Il Movimento per il jihad islamico in Palestina

Israele lo avrebbe ucciso in un attacco mirato, nella notte tra l’11 e il 12 novembre, mentre si trovava nella sua abitazione, a Gaza, insieme alla moglie. È morto così, a 42 anni, Baha Abu al Ata, tra i più importanti comandanti del gruppo radicale Movimento per il jihad islamico in Palestina, che tutti però conoscono anche soltanto con il nome di Jihad islamico. Da tempo si trovava ai vertici dell’unità ed era considerato uno dei suoi leader più importanti e influenti. L’esercito lo accusava di avere coordinato diversi lanci di missili contro Israele e lo definiva una “bomba pronta a esplodere“. Nell’attacco avrebbe perso la vita anche suo figlio. Per la perdita, il gruppo e Hamas hanno risposto con il lancio di alcuni razzi. Ma più che il suo nome, nelle ore successiva alla sua morte, echeggia quello del gruppo di cui, da tempo, faceva parte. Perché il Jihad islamico è un’entità complessa. Con una storia, un fondatore importante (Fathi Shaqaqi), un’imponente eredità storica e, soprattutto, una funzione messianica.

A considerare il Movimento per il jihad islamico in Palestina un gruppo potenzialmente pericoloso, perché sospettato di terrorismo, oggi sono ancora in molti: gli Stati Uniti, l’Unione europea, il Regno Unito, il Giappone, il Canada e, ovviamente, Israele. L’unità venne fondata nella Striscia di Gaza alla fine degli anni Settanta da Fathi Shaqaqi e nacque come ramo distaccato del Jihad islamico egiziano. Si tratta di un gruppo sunnita fondato nel 1981, ma secondo il parere di alcuni (mai ufficialmente confermato), il movimento sarebbe stato finanziato anche da Hezbollah, il partito libanese a maggioranza sciita. Secondo l’analisi di molti, il Jihad islamico ha, da sempre, una sola missione, e cioè quella di costituire un unico stato islamico palestinese, con i confini geografici antecedenti al 1948. Dalla sua esistenza, l’ala armata del gruppo, le Brigate al-Quds, hanno rivendicato numerosi attacchi in Israele, inclusi vari attentati suicidi che hanno insanguinato la quotidianità dello stato. È un movimento molto più piccolo di Hamas e gode di una visibilità e un sostegno popolare minore. Oggi è ancora considerata l’organizzazione più radicale ed estrema in termini di metodi operativi per la distruzione dello stato d’Israele.

L’unità ha sempre avuto come base Damasco, in Siria, nonostante il movimento sia rivolto alla Palestina. Il suo background culturale è da individuare anche nell’Iran dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, anche se il gruppo (da sempre) opera principalmente in Cisgiordania (le cui roccaforti più importanti sono Hebron e Jenin) e nella Striscia di Gaza. Ma il Jihad islamico palestinese ha sempre condotto i suoi attacchi anche a partire dalla Giordania e dal Libano. Le azioni militari ebbero inizio nel 1984 e da quel momento in poi le operazioni non si sono mai del tutto fermate.

Fathi Shaqaqi nacque a Gaza nel 1951 e, oltre a essere un politico palestinese molto influente, è considerato tra gli ideatori del sistema degli attentati suicidi, che connotarono poi l’identità degli attacchi contro lo stato di Israele. Shaqaqi, infatti, nel 1995 aveva pubblicato un libretto che giustificava, per la prima volta all’interno dell’islam sunnita, il terrorismo suicida come pratica del jihad, rompendo la distinzione che passava tra il togliersi la vita, atto considerato proibito nella religione musulmana, e l’idea di martirio. Proveniente da una famiglia di rifugiati di Jaffa, studiò matematica all’università di Bir Zeit e poi medicina, in Egitto. Lì si laureò nel 1981 e sempre lì si avvicinò alla Fratellanza musulmana. Esperienza che, evidentemente, gli cambiò letteralmente l’esistenza.

A Gaza fondò, insieme alla sceicco Abd al Aziz Awda, l’organizzazione palestinese del Jihad islamico, come ramo distaccato del Jihad islamico egiziano. Tornato dopo la laurea nei territori occupati in Palestina, iniziò a fare il medico a Gerusalemme. Le autorità israeliane lo arrestarono nel 1983 per la sua attività politica e lo condannarono a un anno di prigione. Poi, nel 1986 arrivò un’altra condanna, questa volta a tre anni di carcere. Nell’agosto del 1988, Shaqaqi venne deportato nel sud del Libano, da dove poi si trasferì nel campo profughi di Yarmuk, vicino a Damasco, in Siria. Il 26 ottobre del 1995 venne ucciso di fronte al Diplomat Hotel di Silema, a Malta, in circostanze mai del tutto chiarite. Il frangente della sua morte non ha fatto altro che accrescere l’idea di una figura di guida importante per i palestinesi e non solo. A Malta, Shaqaqi era stato (con lo pseudonimo di dottor Ibrahim Shaweshi) quattro volte, a partire dal 1993. Poco prima della sua scomparsa, aveva deciso di incontrare il leader libico Muhammar Gheddafi, il quale gli avrebbe promesso aiuti finanziari alla sua organizzazione.

Un campo di addestramento per giovani del Jihad islamico (LaPresse)
Un campo di addestramento per giovani del Jihad islamico (LaPresse)

Di fronte al proprio hotel, il fondatore del Jihad islamico venne avvicinato da un uomo che lo colpì con una pistola munita di silenziatore e di uno speciale contenitore per raccogliere i bossoli sparati. Il responsabile del gesto riuscì a fuggire grazie a una motocicletta e, anche se non ci sono prove reali, in molti hanno creduto che l’omicidio fosse stato ordinato dal Mossad. Altri, invece, pensano che ad averlo ammazzato possa essere stato un esponente di un altro gruppo palestinese rivale. Al suo funerale, a Damasco, si presentarono circa 40mila persone, segno dell’importanza della sua figura e di quella del movimento. È ancora considerato uno degli attori chiave della creazione, nel gennaio del 1994, di un’alleanza nazionale tra Hamas, Jihad islamico e altri otto gruppi afferenti all’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), per opporsi agli accordi di Oslo e al processo di pace con Israele. Ma soprattutto è ritenuto il padre di quel movimento così identitario da resistere nel tempo, nonostante i cambiamenti politici e sociali del Paese.

Fathi Shaqaqi ha condotto il gruppo militante per circa 20 anni, dalla sua fondazione fino alla sua morte, nel 1995. Il primo attentato suicida dell’unità si concretizzò nel 1989, quando venne attaccato un autobus, tra Tel Aviv e Gerusalemme, che provocò la morte di 16 civili. Durante l’intifada al Aqsa, la seconda, cominciata nel settembre del 2000, il Jihad islamico palestinese ha perpetrato diversi attacchi suicidi contro i cittadini di Israele. Tra il 2001 e il 2002, quando il vertice del movimento era formato da Mahmud Tawalbe, Ali Sefuri e Tabeth Mardawi, dalla città di Jenin, una delle roccaforti dell’unità, partirono diversi attacchi e i nuclei operativi del Jihad islamico palestinese vennero pesantemente riattaccati e smantellati durante l’operazione “Scudo difensivo”.

Un campo di addestramento per giovani del Jihad islamico (LaPresse)
Un campo di addestramento per giovani del Jihad islamico (LaPresse)

Tawalbe, infatti, venne ucciso da un buldozzer blindato Idf Caterpillar D9, mentre Sefuri e Mardawi finirono nelle carceri delle forze di sicurezza israeliane. Il gruppo ha rivendicato la responsabilità dell’organizzazione dell’esecuzione di diversi attentati condotti dai suoi militanti nel corso degli ultimi anni. Il gruppo, infatti, è responsabile di più di 30 attacchi dinamitardi suicidi considerati riusciti e portati a termine.

Il gruppo palestinese definisce il jihad come una sorta di obbligo da attuare contro lo stato d’Israele. La parola “jihad”, in arabo, significa “sforzo“, inteso come un intento orientato a uno scopo ben preciso. Non necessariamente possiede una connotazione negativa, perché in quel sostantivo viene individuato sia lo slancio per raggiungere un dato obiettivo e può fare riferimento allo sforzo spirituale del singolo per migliorare se stesso (una lotta interiore), sia quella che tutti conoscono come “guerra santa“. Da questo punto e dalle varie declinazioni che in tanti danno a questo nome, si dirama tutto il resto. Compreso il nome scelto dal gruppo militante palestinese.