Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Che cos’è la guerra del Darfur

La guerra del Darfur è un conflitto che interessa la regione occidentale sudanese del Darfur e che vede coinvolte diverse sigle, tra forze governative, milizie e gruppi paramilitari. Il conflitto esplode ufficialmente nel 2003 e viene dichiarato concluso nel 2009, anche se scontri si verificano sia prima che dopo queste date. La guerra del Darfur diventa nota a livello internazionale per via delle voci di razzie e veri e propri genocidi attuati dalle forze in campo. Si calcola che gli scontri e le azioni d violenza hanno causato almeno 400.000 morti e qualcosa come due milioni di sfollati.

Il Darfur è una regione storica del Sudan, situata nella parte occidentale del Paese, lungo i confini con il Ciad. A livello politico, secondo l’impostazione amministrativa dello Stato sudanese, è divisa in cinque Stati: Darfur Occidentale, Darfur Settentrionale, Darfur Meridionale, Darfur Centrale e Darfur Orientale. Il termine Darfur indica negli idiomi locali “Terra dei Fur”, ossia dell’etnia maggiormente concentrata in questa regione. Si tratta, al pari di altre etnie predominanti nel Darfur, di una popolazione di origine centroafricana che tra il XIV e il XVIII secolo dà vita a un sultanato indipendente. Soltanto nel 1916 infatti il Darfur viene accorpato dai britannici al Sudan, il quale al suo interno ha invece una maggioranza araba e arabofona.

È proprio quest’ultimo aspetto a essere considerato come perno della guerra poi scatenatasi negli anni recenti. Le popolazioni africane composte soprattutto dai Fur, dai Zaghawa e dai Masalit (a loro volta poi divise in diverse tribù) lamentano storicamente un trattamento di emarginazione da parte del governo centrale e delle tribù arabofone presenti in zona. La contrapposizione tra africani e arabofoni diventa molto forte tra gli anni ’60 e ’90 del secolo scorso, spingendo entrambe le parti a confluire in numerosi movimenti sorti nel frattempo per portare avanti le rispettive rivendicazioni.

Oltre ai contrasti etnici, occorre anche considerare dispute di natura economica. La popolazione di origine africana è in gran parte composta da agricoltori sedentari, mentre quella arabofona da pastori nomadi. In questo contesto, già dagli anni ’60 sorgono conflitti locali per il controllo della terra. Inoltre nel Darfur sono presenti importanti giacimenti di oro e, in anni più recenti, vengono scoperte significative riserve di petrolio. È in questo clima che si arriva, con l’inizio del XXI secolo, a una profonda divergenza tra africani e arabofoni. Il comune richiamo alla fede islamica a cui appartengono entrambi i gruppi non serve, negli anni successivi, a placare le tensioni.

Nel 2002 il governo di Khartoum registra primi attacchi da parte di gruppi armati nel Darfur. Secondo i cronisti Julie Flint e Alex de Waal, profondi conoscitori delle dinamiche conflittuali sudanesi, queste prime azioni sono il frutto di un’alleanza siglata l’anno prima tra tribù dei Fur e tribù dei Zaghawa per lottare contro il governo centrale. L’inizio degli attacchi permettere di avere una prima conoscenza delle forze in campo.

Sul fronte delle milizie del Darfur si trovano in particolare due gruppi. Si tratta del Justice and Equality Moviment (Jem) e dell’Esercito di Liberazione del Sudan (Sla). Il primo è un movimento di ispirazione islamista, il secondo invece nei primi anni 2000 è noto come “Fronte di Liberazione del Darfur” ed ha al suo interno due personaggi destinati a diventare fondamentali nella storia del conflitto: Minni Minnawi e Abdul Wahid Al Nur.

Dall’altra parte si ha invece ovviamente l’esercito regolare sudanese, preoccupato dall’escalation dei gruppi filo africani. A supporto dei militari di Khartoum arriva una milizia arabofona già arriva negli anni ’90 e nota con il nome di Janjaweed, termine che in arabo è traducibile con “demoni a cavallo”. È formata da membri delle etnie arabofone dei Baggara e degli Abbala. Nel primo gruppo di distingue la tribù dei Rizeigat, da cui provengono buona parte dei comandanti. Questo perché a proteggere e finanziare nei primi anni la milizia è lo sceicco Musa Hilal, personalità di massimo riferimento dei Rizeigat. Tra i principali comandanti occorre annotare Mohamed Hamdan Dagalo, noto con il nome di Hemmeti, e Ali Kushayb.

Dopo le prime avvisaglie e i primi scontri in diverse province del Darfur, il primo vero atto bellico è datato 26 febbraio 2003. Quel giorno un gruppo di miliziani attacca un quartier generale dell’esercito nella località di Golo. A differenza dei precedenti attentati, questa volta si ha una rivendicazione pubblica. A comunicarla è il gruppo del Fronte di Liberazione del Darfur, pochi mesi dopo noto come Esercito di Liberazione del Sudan (Sla). È per questo motivo che la storiografia tende ad attribuire ai fatti di Golo il rango di prima escalation bellica del Darfur.

Un mese dopo si ha una nuova offensiva. Il 25 marzo 2003 i miliziani Sla occupano la città di frontiera di Tine. L’operazione ha successo per i ribelli anti Khartoum in quanto consente di recuperare un’ingente quantità di materiale bellico dalle caserme. La sensazione di essere in guerra però si ha il 25 aprile 2003. Alle 5:30 del mattino quel giorno combattenti dello Sla e del Jem si coalizzano per occupare Al Fashir. Quest’ultima è una località dal grande valore strategico e politico. Al Fashir non solo è la capitale dello Stato del Darfur Settentrionale, ma è anche la più grande città dell’intera regione storica del Darfur, centro nevralgico economico e politico per tutte le popolazioni di questa parte del Sudan.

I ribelli sfruttano l’effetto sorpresa. I militari dentro le guarnigioni e le caserme dormono ancora quando i combattenti entrano a bordo di 33 pickup. L’esercito, impreparato agli eventi, non riesce a reagire. Vengono fatti prigionieri più di 30 soldati, in 75 invece risultano uccisi. Inoltre i miliziani distruggono velivoli, armi, carri armati e altri mezzi. Durante le ore dell’attacco, le sigle ribelli perdono solo nove uomini. Per il governo di Khartoum si tratta di uno smacco senza precedenti. L’intero Sudan, già provato da altre guerre, è colto alla sprovvista.

A Khartoum al potere dal 1989 c’è Omar Al Bashir. Per il suo governo non sono anni semplici. Non solo il Sudan è preda di una grave crisi economica, ma deve fronteggiare le ribellioni nell’est del Paese e soprattutto nel sud, dove la popolazione cristiana chiede l’indipendenza. Inoltre aver ospitato Osama Bin Laden fino al 1994 pone Bashir in una condizione di semi isolamento internazionale.

Dunque per il presidente sudanese la questione Darfur rappresenta una nuova spina nel fianco. La sua priorità è sedare ogni ribellione in questa regione prima che sia troppo tardi. Ecco perché da Khartoum, dopo i fatti di Al Fashir, Omar Al Bashir promette pungo duro e una risposta militare senza precedenti. Sono minacce per la verità poco reali a prima vista. La coperta dell’esercito è troppo corta per fronteggiare anche i gruppi del Darfur. I militari sono duramente impegnati nella guerra nel sud del Sudan.

Al Bashir allora, davanti all’avanzata dei gruppi ribelli, decide di servirsi della milizia arabofona dei Janjaweed. In comune tra le due parti vi è la priorità di preservare il dominio delle forze filoarabe, siano esse legate al governo sudanese oppure alle tribù locali. Non è la prima volta che i Janjaweed vengono chiamati in azione. Tra il 1996 e il 1999 nel Darfur i miliziani operano per sedare alcune rivolte guidate dai Masalit.

Da Khartoum vengono inviati soldi, mezzi e armi a loro favore. Il gruppo interviene nel conflitto ma non si concentra solo sui miliziani Sla o del Jem. Al contrario, vengono presi di mura soprattutto i civili delle etnie africane. Un primo spaccato dell’operato dei Janjaweed si ha in un rapporto di alcuni osservatori Onu datato 25 aprile 2004. Il personale delle Nazioni Unite si trova nel distretto di Shattaya e descrive una situazione drammatica. I 23 villaggi abitati dai Fur della zona sono rasi al suolo, senza più persone al loro interno. I civili sono stati uccisi o deportati altrove. C’è poi un elemento che attira l’attenzione degli osservatori. I villaggi a maggioranza araba adiacenti a quelli distrutti sono intatti e con la popolazione al suo posto al loro interno. È il segno di un’inquietante pulizia etnica in corso: i Janjaweed aspirano ad espellere dal Darfur tutti i cittadini non arabi.

L’emersione delle razzie attuate dai Janjaweed iniziano ad attirare le attenzioni della comunità internazionale. Ma le poche comunicazioni e la posizione periferica del Darfur ritardano ogni risposta. Nel frattempo nel vicino Ciad iniziano a confluire migliaia di profughi. Anche questo un segno della catastrofe umanitaria in corso. Il presidente ciadiano Idris Debby prova a mediare. A NDjamena viene raggiunto l’8 aprile 2004 un accordo per un cessate il fuoco tra il governo sudanese e le forze di Sla e Jem. I combattimenti però non si fermano. Parte dei gruppi ribelli non accetta l’accordo, mentre i Janjaweed proseguono con le loro gravi azioni a danno dei civili.

L’irruzione dei miliziani arabofoni nei villaggi crea molta preoccupazione. L’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, parla di vero e proprio genocidio e paragona la situazione in Darfur alla guerra in Ruanda del 1994. Si muove l’Unione Africana, che vara l’avvio di una missione di 7.000 uomini. La guerra però non si ferma. È in questo periodo forse che raggiunge il livello di massima violenza. Il mancato accesso a cure e generi di prima necessità da parte di migliaia di persone, genera un’ulteriore fuga verso il Ciad.

Un rapporto dell’Onu del gennaio 2005, parla apertamente di omicidi di massa e stupri perpetuati come arma militare contro la popolazione civile. Sotto accusa ancora una volta vengono messe le milizie Janjaweed. Le Nazioni Unite non parlano ufficialmente di genocidio, nonostante la presa di posizione precedente di Kofi Annan, ma descrivono comunque una situazione molto simile a quella verificata nell’ex Jugoslavia negli anni ’90. Si rileva, in particolare, la sistematica aggressione contro i civili, donne e bambini compresi.

A livello militare, le milizie del Darfur appaiono in difficoltà. L’avanzata dei Janjaweed e il terrore generato dalle loro incursioni nei villaggi, fanno perdere terreno sia al Jem che a al Sla. Nel dicembre 2005 poi il conflitto sconfina in Ciad. Viene infatti attaccato il villaggio di Adre, posto in territorio ciadiano. Il governo di Deby incolpa il Sudan e dichiara guerra a Khartoum. Migliaia di soldati del Ciad vengono schierati lungo il confine con il Darfur.

La violenza va avanti per tutta la prima fase del 2006. Uno spiraglio sembra aprirsi a maggio. Hanno esito positivo infatti alcune trattative portate avanti tra il governo sudanese e rappresentanti del Sla. Il leader del gruppo ribelle, Minni Minnawi, firma un accordo con Khartoum in cui si sancisce la deposizione delle armi e si chiede anche il disarmo dei Janjaweed. Sembra il preludio a una fase distensiva.

Le speranze di tregua vengono però ben presto disattese. Il Jem non sigla gli accordi di maggio. Inoltre l’altro importante leader del Sla, Abdul Wahid Al Nur, disconosce l’intesa e prosegue la guerra con i propri fedelissimi. Il primo settembre 2006 inoltre, report parlano di un importante attacco militare dell’esercito regolare sudanese contro le sigle ribelli. Il giorno prima, il 31 agosto, il consiglio di Sicurezza dell’Onu vota a favore dell’istituzione di una missione internazionale. In particolare, è previsto l’invio di 17.000 caschi blu, da integrare ai 7.000 soldati dell’Unione Africana già presenti. Omar Al Bashir si oppone a questa eventualità, appoggiata invece dal Ciad.

Tuttavia a novembre arriva il via libera di Khartoum all’ingresso dei caschi blu. In quel mese però vengono segnalate nuove offensive dell’esercito ai danni dei ribelli. Inoltre proseguono le incursioni in alcuni villaggi a maggioranza Fur da parte dei Janjaweed. Si ha notizia dell’eccidio di 400 civili attuato dai miliziani nel marzo 2007 in una località vicina al confine con il Ciad. In quel periodo di avviano anche le prime inchieste sui crimini attuati durante il conflitto. La corte penale internazionale, in particolare, mette sotto accusa il ministro sudanese per gli affari umanitari, Ahmed Haroun, e il comandante Janjaweed Ali Kushayb. Poco dopo l’inchiesta coinvolge lo stesso presidente Omar Al Bashir.

Sempre nel 2007, il 31 luglio si dà ufficialmente il via alla missione Onu Unamid, il cui compito è quello di evitare nuove stragi in Darfur. I caschi blu arrivano a partire dal 31 dicembre successivo. Prima di allora si assiste a nuovi scontri, a volte anche tutti interni alle parti in causa. Ad esempio, diversi gruppi che compongono i Janjaweed iniziano ad essere maggiormente autonomi e ad occupare territori in varie parti del Darfur.

Lo sfaldamento del fronte arabofono e la prospettiva dell’invio dei caschi blu sembrano allentare la tensione. Tanto che nel settembre 2007, nella città libica di Sirte, si avviano alcuni importanti colloqui a cui prendono parte le principali sigle coinvolte nel conflitto. Inizia un lungo periodo di trattative, destinato a terminare però solo dopo diversi anni.

Che la tensione non viene del tutto smorzata lo dimostra anche l’episodio del 10 maggio 2008. Quel giorno la guerra arriva a due passi da Khartoum. Un gruppo vicino ad Al Nur penetra con le proprie milizie fino a Omdurman, città alle porte della capitale. Ne nasce uno scontro a fuoco molto violento, in cui muoiono 93 soldati e 13 poliziotti. Il governo decreta lo stato d’emergenza e impone il coprifuoco in tutta l’area urbana di Khartoum. Oltre agli uomini di Al Nur, a partecipare all’assalto sono anche miliziani del Jem.

La situazione ritorna alla normalità soltanto in tarda serata. Il governo dichiara di aver ucciso 400 miliziani e aver preso numerose loro armi e diversi loro mezzi. L’attacco dimostra la situazione di estrema tensione in tutto il Paese. Ma è anche uno degli ultimi episodi documentati del conflitto.

Dopo gli scontri di Khartoum la guerra vive una fase di stallo. L’Onu non registra altri attacchi su vasta scala, né nelle aree intorno alla capitale e né in Darfur. Una circostanza che spinge il generale Martin Agwai, comandante della missione Onu, a dichiarare ufficialmente concluso il conflitto il 27 agosto 2009. Secondo i responsabili delle Nazioni Unite, in quel momento in Darfur sono rintracciabili episodi di violenza riconducibili però all’opera di bande locali o di regolamento di conti tra tribù.

Il miglioramento della situazione generale spinge a nuovi round di colloqui. Nel febbraio del 2010 partono nuove trattative a Doha, capitale del Qatar. Il 23 febbraio si giunge all’annuncio della deposizione delle armi da parte del Jem. Quello stesso giorno il presidente sudanese Al Bashir dichiara il Darfur come zona sicura. Le intese prevedono, tra le altre cose, maggiore autonomia per il Darfur e maggiore rappresentanza per la popolazione locale. Resta però fuori dall’accordo la fazione del Sla fedele ad Al Nuri.

L’attenzione mediatica sul Darfur si accende nel 2004, quando diverse organizzazioni internazionali pongono l’accento sulle razzie e sulle uccisioni di massa ad opera dei Janjaweed. L’esodo di massa poi delle popolazioni di origine africana ha dato modo di osservare l’entità della tragedia umanitaria in corso.

Per questo, a metà degli anni 2000, la guerra nel Darfur, pur non seguita capillarmente dai media, appare uno degli argomenti internazionali più trattati. Diverse le campagne volte a fermare il conflitto e ad aiutare i profughi fuggiti dai villaggi rasi al suolo. Così come sono molti gli appelli compiuti in occidente per promuovere una tregua.

Di Darfur si parla molto anche per due campagne capaci di raggiungere un pubblico molto vasto. La prima è del 2007 e vede protagonista l’azienda statunitense Google, la quale sulle mappe del servizio Maps pone in evidenza i villaggi rasi al suolo durante il conflitto. L’altra invece ha per protagonista il gruppo musicale britannico Mattafix, il quale nel settembre 2007 pubblica la canzone “Living Darfur”, diventata nell’anno successivo una delle hit più ascoltate in Europa e negli Stati Uniti.

La dichiarazione di fine della guerra e gli accordi del 2010 non spengono comunque del tutto le tensioni. Alcuni gruppi, come quelli fedeli ad Al Nuri, rimangono attivi. E inoltre le reciproche diffidenze tra popolazioni africane e arabofone continuano nel dopoguerra e danno vita a nuovi scontri, seppur di carattere locale.

Tra il 2013 e il 2014 le situazioni più critiche. Dal gennaio 2013 fino a maggio altri 300.000 sfollati vengono costretti a trovare riparo fuori dalle proprie abitazioni. L’anno successivo si verifica l’assalto al villaggio Fur di Tabit. Secondo le Nazioni Unite, in quell’occasione circa 200 donne vengono violentate, mentre gli uomini sono arrestati. Coinvolti nell’episodio sarebbero anche i soldati regolari sudanesi. In un rapporto di fine anno, l’Onu stima almeno 3.300 villaggi coinvolti da violenze nel 2014.

La situazione nel 2013 si fa così grave che il presidente Omar Al Bashir decide di dar luogo alle cosiddette Forze di Supporto Rapido (Rsf). Si tratta di forze speciali la cui guida è affidata a Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti. Quest’ultimo è uno dei leader più importanti dei Janjaweed durante la guerra.

Le nuove forze, secondo le accuse arrivate da diverse associazioni umanitarie, sarebbero costituite proprio da miliziani Janjaweed a cui viene affidata una divisa. È dunque forte il timore dell’applicazione degli stessi metodi usati durante il conflitto contro le popolazioni del Darfur e in altri scenari in cui le Rsf vengono impiegate.

La costituzione delle nuove forza speciali favorisce tra le altre cose la scalata di Hemeti quale nuovo uomo forte del Sudan. Numerosi rapporti delle stesse Nazioni Unite, indicano Hemeti come personalità in grado, grazie anche al peso raggiunto dalle Rsf, di essere al centro di numerosi interessi economici e politici. Grazie anche a proprie società, Hemeti controllerebbe buona parte dell’economia sudanese.

Il ruolo del leader delle Rsf appare palese subito dopo il colpo di Stato dell’aprile 2019, con il quale l’esercito rovescia Omar Al Bashir. Il golpe ha luogo anche grazie al via libera di Hemeti, nominato vice presidente della nuova giunta transitoria.

Sul finire del 2020, nell’ambito del percorso transitorio che dovrebbe portare il Sudan verso le elezioni nel 2023, il governo centrale di Khartoum sigla diversi trattati di pace con i vari gruppi ribelli sparsi nel Paese. Tra questi spiccano anche quelli presenti nel Darfur. Formalmente la situazione appare pacificata, ma nei fatti le tensioni locali sono ancora molto forti e non mancano episodi di violenza.

Le preoccupazioni arrivano anche dall’instabilità dell’intero Sudan. Nell’ottobre 2021 un nuovo golpe rovescia il governo civile di transizione e dona ai militari il potere. Una circostanza capace potenzialmente di creare nuovi conflitti nel Paese. Riguardo al Darfur, preoccupa lo strapotere assunto dalle Rsf e dal leader Hemeti.

Sui fatti occorsi tra il 2003 e il 2009, è in corso un processo impantanato però da anni in una grave fase di stallo. Nel 2009 viene emanato un mandato di apparizione all’ex presidente Omar Al Bashir, mai però eseguito nonostante la sua deposizione. L’unico progresso nel processo arriva nel giugno 2020, quando nella Repubblica Centrafricana viene arrestato Ali Kushayb, uno dei comandanti Janjaweed. Ancora però mancano all’appello molti soggetti e nessuno ha pagato per i crimini commessi. Dopo il golpe del 2019 a Khartoum viene ventilata l’ipotesi di un processo sudanese per la guerra in Darfur, ma l’instabilità politica attuale rende difficile anche questa via.