Chi è Ratko Mladic, il “macellaio” di Bosnia

Quando lo hanno trovato, all’alba del 26 maggio 2011, a Lazarevo, in Serbia, si presentava con un nome diverso dal suo: Milorad Komadic. In quella piccola cittadina, che fu il suo ultimo rifugio prima della detenzione, aveva provato a cambiare vita, nascondendo la propria identità e tutto il suo passato, fatto di guerra, massacri, menzogne, silenzi e accuse gravissime. Era soprannominato “il macellaio di Bosnia” e a smascherarlo fu un test del dna, che confermava le sue vere generalità.

Ratko Mladić, prima di essere consegnato alla storia e al tribunale internazionale che lo condannava per le atrocità commesse a Srebrenica e, più in generale, durante il conflitto serbo-bosniaco, rimase latitante per 16 anni. Nella sua vita è stato un militare fedele, ma soprattutto il generale alla guida delle unità dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina negli anni del conflitto. A lungo membro della Lega dei comunisti di Jugoslavia, Mladić iniziò la sua carriera nell’Armata popolare jugoslava nel 1965 e quando si disgregò lo stato federale voluto da Tito, nel 1991, ricopriva già ruoli molto importanti.

Non nascose mai il suo odio verso i musulmani e, di conseguenza, verso i bosniaci di fede islamica (che per spregio definiva “turchi”). Descritto dai testimoni come un uomo arrogante, violento e senza scrupoli, durante i bombardamenti non si sarebbe curato nemmeno di parlare in codice quando ordinava i comandi via radio. Perché per Mladić, ossessionato dall’idea di una nazione serba, quella guerra era una vendetta nei confronti dell’antica dominazione turco-ottomana. Nel 2017, dopo l’estradizione e la detenzione, fu condannato per crimini contro l’umanità per il suo ruolo nel massacro di Srebrenica. È (ancora) sposato con Bosa Mladić, dalla quale ebbe due figli, Darko e Ana (ritrovata morta a Belgrado, forse suicida, nel marzo del 1994).

Mladić nacque il 12 marzo del 1943 a Božinovići, un villaggio del comune di Kalinovik, a sud di Sarajevo. Venne al mondo durante la guerra tra le forze occupanti dell’Asse, appoggiate dai collaborazionisti del movimento Ustascia dello Stato indipendente di Croazia e in parte anche dai cetnici serbi, e la resistenza, rappresentata principalmente dai partigiani comunisti jugoslavi. Quando gli Ustascia uccisero suo padre, nel 1945, Mladić era soltanto un bambino e si dice che, proprio per questo motivo, iniziò a odiare croati e musulmani. Nel 1961, lo status di orfano lo fece entrare alla Scuola militare di Zemun e successivamente all’Accademia Kov e alla Scuola ufficiali. Fu uno studente brillante, che si diplomò con il massimo dei voti.

Qualche anno dopo, nel 1965, a Skopje ottenne il suo primo incarico, cioè l’affidamento di un’unità composta da militari (tutti più grandi di lui). Cominciò come sottotenente, ma siccome dimostrò spiccate doti di comando, guidò prima un plotone, poi un battaglione e, infine, una brigata. La prima promozione arrivò nel 1989, quando fu chiamato a dirigere il Dipartimento Educazione del terzo distretto militare di Skopje. Nel 1991, lo smembramento della Jugoslavia cambiò completamente il profilo di quella che era stata, a lungo, un’unica nazione. Tutto iniziò con la dichiarazione di indipendenza di Slovenia e Croazia. Nello stesso anno, Mladić si trovava in Kosovo, a comando del Corpo Pristina, che aveva il compito di controllare la frontiera con l’Albania. Dopo lo scoppio della guerra in Croazia, ottenne il grado di colonnello e gli venne conferito il comando del IX°Corpo dell’Armata popolare di Jugoslavia e successivamente venne inviato a Tenin contro i secessionisti croati. Il 4 novembre del 1991 fu promosso maggiore generale. Le forze sotto il suo comando parteciparono alla guerra in Croazia, sostenendo le formazioni paramilitari serbo-bosniache.

Nel 1992, dopo l’inizio della guerra in Bosnia, venne promosso tenente colonnello generale e un mese dopo la dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina, Mladić e i suoi ufficiali bloccarono Sarajevo, fermando chi entrava e usciva dalla capitale bosniaca e tagliando le forniture di acqua ed elettricità. La sua “personale” guerra contro la Bosnia musulmana iniziava così, con l’assedio della città, considerato il più lungo della storia moderna (iniziò, infatti, nel 1992 e terminò nel 1996). Nei quattro anni di blocco, Sarajevo e la sua popolazione furono sottoposte a brutali bombardamenti e ad attacchi da parte di cecchini, posizionati sui palazzi della città. Nel maggio del 1992, Mladić divenne, nel giro di pochi giorni, il comandante in capo dell’esercito serbo-bosniaco. Il 24 giugno 1994, fu promosso al rango di colonnello generale, con 80mila uomini sotto il suo comando. Negli anni, le sue truppe furono ritenute responsabili di diversi massacri contro i civili, dello stupro di migliaia di donne musulmane e dell’istituzione di campi di detenzione. Quella stagione di violenze culminò con l’eccidio di Srebrenica, dove più di 8mila uomini di fede islamica furono uccisi dalle milizie di Mladić, insieme alle forze paramilitari comandate da Željko Ražnatović, conosciuto anche come Arkan.

Tra il 6 e l’11 luglio del 1995, la zona protetta di Srebrenica, cittadina musulmana in una regione bosniaca a maggioranza serba, e il territorio circostante furono attaccati dalle truppe dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina. Dopo un’offensiva durata qualche giorno, i militari di Mladić riuscirono a entrare in città, nonostante la protezione garantita dalle Nazioni Unite. Quello fu l’inizio dell’eccidio.

Ogni anno, a Srebrenica, vengono restituite parti dei corpi degli uomini uccisi nel 1995 e rinvenuti nelle fosse comuni (Foto LaPresse)

I cittadini maschi dai 12 ai 77 anni (tutti di fede islamica) vennero separati dal resto delle loro famiglie e allontanati dalla vista di tutti, ufficialmente per essere interrogati perché sospettati di far parte di gruppi di miliziani. Ma le migliaia di uomini bosniaci di Srebrenica chiamati a raccolta, in realtà, furono brutalmente uccisi dalle unità serbo-bosniache, che non incontrarono nemmeno l’opposizione dei caschi blu olandesi, collocati nelle vicinanze per proteggere la popolazione da eventuali aggressioni. Nessuna esecuzione, in quel luogo, fu casuale: il massacro venne studiato nei minimi particolari e l’uccisione di intere generazioni di maschi doveva servire a interrompere l’etnia. A ogni prigioniero venivano tolte le scarpe per impedirne la fuga e una volta trasportati fuori dai centri abitati, nelle zone boschive, venivano messi in fila e uccisi con un colpo di pistola alla testa. I cadaveri, gettati in diverse fosse comuni, non vennero mai restituiti alle famiglie.

Il 4 agosto del 1995, in seguito a un massiccio attacco dei croati contro la Repubblica serba di Krajina, Radovan Karadžić decise di destituire Mladić dal comando dell’esercito e di prendere il suo posto. Il motivo era legato alla perdita di due zone chiave nell’ovest della Bosnia. Mladić, che venne considerato il responsabile di queste due sconfitte, si rifiutò di lasciare il comando e grazie alla sua popolarità e all’influenza che conservava nella comunità serba costrinse il presidente a rivedere la sua decisione di allontanarlo. Riuscì a sollevarlo dal suo incarico, nel dicembre del 1996, soltanto Biljana Plavsic, allora presidente della Repubblica serbo-bosniaca, condannata nel 2003 a 11 anni per crimini di guerra. Quando allontanò Mladić e tutto il suo gruppo di consiglieri e collaboratori, Plavsic volle tagliare ogni collegamento con il presidente serbo Slobodan Milosevic (considerato il principale protettore dei serbo-bosniaci e uomo vicinissimo a Mladić). Subito dopo, arrivarono le prime accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, che aveva scoperto (tramite i suoi investigatori) l’esistenza di fosse comuni, anche grazie alle testimonianze fornite da profughi e superstiti.

Come capo militare con responsabilità di comando, Mladić venne accusato di essere l’autore dell’assedio di Sarajevo, del massacro di Srebrenica, ma anche di aver utilizzato peacekeeper come ostaggi, di aver distrutto alcuni luoghi sacri e di aver torturato numerosi civili. Insieme a lui, venne incriminato anche il leader serbo-bosniaco Karadžić. Il 16 novembre 1995, alle accuse si aggiunse anche quella di aver attaccato la zona di sicurezza vicino a Srebrenica. Nel luglio del 1996, lo stesso tribunale confermò ogni capo d’accusa, dichiarando di credere che il generale serbo-bosniaco avesse compiuto tutti i crimini a lui imputati ed emanando un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti.

Dopo essere stato rimosso dal vertice dell’esercito, Mladić divenne formalmente un latitante, ma secondo diverse testimonianze, a lungo, continuò la sua vita in Serbia come se nulla fosse accaduto, andando allo stadio o al ristorante. Nel primo periodo di fuga, si rifugiò a Han Pijesak, un complesso militare nelle foreste della Bosnia orientale costruito per Tito. Insieme alla moglie e protetto da diverse guardie armate che gli erano rimaste fedeli, Mladić si dedicò addirittura all’apicoltura e all’allevamento di capre. Nel 1997 qualcuno riferì di averlo visto in Montenegro, poi a Mosca, a Salonicco e ad Atene. Alla fine degli anni Novanta abbandonò la Bosnia e si trasferì in una villa della periferia di Belgrado. Probabilmente molto consapevole della sua impunità, si mostrò in pubblico sia in occasione del matrimonio del figlio, ma anche all’interno di diversi locali della capitale serba.

Mladić sparì dalla circolazione una volta per tutte dopo il 2000, quando il governo di Belgrado cambiò definitivamente i suoi vertici. La pressione internazionale per il suo arresto si fece più insistente e l’ex generale iniziò a nascondersi, potendo contare su una rete di complici (e molti simpatizzanti) che continuavano a proteggerlo. I tentativi di individuarlo, negli anni, furono molti e (quasi) sempre inutili. Nell’ottobre del 2009, i casi Mladić e Karadžić furono divisi e siccome l’articolo 21 dello statuto del Tribunale internazionale decretava l’impossibilità dello svolgimento del processo in absentia (cioè senza l’imputato), ma ammetteva la possibilità per i giudici di confermare le accuse e tutto l’impianto accusatorio, nel caso di una ragionevole certezza della loro fondatezza e delle responsabilità effettive, venne offerta persino una ricompensa per chiunque avesse visto il generale serbo-croato. Rimase un fantasma per 16 anni, fino al suo arresto, all’alba del 26 maggio 2011, a Lazarevo, in Serbia. Le autorità dissero di averlo trovato grazie a una segnalazione anonima. Venne estradato all’Aja il 1° giugno del 2011, dove venne processato. Il procedimento, iniziato nel 2012, durò cinque anni e in quella circostanza vennero acquisiti 18 quaderni, all’interno dei quali vi erano gli appunti di guerra. Il 22 novembre 2017, dopo aver udito oltre 500 testimoni ed esaminato più di 10mila elementi di prova, il tribunale lo condannò all’ergastolo per il contributo e la partecipazione a quattro iniziative criminali organizzate (in gergo joint criminal enterprises), volte alla persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e inumano di popolazioni, attacco ai civili e presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite, prime fra tutte il massacro di Srebrenica, qualificato come genocidio. Venne assolto, invece, dall’accusa di genocidio per il complesso delle azioni criminali avvenute in Bosnia tra il 1991 e il 1995. Con la condanna a Mladić, dopo 24 anni, il tribunale ha concluso la propria attività.