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Che cosa sono le guerre cognitive

La pandemia di Covid-19 e la guerra in Ucraina hanno accelerato l’ascesa di un nuovo modo di fare la guerra, in germogliazione da alcuni decenni, che ha incrementato significativamente la deleterietà di operazioni psicologiche (psyops) e guerre informative (infowars) ed è destinato a restare. Per sempre.

Questo nuovo modo di concepire l’arte della guerra, conseguenza ineluttabile degli avanzamenti nelle neuroscienze cognitive e nello psicomarketing, nonché del decadimento cognitivo delle masse alimentato dalla società del comfort, ha come campo di battaglia la mente e come scopo il suo dominio. L’umano che diventa automa, che diventa il telecomandabile candidato manciuriano di Va’ e uccidi. Sono le guerre cognitive, o mentali.

Il termine guerra cognitiva appare per la prima volta nel 2017, coniato dal generale USAF David Goldfein, e da allora è entrato, anche se piuttosto lentamente, nei vocabolari di politologi, militari, analisti e neuroscienziati. A popolarizzarlo, ad ogni modo, è stata l’Alleanza Atlantica, che al tema ha cominciato a dedicarsi con solerzia, di pari passo con l’aggravamento della competizione tra grandi potenze – che ha messo in luce le (tante) debolezze delle liberal-democrazie –, pubblicando rapporti, compiendo ricerche e allestendo seminari.

Perché l’Alleanza Atlantica si sia autoinvestita dell’onere di approfondire il tema delle guerre cognitive, cioè delle guerre per il controllo del cervello, ponderando l’inclusione della mente nelle dimensioni della conflittualità – terra, mare, aria, spazio, rete –, è abbastanza chiaro: essa supervisiona, plasma e indirizza le politiche militari degli stati membri. E sensibilizzandoli sul ritorno della mente al centro delle operazioni militari delle grandi potenze, come ai tempi della Guerra fredda – ma in maniera molto più pervasiva e perniciosa –, li sta incoraggiando ad investire maggiormente nelle neuroscienze e nelle scienze cognitive.

Investire nelle neuroscienze e nelle scienze cognitive, ma anche nella neurolinguistica, nell’economia comportamentale e nella neurotecnologia, equivale ad aumentare le probabilità di trovare un vaccino alle armi cognitive e alle neuro-armi, che premettono e promettono di cambiare per sempre il modo di fare la guerra: invisibile e inodore, eppure più tangibile che mai.

Nelle guerre cognitive, secondo la definizione offerta dall’Alleanza Atlantica, “la mente umana diventa il campo di battaglia” e “l’obiettivo è di cambiare non soltanto ciò che le persone pensano, ma anche come lo fanno e agiscono”. Se portate avanti con maestria, le operazioni cognitive possono “plasmare e influenzare le convinzioni e i comportamenti degli individui e di [interi] gruppi, favorendo gli obiettivi tattici o strategici dell’aggressore”.

Guerre cognitive, dando per corretta la definizione dell’Alleanza Atlantica – e lo è –, sono l’evoluzione naturale, inevitabile e, per certi versi, finanche prevedibile della propaganda tradizionale e della sua prole – infowars e psyops –, le cui tecniche e tattiche hanno perfezionato e il cui potenziale psico-destabilizzante hanno elevato sensibilmente. Un’evoluzione avvenuta per tappe, delle quali le più importanti sono state la Guerra Fredda, la globalizzazione e l’ascesa delle società postmoderne – digitali, interconnesse, ipertecnologiche, liquide.

I programmi militari sul controllo mentale e sulla modifica del comportamento della Guerra fredda, come il famigerato MKULTRA, hanno giocato un ruolo-chiave nel catalizzare lo sviluppo di neuro-armi e armi cognitive, alcune note – l’intossicazione ambientale – e altre leggendarie – i candidati manciuriani –, ma un contributo altrettanto fondamentale è stato dato, sebbene in maniera inconsapevole, dall’economia comportamentale, dalla psicologia del consumo e dalle scienze cognitive in ogni loro declinazione.

“Nella loro forma estrema”, continua a spiegare l’Alleanza Atlantica, “[la guerra cognitiva] ha il potenziale di fratturare e frammentare un’intera società, così che essa non abbia più la volontà collettiva di resistere alle intenzioni dell’avversario” e “che venga sottomessa senza ricorrere alla forza o alla coercizione”.

La guerra cognitiva, in estrema sintesi, divide, radicalizza e polarizza fino al punto, se possibile, di non ritorno. La società che diventa nemica di se stessa, sprofondando in una guerra intestina ad uso e consumo altrui. Una guerra cognitiva ante litteram potrebbe essere ritenuta la campagna sovversiva della CIA contro il Cile di Salvador Allende, piegato dall’interno nel corso di un triennio di operazioni coperte, molte delle quali di natura psicologica. Come cognitive sono state le operazioni russe e cinesi ai danni del tessuto sociale occidentale durante la pandemia di COVID19 e la campagna comunicativa della presidenza Zelenskij durante la guerra in Ucraina.

Le guerre cognitive rappresentano il perfezionamento di infowars e psyops, che complementano e completano, massimizzano il potenziale destabilizzante offerto dalla dimensione cibernetica e procurano dei danni la cui dimensione è quantificabile soltanto nel momento in cui la mente traviata, e riformattata, comincia ad agire.

Lo strumento preferito di un neuro-stratega non è la stampa tradizionale, perché nuovi media, messaggistica istantanea e piattaforme sociali l’hanno condannata all’irrilevanza, all’anacronismo, mentre la guerra cognitiva è proiettata al futuro. I canali privilegiati delle operazioni cognitive sono i social network globali – Facebook, Instagram, TikTok, Twitter – e i siti della controinformazione, più propensi al rilancio di dati contenuti per motivi deontologici.

I megafoni delle guerre cognitive, cioè i veicoli che amplificano l’eco di questa propaganda 2.0 particolarmente perniciosa e stordente, possono esistere – spesso si tratta di influencer – o esseri fittizi – eserciti di troll creati nottetempo; l’Internet Research Agency insegna. Diffondono una notizia falsa, o manipolata, sfruttando gli algoritmi per popolarizzarla. Danno vita ad un gruppo, organizzando proteste e radicalizzandone i membri. Portano avanti operazioni durature, talvolta impercettibili, miranti all’alimentazione del dubbio e della diffidenza.

Il divenire del mondo un villaggio globale ha aiutato e aiuta i neuro-strateghi, i cui contenuti possono diventare virali in un minuto grazie a piattaforme come YouTube, ma il loro migliore amico, più che la tecnologia, è l’impoverimento cognitivo che caratterizza gli umani della contemporaneità. Perciò, data l’estensione del problema del declino cognitivo delle masse, sviluppare dei vaccini efficaci sarà tutt’altro che semplice.

Strategie basate sul presidio permanente della rete e sulla censura non saranno sufficienti. Il villaggio globale consente a chiunque, in un modo o nell’altro, di trasmettere e di accedere a ciò che desidera. E la fame di post-verità, per ragioni psicologiche, sarà sempre maggiore di quella per il vero. A meno di soluzioni radicali, nel senso di concepite per risalire alle radici dell’elevata vulnerabilità alle guerre cognitive delle liberal-democrazie, all’orizzonte dell’Occidente si profilano caos sociale, infodemie e tanto illiberalismo.

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