Che cos’è la strage di Khojaly

Khojaly, Nagorno Karabakh, notte del 26 febbraio 1992. Tra Baku e Yerevan è guerra aperta – le ostilità sarebbero terminate soltanto due anni più tardi – ma gli abitanti (azeri) di questo villaggio localizzato al centro della regione contesa, per quanto inquieti, confidano nella presenza del 366esimo reggimento dell’ex Unione sovietica ivi dispiegato e nell’eventuale apertura di corridoi per la fuga.

Non potevano sapere, e neanche prevedere, che la loro fiducia sarebbe stata fatalmente tradita. Quella notte, infatti, Khojaly sarebbe diventata il tragico teatro del più grave massacro, per modalità e dimensioni, della guerra del Nagorno Karabakh.

Questa è la storia (quasi) dimenticata del massacro di Khojaly, che in Azerbaigian viene commemorato come un genocidio (Xocalı soyqırımı), e che rappresenta indubbiamente il capitolo più buio del conflitto del Nagorno Karabakh, nonché l’evento premonitore delle “nuove guerre” delineate da Mary Kaldor.

La mattanza di Khojaly avviene sullo sfondo dell’aggravamento delle tensioni tra gli armeni e gli azeri di stanza nel Nagorno Karabakh e dell’allargamento degli scontri tra le forze armate di occupazione armene e l’esercito regolare dell’Azerbaigian.
Il 1992, invero, sarebbe passato alla storia come l’annus horribilis della guerra del Nagorno Karabakh: dodici mesi di bombardamenti e scontri senza interruzioni, di combattimenti per il fato dei territori occupati, e di gravi e crescenti incidenti coinvolgenti le rispettive popolazioni civili.

Ma perché Khojaly? Forse una rappresaglia per le perdite subite o un atroce stratagemma con cui perseguire il doppio obiettivo di colpire il morale della nazione azera e di determinare un esodo verso Baku funzionale all’omogeneizzazione etnica della regione, ovverosia alla sua “armenizzazione”.

Da non trascurare, inoltre, che la città era – ed è – situata in un luogo geostrategico, essendo sulla strada che da Şuşa conduce ad Agdam, e possedeva l’unico aeroporto dell’intera regione (ancora oggi in funzione). Spopolarla, in sintesi, era di estrema importanza ai fini dell’esito della guerra e dell’armenizzazione di quella parte di Nagorno Karabakh. Ma forse lo scopo principale era spaventare la popolazione azera in tutta la regione e negli altri distretti adiacenti.

È per l’insieme di queste ragioni che Khojaly era finita nel mirino delle forze dell’Armenia a partire da ottobre dell’anno precedente: bombardamenti, sabotaggi alla rete elettrica e al sistema di distribuzione dell’acqua, e azioni di disturbo a intervalli regolari lungo la strada che la connetteva ad Agdam.

I residenti di Khojaly avevano iniziato a fuggire dalla città nei giorni e nelle ore precedenti all’eccidio a causa del deteriorarsi della situazione. Le forze armene, infatti, stavano avanzando in loro direzione, forti della graduale ritirata dell’esercito regolare azero, e molti abitanti erano dell’idea che, una volta sotto il giogo armeno, avrebbero dovuto temere per la propria vita. La storia gli avrebbe dato rapidamente ragione.

I soldati armeni arrivarono a Khojaly nella giornata del 25 febbraio dando subitaneamente inizio ad una mattanza indiscriminata, cioè non distinguendo tra civili e militari. Calata la sera e il 25 divenuto 26 allo scoccare della mezzanotte, gli scontri, già tremendi, avrebbero assunto le sembianze di una pulizia etnica.

Coloro che riuscirono a scappare dovettero fronteggiare un nemico altrettanto insidioso: il gelo dell’inverno azero. Molti, soprattutto anziani, sarebbero morti per assideramento nel corso della notte perché già cagionevoli di salute e, soprattutto, perché obbligati ad abbandonare le loro dimore senza il tempo di potersi vestire adeguatamente.

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L’Armenia non ha mai riconosciuto le responsabilità del massacro e contesta l’applicazione dell’etichetta di “genocidio”, ritenendo, anzi, che il bilancio della notte di follia sarebbe di gran lunga inferiore a quanto denunciato dall’Azerbaigian e dalle organizzazioni nongovernative: 613 morti, 487 feriti, 1275 sequestrati e 150 persone mai ritrovate.

L’Azerbaigian, al contrario, forte dei riscontri sul campo, delle indagini indipendenti di organizzazioni non governative come Human Rights Watch e delle testimonianze dei sopravvissuti, ha dapprima dimostrato la fattualità del massacro e poi ha dato impeto ad una campagna globale di sensibilizzazione e di ricerca della verità storica.

I fatti di Khojaly sono riconosciuti come genocidio da numerosi paesi, tra i quali Bosnia ed Erzegovina, Colombia, Repubblica Ceca, Honduras, Giordania, Messico, Pakistan, Panama, Perù, Sudan, Gibuti e Guatemala.

Il massacro di Khojaly continua ad essere conosciuto da un’esigua minoranza di persone in Europa, e in esteso in Occidente, sebbene negli anni siano state promosse delle iniziative di coscientizzazione del pubblico ed eretti dei memoriali per immortalare il ricordo della tragedia.

Oggi, monumenti per commemorare le vittime del massacro possono essere trovati a L’Aia, Sarajevo e Berlino, e, uscendo dal Vecchio Continente, a Città del Messico, in diverse città turche (Ankara, Denizli, Izmit, Usak) e, naturalmente, in Azerbaigian.
La ricordanza della tragedia viene custodita gelosamente dal popolo azero, essendo divenuta parte integrante della memoria collettiva e dell’identità nazionale, ed è oggetto di rituale commemorazione il 26 febbraio di ogni anno.