Chi è Esmail Ghaani

Della vita del successore di Qassem Soleimani, ucciso il 3 gennaio 2019 da un attacco americano nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, in Iraq, si conosce ancora molto poco. Le informazioni sono ridotte, ma il generale Esmail Ghaani, da sempre rimasto all’ombra del suo illustre predecessore e da adesso nuova guida delle milizie Al Quds dei Pasdaran, ha dedicato gran parte della sua vita alla carriera militare. È stato il numero due di Soleimani per circa vent’anni e in molti credono che, difficilmente, riuscirà ad avere la sua stessa influenza in Medio Oriente.

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, Ali Khamenei lo avrebbe scelto in quanto rappresentante certo di una continuità e lo avrebbe descritto come “uno dei più importanti comandanti militari” del Paese. Conservatore e fedele all’ala più rigida della gerarchia politica iraniana, Ghaani è un uomo intransigente e dalle posizioni nette. Inoltre, secondo alcune ricostruzioni, rispecchierebbe anche gli equilibri di forze interni alla divisione dei Guardiani della rivoluzione. Elemento che lo rende un candidato ideale a raccogliere ciò che rimane della guida (da molti ritenuta spregiudicata) di chi lo ha preceduto. La sua nomina ha generato opinioni contrastanti: in diversi ritengono che non abbia l’esperienza adeguata a ricoprire un ruolo così importante. Per altri, il suo nome, corrisponde a quello di un valoroso combattente che ha difeso la nazione dagli iracheni negli anni Ottanta.

Di Esmail Ghaani, nato a Mashhad (nel Nord Khorasan) nel 1957 e cresciuto negli ultimi anni della monarchia Pahlavi, circolano poche immagini. Oggi è un uomo dall’aspetto apparentemente mite, che porta gli occhiali e che ha barba e capelli brizzolati. Nel giorno dei funerali di Soleimani, a Teheran, era al fianco della Guida suprema nell’azione di piangere lo shahid più importante che l’Iran contemporaneo (almeno ufficialmente) abbia mai avuto. Dal 1997 ricopre il ruolo di vicecomandante della divisione Al Quds, l’unità speciale dei Guardiani della rivoluzione, che possiede un ruolo di primo piano nella politica (estera) del Paese. A conferirgli questa nomina fu il capo comandante Rahim Safavi. In questo ruolo, nel tempo supervisionò gli esborsi finanziari a diversi gruppi paramilitari, tra cui Hezbollah, e seguì gli accadimenti a est. L’ufficiale Ghaani ha avuto una carriera parallela a quella di Soleimani. Come lui, infatti, la iniziò molto presto, poco più che ventenne, e come lui vi si è dedicato per tutta la vita. Ma diversamente dal potente predecessore non si è fatto notare così tanto, né si è fatto apprezzare allo stesso modo.

A 22 anni, il giovane Ghaani entrò a far parte dei Guardiani della rivoluzione, la formazione creata dopo la rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini a difesa della teocrazia appena nata (fondata nel 1979) dalle macerie del regime degli shah Pahlavi. Quello fatto da Ghaani fu un passo decisivo compiuto da molti altri giovani iraniani che, in quel momento, decidevano di votare la loro esistenza alla carriera militare e alla difesa della nazione. Perché i Pasdaran non rappresentavano soltanto una questione di leva, ma una vera e propria vocazione, molto più simile a un’aspirazione spirituale rispetto a un compito da assolvere. Il giovane Ghaani venne quindi schierato contro i curdi e subito dopo al fronte contro l’Iraq, uno dei conflitti più sanguinosi dell’area e dal forte valore simbolico per la Repubblica islamica.

In base alle poche informazioni che si hanno di lui, durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, Ghaani avrebbe dimostrato particolare coraggio, spirito di iniziativa e un’audacia piuttosto rara. Anche per questo e, soprattutto, per la sua risolutezza riuscì a crescere di grado e gli venne affidata la responsabilità di due reparti importanti: la Divisione Nasr 5 e la Reza 21. Pubblicamente Ghaani avrebbe dichiarato che un buon comandante dovrebbe considerare i suoi soldati come fossero dei figli e in più occasioni avrebbe dimostrato loro la sua vicinanza (anche se il non riuscì mai a godere della stessa popolarità del generale Soleimani).

Al termine del conflitto con Saddam Hussein e grazie a quanto dimostrato in quel teatro di guerra, Ghaani riuscì ad assumere posizioni di un certo rilievo all’interno della Repubblica islamica. Nel tempo si occupò di Afghanistan, Pakistan e persino di lotta ai trafficanti di droga nell’area. Secondo alcune informazioni fornite da fonti vicine all’opposizione di Teheran, Ghaani sarebbe stato anche il responsabile del Quarto Corpo Ansar. Subito dopo, ci fu il passaggio nelle milizie Al Quds, considerate l’anello di congiunzione di ciò che conta nella Repubblica islamica e i movimenti alleati. All’interno dei meccanismi di potere di cui si trovò a far parte, costituì relazioni molto importanti. Che ha mantenuto per tutta la vita e che gli hanno permesso di scalare abbastanza velocemente il potere.

Il 25 maggio del 2012, nella regione di Houla, nella provincia di Homs, in Siria, vennero attaccati due villaggi. Il bilancio fu di 108 persone uccise, tra cui 49 bambini. Gli investigatori delle Nazioni Unite conclusero che le vittime avevano perso la vita a causa di esecuzioni sommarie da parte di una milizia civile chiamata Shabiha (considerati dagli attivisti siriani e da alcune organizzazioni per i diritti umani uno strumento di Bashar al Assad per soffocare il dissenso). Secondo la portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Victoria Nuland, Ghaani sarebbe stato accusato, insieme alla divisione Al Quds, di aver aiutato ad addestrare i miliziani responsabili dell’attacco. Nei giorni seguenti, Ghaani, in un’intervista all’Iranian Students News Agency (Isna), avrebbe affermato che grazie alla loro presenza in Siria sarebbero stati evitati molti massacri. Il colloquio, nel giro di poche ore, venne cancellato dal sito dell’Isna, ma di quelle parole rimase traccia in alcuni notiziari. Secondo Meir Javedanfar, giornalista iraniano esperto di Medio Oriente, quella è stata la prima circostanza in cui un alto ufficiale ha ammesso che la divisione Al Quds ha operato in Siria.

Secondo quanto sostenuto da Nicola Pedde, direttore dell’Institute of Global Studies, al profilo del nuovo capo delle milizie Al Quds corrisponderebbe un’immagine molto più estrema rispetto a quella di Soleimani. Molto più orientato allo scontro, ora Ghani dovrà impegnare tutte le sue energie a ricostruire i rapporti con le comunità sciite di Libano e Iraq. E, simbolicamente, dovrà proteggere Teheran, dopo la caduta e la morte di Soleimani. Il nuovo comandante, poi, avrebbe annunciato di voler proseguire il cammino tracciato dal suo predecessore. “Continueremo questo luminoso percorso con forza”, avrebbe dichiarato Ghaani, citato da Irib, la tv di stato iraniana. “Siamo figli della guerra”, avrebbe detto una volta riferendosi al suo rapporto con Soleimani ed evocando un immaginario in cui la gran parte degli iraniani che appoggiò la rivoluzione islamica si ritrova. E, sempre su Soleimani, avrebbe aggiunto: “Siamo compagni sul campo di battaglia e siamo diventati amici in battaglia”.

Negli ultimi anni, Ghaani ha aspramente criticato il coinvolgimento degli Stati Uniti nella regione, in particolare dopo l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump. In diverse occasioni, infatti, avrebbe utilizzato una retorica piuttosto aggressiva nei confronti dell’America e dei suoi cittadini. Durante una cerimonia commemorativa dei martiri iraniani, il 5 luglio del 2017, avrebbe accusato gli Stati Uniti di aver speso (inutilmente) milioni di dollari in Iraq e in Afghanistan nel tentativo di attaccare la Repubblica islamica. Dopo la decisione di Trump di uscire dall’accordo sul nucleare siglato nel 2015, Ghaani, in quanto rappresentante di un certo rilievo della divisione Al Quds, aveva affermato: “Non siamo un Paese bellicoso. Ma qualsiasi azione militare contro l’Iran sarà punita. Le minacce di Trump contro il Paese danneggeranno l’America. Abbiamo seppellito molti come Trump e sappiamo come combattere contro l’America”. Subito dopo l’uccisione di Soleimani, secondo quanto riportato dal Guardian, Ghaani ad Al Jazeera avrebbe detto: “Lo diciamo a tutti: siate pazienti e vedrete i corpi senza vita degli americani sparsi per tutto il Medio Oriente”.


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