Che cosa si intende per territori occupati

La guerra tra Israele e Hamas, scoppiata all’indomani delle stragi compiute dal movimento islamista palestinese il 7 ottobre 2023, ha posto in evidenza soprattutto la questione della divisione territoriale della regione. In particolare, è emersa la complessità nel definire quali aree siano ricadenti nel territorio israeliano internazionalmente riconosciuto e quali invece sono da considerare territorio occupato. E, in relazione a queste ultime, qual è lo status degli insediamenti israeliani al loro interno e fin dove si spinge invece l’autorità dell’Anp (Autorità Nazionale Palestinese).

Tutto nasce ovviamente con la questione legata ai confini da assegnare, all’interno del territorio dell’ex mandato britannico, a uno Stato ebraico e a uno arabo. Con la fine della presenza di Londra infatti, nel 1948 la neonata Onu ha provato a stilare un piano per una ripartizione tra il futuro Stato di Israele e le regioni invece da far amministrare ai Paesi arabi. In particolare, secondo i documenti redatti dalle Nazioni Unite, il 56% dell’ex Palestina britannica doveva andare in mano israeliana e la restante parte doveva essere amministrata dalla popolazione araba.

L’accordo tra le parti però non è mai stato trovato e il 14 maggio 1948 Ben Gurion, rappresentante della comunità ebraica della regione, ha proclamato la nascita dello Stato di Israele. Poche ore dopo Egitto, Transgiordania, Iraq, Libano, con il supporto di altri Stati arabi, hanno dichiarato guerra al neonato Stato di Israele. Il conflitto, andato avanti fino alla primavera successiva, si è concluso con la vittoria israeliana e con la ridefinizione dei nuovi confini. I quali, almeno de jure, sono validi ancora oggi.

La guerra non si è conclusa con un generale e unificato accordo di pace. Al contrario, sono stati stipulati dei singoli armistizi separati tra il governo israeliano e i Paesi arabi confinanti con il neonato Stato ebraico. Per Israele questa è la fase della vittoria della prima guerra di indipendenza, per le popolazioni arabe della Palestina si tratta invece della cosiddetta “nakba”, termine che indica la catastrofe. Si calcola infatti che, a seguito della sconfitta militare della coalizione araba, almeno 700.000 abitanti arabi della regione sono stati costretti a fuggire di casa.

I vari armistizi hanno definito progressivamente i nuovi confini internazionalmente riconosciuti. Al termine di questo processo, Israele ha iniziato a controllare il 70% dell’ex Palestina britannica, la restante parte invece è andata ad alcuni Stati arabi confinanti e, in particolare, all’Egitto e alla Transgiordania (l’odierna Giordania).

I confini tracciati dall’armistizio con il Libano hanno assunto la denominazione di blue line, mentre quelli nati con gli accordi con Egitto e Transgiordania sono stati chiamati “green line”. In sede di trattative, è stato deciso di riconoscere questi confini come linee di frontiera aventi finalità militari. Non sono quindi nati confini politici definitivi, ma linee di demarcazione provvisorie in attesa dell’apertura di veri trattati di pace.

A livello internazionale la green line è stata presa in considerazione come linea di demarcazione dei confini dello Stato di Israele. E questo perché è stata riconosciuta una certa validità giuridica e internazionale ad accordi stipulati dalle varie parti in guerra. Non solo, ma nella conferenza di Losanna del 1949, il governo israeliano ha annunciato l’intenzione di non voler estendere il proprio territorio al di là della green line.

L’accordo tra Israele ed Egitto è stato sottoscritto il 24 febbraio 1949. Ha previsto, in primo luogo, una demarcazione dei confini dei due Paesi coincidente a quella dell’accordo del 1906 tra la Gran Bretagna, all’epoca potenza mandataria, e l’impero ottomano che in quel momento controllava la regione palestinese. Allo Stato di Israele sono quindi spettati i territori un tempo ottomani a est della linea del 1906, mentre all’Egitto quelli a ovest un tempo facenti parte del mandato britannico su Il Cairo.

Inoltre, è stata posta sotto l’amministrazione egiziana anche la città di Gaza assieme ad altre località che dal centro di Gaza si diradano verso il confine egiziano: a questa porzione di terra è stato poi assegnato il nome di Striscia di Gaza.

Durante le fasi del conflitto del 1948-49, le truppe dell’emirato di Transgiordania avevano occupato parte delle regioni storiche della Samaria e della Giudea, fulcro dei territori da assegnare alla popolazione araba di Palestina nel piano elaborato dall’Onu. Qui del resto sono situate alcune delle città arabe più importanti della regione: Ramallah, Tulkarem, Betlemme, Hebron, Nablus e Jenin.

Con l’armistizio siglato tra Israele e le autorità transgiordane, firmato il 3 aprile 1949, è stata tracciata una green line tra i territori passati in mano israeliana e quelli invece lasciati sotto l’amministrazione militare e civile dell’emirato di Transgiordania.

L’area compresa all’interno della green line ha in seguito assunto la denominazione di Cisgiordania. E questo perché ha, quale confine naturale con il restante territorio transgiordano, il fiume Giordano. In inglese è usato ancora oggi anche il termine West Bank, ossia “sponda ovest”, indicando per l’appunto l’appartenenza di questo territorio all’area a ovest del Giordano,

Particolarmente delicata è risultata subito la questione relativa alla più importante città della regione, Gerusalemme: contesa sia dagli israeliani che dai giordani, nell’armistizio del 3 aprile la green line è stata tracciata nel cuore del nucleo urbano. La parte occidentale è stata assegnata a Israele, quella orientale invece alla Transgiordania. Quest’area comprende la città vecchia, compresi i quartieri arabi e armeni, nonché i luoghi santi per le tre principali religioni monoteiste: il muro del pianto per gli ebrei, la spianata delle moschee per i musulmani e la basilica del Santo Sepolcro per i cristiani.

La situazione attorno la green line è rimasta cristallizzata per 18 anni. Da notare come sia la Striscia di Gaza che la Cisgiordania non sono mai state riconosciute come parti integranti dei Paesi che amministravano tali regioni. Anche per questo si è iniziato a parlare della possibilità della nascita di uno Stato indipendente per gli arabi di Palestina. Sono anche gli anni della nascita dell’Olp, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, la quale però non aspirava a uno Stato entro i confini della green line ma propagandava lo smantellamento dello Stato di Israele.

La situazione politica durante il ventennio di relativa calma è rimasta comunque molto tesa. Basti pensare alla guerra del 1956 tra Israele, alleata con Francia e Gran Bretagna, e l’Egitto di Nasser conclusasi con un nuovo accordo mediato da Usa e Urss e volto a mantenere lo status quo del 1948.

Nel giugno del 1967, preoccupato dai rapporti dell’intelligence che parlavano della preparazione di una vasta alleanza araba per muovere guerra contro i propri territori, il governo israeliano ha lanciato una guerra preventiva contro Egitto, Transgiordania e Siria. Il conflitto è passato alla storia come “guerra dei sei giorni”: nel giro di una settimana infatti, Israele ha sconfitto nuovamente la coalizione di Paese arabi.

Uno degli effetti della nuova disputa arabo-israeliana ha riguardato l’occupazione, da parte dello Stato ebraico, di tutti i territori situati al di là della green line. Le truppe sono infatti entrate sia all’interno della Striscia di Gaza che in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. La grave sconfitta rimediata sul campo, ha costretto i governi della coalizione araba ad accettare le dure condizioni di cessate il fuoco, comprendenti anche l’occupazione da parte israeliana. Inoltre, i soldati dello Stato ebraico hanno imposto il loro controllo anche nel Sinai egiziano e nella regione delle alture del Golan in Siria.

Nel novembre del 1967, l’Onu ha approvato la risoluzione del consiglio di sicurezza n. 242 in cui è stato richiamato nel preambolo il principio relativo all’impossibilità, per un determinato Stato, di acquisire territori con l’uso della forza. È per questo che, da quel momento in poi, ci si è riferiti a Cisgiordania e Striscia di Gaza come a “territori occupati”. La risoluzione non a caso ha parlato della necessità di un ritiro israeliano dalle aree occupate, in cambio di un reciproco riconoscimento tra gli Stati impegnati in guerra.

Nella risoluzione non si è fatto esplicito riferimento ai confini del 1949: alcuni analisti hanno visto, nel passaggio dedicato al ritiro israeliano, un obbligo di abbandonare tutte le terre al di là della green line mentre, al contrario, altri hanno interpretato questo richiamo come un invito a trattare per disegnare altri confini. L’allora presidente Usa, Lyndon B. Johnson, si è schierato a favore di quest’ultima interpretazione: “Il ritorno alla situazione del 4 giugno 1967 non porterebbe alla pace – ha dichiarato subito dopo il via libera alla risoluzione 242 – Devono esservi confini sicuri e riconosciuti. E questi confini devono essere concordati tra i paesi confinanti interessati”.

La questione riguardante la città di Gerusalemme ha assunto negli anni un aspetto peculiare rispetto al resto della Cisgiordania. Qui infatti, a differenza che nelle altre regioni interessate, la green line non c’è più già da tempo. I vari governi israeliani hanno negli anni mostrato l’intenzione di considerare unificata la città, inglobando anche i quartieri orientali.

La costruzione dell’edificio che ospita la Knesset, ossia il parlamento israeliano, e di altre strutture governative ha reso Gerusalemme la capitale de facto di Israele. L’intera area urbana è stata quindi inglobata dallo Stato ebraico, tanto da essere ad oggi considerata come l’unica regione della Cisgiordania considerata annessa dalle autorità israeliane. A sancire questo passaggio è stata anche una legge approvata nel 1980 dalla Knesset, secondo cui Gerusalemme è considerata una città unita e con il rango di capitale di Israele.

A livello internazionale però, valgono de jure i confini del 1949. Sulla questione si è infatti espresso il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 478, approvata pochi mesi dopo la legge israeliana su Gerusalemme. Nel documento Onu, in particolare, sono state condannate le mosse politiche dello Stato ebraico e sono stati invitati tutti i membri delle Nazioni Unite a riconoscere Gerusalemme Est quale territorio occupato.

Per questo motivo, ancora oggi la maggioranza dei governi riconosce come capitale di Israele la città di Tel Aviv, lì dove ha sede il maggior numero di ambasciate internazionali. Tra i pochi Paesi a spostare l’ambasciata a Gerusalemme, occorre annoverare gli Stati Uniti. Washington ha assunto questa posizione durante la presidenza di Donald Trump, nel quadro di una sempre più stretta alleanza tra la Casa Bianca e il governo israeliano.

L’avvento dell’Olp, la nascita della cosiddetta “questione palestinese” e la prosecuzione a tempo indeterminato dell’occupazione israeliana di Gaza e della Cisgiordania, hanno nel tempo modificato la situazione all’interno dei territori occupati. Una prima svolta si è avuta nel 1979, con la firma degli accordi di pace tra Israele ed Egitto con cui lo Stato ebraico ha restituito a Il Cairo il Sinai e in cambio il governo egiziano ha rinunciato alla Striscia di Gaza e si è impegnato sia a riconoscere ufficialmente i confini di Israele e sia a smilitarizzare le aree vicine le frontiere.

Nel 1987 in Cisgiordania si è avuto invece lo scoppio della prima intifada, la guerriglia cioè messa in atto dai palestinesi per chiedere la fine dell’occupazione. Nei primi anni ’90, sono invece iniziate le trattative tra autorità israeliane e leader dell’Olp, il tutto con la mediazione di Usa, Egitto e Giordana. Quest’ultima, erede della Transgiordania, a sua volta aveva intavolato mediazioni per giungere a una pace con Israele, la quale sarà poi firmata nel 1994.

Nel 1993 gli sforzi diplomatici hanno dato i loro frutti. Gli israeliani a Oslo hanno raggiunto un accordo con la controparte dell’Olp, rappresentata dallo storico leader e fondatore Yasser Arafat. Nel documento si è sancita la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), struttura il cui compito sarà quello di creare una prima amministrazione palestinese all’interno dei territori occupati. Un vero e proprio preambolo di un futuro Stato palestinese.

In cambio, l’Anp si è impegnata a riconoscere il diritto all’esistenza dello Stato di Israele e ha deporre le armi e mettere termine definitivamente alla lotta armata. L’amministrazione palestinese, secondo gli accordi di Oslo, comprendeva tutti i territori interni alla green line del 1948 e dunque sia la Cisgiordania che la Striscia di Gaza. Anche se separate geograficamente, entrambe le aree in questione erano considerate parte del futuro Stato palestinese.

Per quanto riguarda la Cisgiordania tuttavia è stata prevista una divisione corrispondente ai diversi gradi di autonomia dell’autogoverno palestinese. In particolare, nell’area A è stato previsto un totale controllo da parte dell’Anp comprendente sia l’ambito amministrativo che militare. Sono comprese all’interno di tale area le città di Ramallah, Nablus, Tulkarm, Betlemme e gli altri principali centri della Cisgiordania. Nell’area B invece, il controllo palestinese riguarda solo l’ambito amministrativo, mentre quello militare rimane in mano israeliana. Nell’area C infine, il controllo è interamente israeliano. La questione relativa allo status di Gerusalemme è stata rinviata a nuove discussioni. Infine, sempre negli accordi di Oslo è stato previsto un piano di graduale affidamento ai palestinesi anche dell’area C della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

I trattati di pace tuttavia non hanno avuto in seguito esito positivo. In primis, non hanno risolto la questione relativa a Gerusalemme, la cui parte orientale è considerata dai palestinesi come propria futura capitale. In secondo luogo, l’affidamento all’Anp del controllo delle città della Cisgiordania non ha fatto cessare l’occupazione israeliana e ancora oggi sussistono notevoli difficoltà di collegamento all’interno dei territori occupati. Inoltre, gli accordi di Oslo hanno trovato una dura opposizione all’interno sia di Israele che del mondo palestinese.

Yitzak Rabin, premier israeliano artefice degli accordi, è stato ucciso nel 1995 a Tel Aviv per mano di un estremista. Sul versante palestinese, sono emersi movimenti quale tra tutti quello di Hamas che hanno condannato le intese e hanno intensificato la lotta armata. È in questo clima che si è arrivati allo scoppio della seconda intifada nei primi anni 2000.

Per frenare l’ondata di attacchi kamikaze nelle città israeliane, il governo del premier Ariel Sharon ha deciso nel 2002 di approvare un progetto volto a edificare una barriera di separazione tra il territorio israeliano e la Cisgiordania. Il muro, la cui costruzione è iniziata poco dopo il via libera arrivato durante il governo di Sharon, ricalca grossomodo la green line del 1949.

Tuttavia in alcuni tratti, soprattutto nell’area attorno Gerusalemme, il tracciato erode parte dei territori considerati occupati. In due occasioni, nel 2004 e nel 2005, la Corte Suprema israeliana è intervenuta per ordinare al governo di modificare il percorso del muro in quanto comprendente territori considerati esterni ai confini israeliani e ricadenti nei territori occupati.

Il percorso del muro è però uno dei problemi che si frappongono verso la risoluzione della questione. Il vero nodo riguarda quello degli insediamenti ebraici costruiti al di là della green line. Vere e proprie colonie, alcune autorizzate dal governo e altre invece abusive, che rischiano di creare una certa discontinuità territoriale all’interno della Cisgiordania.

Secondo i palestinesi, l’eventuale riconoscimento internazionale delle colonie ridurrebbe ulteriormente lo spazio entro cui realizzare uno Stato palestinese. Per molti coloni invece, la creazione di nuovi insediamenti è figlia dell’ambizione di abitare all’interno delle regioni considerate storiche dagli ebrei.

Le prime colonie sono state fondate dopo l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Dalla Striscia, Israele ha evacuato gli insediamenti nel 2005, nell’ambito della volontà del governo Sharon di rilanciare il processo di pace. Attualmente il dibattito sui coloni appare divisivo nella politica israeliana: a sostenere la necessità di nuovi insediamenti sono soprattutto i partiti religiosi e della destra nazionalista, mentre i partiti centristi e i movimenti considerati più a sinistra considerano la costruzione delle colonie come un ingombro alla pace e una violazione del diritto israeliano e internazionale.

Al pari dell’Europa e di buona parte della comunità internazionale, l’Italia riconosce i confini sorti nel 1949. Così come, non riconosce Gerusalemme quale capitale di Israele e mantiene a Tel Aviv la propria ambasciata.

Nel marzo del 2024, Roma ha respinto la credenziali del nuovo ambasciatore israeliano designato in Italia proprio perché ex sindaco di una municipalità situata nell’area di Gerusalemme Est e dunque in territorio occupato. La questione relativa ai coloni, con lo scoppio della guerra a Gaza nell’ottobre del 2023, è tornata di stretta attualità.