è talmente forte che, da questo momento in poi, il gruppo prende il nome della famiglia del fondatore.

Gli Houthi, intesi quindi come appartenenti ad Ansarullah e non come membri della omonima famiglia, attuano sempre più importanti tecniche di guerriglia. La loro lotta è contro il governo, ma anche contro le tribù del nord accusate di discriminare la popolazione sciita. La base operativa e logistica degli Houthi è nella provincia di Sada. Il successo degli Houthi è dovuto a due fattori: non limitarsi ad essere una mera forza tribale e non avere un tipo di organizzazione verticistica.

Nel primo caso infatti, gli Houthi sin dall’avvio della guerriglia riescono a racchiudere al loro interno molte tribù e non fanno dell’appartenenza tribale un elemento di primaria importanza. Ai miliziani viene chiesta soprattutto fedeltà alla causa e all’ideologia del gruppo. Dopo la morte del fondatore non spicca però nessuna figura carismatica: l’organizzazione viene portata avanti da una serie di comitati e leader locali e il tutto riesce a dare ad Ansarullah un vasto sostegno da parte di numerosi gruppi.

Nel 2010 si calcola, come afferma lo Yemen Post, che gli Houthi raggiungono quasi 100mila combattenti. Proprio in quell’anno, con l’obiettivo di porre freno ad una guerriglia che l’esercito yemenita non è riuscito a placare, vengono intavolate trattative per una tregua. Il cessate il fuoco arriva nella seconda metà del 2010, ma le tensioni tra Houthi, Saleh e le tribù del nord vicine al presidente rimangono latenti.

A partire dal gennaio 2011, lo Yemen è attraversato dalla cosiddetta “primavera araba”. Si tratta di ondate di protesta che sconvolgono gran parte dei Paesi arabi, dalla Tunisia all’Egitto, passando per Libia, Siria e non solo. Anche a Sanaa, Aden, Taizz ed altre città yemenite vengono organizzate manifestazioni contro il governo.

Perno delle proteste sono sia i ceti meno abbienti, stroncati soprattutto in città da un’economia decisamente debole, così come gli studenti di molte università dello Yemen. Da più parti si chiedono le dimissioni di Saleh, che inizia a essere isolato: leader religiosi, militari e anche molte tribù del nord a lui fedeli lo abbandonano. Gli rimane solo la guardia nazionale.

In un contesto del genere, gli Houthi si pongono in una posizione molto vicina a quella dei manifestanti, ma defilata rispetto all’opposizione “ufficiale”. Il movimento Ansarullah, infatti, rifiuta di partecipare sia ai tavoli nazionali promossi dal Consiglio di Cooperazione del Golfo, che dai possibili governi di unità nazionale del dopo Saleh.

Il governo di Saleh, iniziato nel 1978 e proseguito anche dopo l’unificazione del Paese, termina nel febbraio 2012. L’ormai ex presidente appare stanco per via delle ferite riportate in un attentato compiuto nei suoi confronti e la necessità di avere delle cure all’estero, lo spingono a  passare il testimone al suo vice, Hadi.

Gli Houthi dal canto loro considerano il nuovo governo alla stregua del precedente. Nessun uomo degli Ansarullah partecipa ai nuovi esecutivi inaugurati dal nuovo presidente, il movimento sciita prosegue nella linea della tensione con Sanaa già inaugurata negli anni precedenti.

Tra il 2012 e il 2014 lo Yemen è attraversato da una fase indubbiamente molto difficile. Le istituzioni statali appaiono deboli, una parte delle tribù non è in linea con il nuovo presidente Hadi, nel sud aumentano le velleità separatiste e un’economia bloccata peggiora indubbiamente la situazione.

In questo contesto, gli Houthi riescono a consolidare la propria presa del territorio. A partire dal 2014, i miliziani sciiti controllano la provincia di Sada, loro roccaforte, ma avanzano anche nelle aree montuose del nord dello Yemen. Il 21 settembre del 2014, dopo una massiccia protesta convocata nella capitale, gli Houthi assumono il controllo di alcuni quartieri di Sanaa. Inizia così un cruento scontro con le forze governative, ma non tutto l’esercito decide di difendere il presidente Hadi. La situazione viene riportata alla calma soltanto con la mediazione internazionale, attraverso la quale si giunge ad un accordo che prevede anche la nascita di un governo di unità nazionale.

Alla lunga, però, questi accordi si rivelano carta straccia. La tensione sale all’inizio del 2015 e il 22 gennaio gli Houthi espugnano il quartiere governativo e conquistano Sanaa. Hadi è costretto prima alle dimissioni, successivamente revocate, poi alla fuga precipitosa ad Aden dove instaura la nuova sede provvisoria del governo. Gli Houthi, forti della presa della capitale, avanzano anche nelle zone costiere e si spingono nelle periferie di Taizz e Aden.

È proprio a questo punto che la guerra in Yemen diventa una questione internazionale. Gli Houthi infatti sono sciiti e questo preoccupa e non poco l’Arabia Saudita, in un momento in cui le tensioni tra Riad e l’Iran degli ayatollah sono ai massimi livelli.

I Saud decidono così di usare la forza contro gli Houthi, sospettati di ricevere munizioni ed armi (oltre che ordini) da Teheran. Il conflitto yemenita si trasforma quindi in una guerra dove vengono traslate e proiettate le tensioni sorte nella regione. Nel marzo del 2015, l’Arabia Saudita fa partire l’operazione militare: viene creata una coalizione formata, oltre che dai Saud, anche da Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Giordania, Qatar, Egitto e Sudan. L’attacco è soprattutto dal cielo, con Sanaa e le altre città yemenite pesantemente bombardate e danneggiate.

Secondo i calcoli dei Saud, la tecnologia e le armi moderne in dotazione al proprio esercito dovrebbero riuscire a fermare in poche settimane le avanzate degli Houthi, che dispongono di equipaggiamenti di gran lunga inferiori. La storia invece dice altro: anche se gli Houthi non riescono, a causa dell’intervento saudita a prendere Aden, il controllo del territorio precedentemente conquistato e della stessa Sanaa appare solido.

Nello Yemen inoltre gli Houthi non appaiono soli. Il movimento infatti riesce a creare un’alleanza con alcune delle più importanti tribù del nord del Paese, ma ciò che suscita clamore è indubbiamente la vicinanza con Saleh.

Dopo sei anni di guerra tra Houthi e Saleh, nel 2015 l’ex presidente yemenita torna a Sanaa e annuncia un accordo con gli sciiti di Ansarullah. Nasce dunque una coalizione anti saudita che si avvale anche della Guardia repubblicana rimasta già tre anni prima al fianco di Saleh. Proprio la presenza della Guardia repubblicana si rivela importante per lo sfruttamento di un’arma in grado di impensierire i sauditi: i missili. Gli Houthi, infatti, assieme ai fedelissimi dell’ex presidente, riescono a mettere a punto un proprio programma missilistico. Dai vecchi Al Hussein – ossia missili scud sovietici poi riadattati dagli iracheni negli anni Ottanta durante la presidenza di Saddam Hussein e donati dall’ex rais a Saleh – sorgono i cosiddetti “Borkan“. Si tratta di missili a media gittata, tecnologicamente molto indietro rispetto a quelli in dotazione ai più moderni eserciti, ma in grado di impensierire più volte la contraerea saudita.

I Borkan vengono lanciati su città dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. In alcune occasioni i patriot sauditi non riescono a intercettare in tempo i missili e  spesso il panico prende il sopravvento tra i civili. L’obiettivo degli Houthi è quello di rendere sempre più impopolare il conflitto tra i sauditi e gli emiratini.

La guerra tra coalizione saudita (nel frattempo più debole, in seguito al ritiro di Egitto e Qatar) e Houthi lascia sul campo migliaia di vittime, con i civili ridotti allo stremo e lo Yemen in piena emergenza umanitaria. Da un punto di vista prettamente militare, il conflitto appare cristallizzato: pochi i cambiamenti di fronte e pochi gli avanzamenti, sia dell’una che dell’altra parte.

Nel dicembre 2017, però, gli Houthi devono registrare una clamorosa rottura dell’alleanza con l’ex presidente Saleh. Il 2 dicembre, infatti, membri di Ansarullah espongono in una moschea di Sanaa i simboli del proprio partito. Questo fatto non viene visto di buon occhio dai fedelissimi di Saleh e iniziano scontri tra le due fazioni. Appena due giorni dopo, Saleh in persona annuncia l’apertura di un dialogo con i sauditi, ai quali chiede di cessare il blocco navale nel Paese e i raid aerei. Di fatto, Saleh strappa l’accordo con gli Houthi e rompe l’alleanza.

L’ex presidente dello Yemen però non viene seguito in questo dai suoi fedelissimi ed è costretto a scappare da Sanaa. Durante la fuga viene intercettato da un commando legato agli Houthi ed ucciso. Una parte della guardia repubblicana sarebbe comunque rimasta al fianco dei ribelli sciiti.

Dopo la rottura con Saleh, gli Houthi sono diventati ulteriormente bersaglio della coalizione saudita. Riad, in particolar modo, da subito ritiene che proprio con l’uscita di scena di Saleh sia arrivato il momento di dare un’accelerata al conflitto.

Anche in questo caso, però, gli Houthi riescono a fronteggiare i sauditi e, grazie alla loro conoscenza del territorio, riescono a limitare i danni. Le uniche difficoltà per gli sciiti di Ansarullah arrivano dalle zone pianeggianti e costiere, dove appare più difficile difendersi dagli attacchi aerei e via terra della coalizione. L’esempio più lampante è dato dalla battaglia per il porto di Hodeidah: qui i sauditi guadagnano terreno, ma gli Houthi al contempo riescono a fermare almeno un attacco via mare.

In generale, i territori conquistati con le avanzate del 2015 sono ancora in mano agli Houthi, eccezion fatta per parte della provincia di Hodeidah. La capitale Sanaa è saldamente in mano ad Ansarullah, la guerra però continua e al momento non si vedono spiragli per una definitiva soluzione.