Che cos’è il battaglione Mansur

In Ucraina è guerra mondiale. E lo è dal vicino eppure lontano 2014, l’anno in cui tutto ha avuto inizio: Euromaidan, la nascita della questione separatistica nel Donbas, l’occupazione della Crimea. L’anno in cui si è avverato il sogno recondito di Zbigniew Brzezinski, fare dell’Ucraina la leva per “espellere la Russia in Asia“, e i cui riverberi si sono protratti ed estesi sino a scatenare la guerra estesa del 2022.

Guerra mondiale, come nel Biafra dei tardi anni Sessanta e come nell’Afghanistan degli anni Ottanta. Perché in Ucraina, fianco a fianco a russi e ucraini, combattono persone di ogni nazionalità e fede. Cristiani e musulmani. Britannici e serbi. Tatari e polacchi. E tanti, tanti ceceni.

Una parte del popolo ceceno ha visto e vissuto l’Ucraina come una “terza guerra cecena“. Perciò, sin dal 2014, migliaia di persone, in larga parte reduci dei conflitti contro la Russia, si sono recate nelle trincee del Donbas. Una presenza, la loro, che non è passata inosservata al signore di Groznyj, Ramzan Kadyrov, che nel 2022, approfittando del caos generale, ha sguinzagliato i kadyroviti e dato vita ad una guerra nella guerra. Obiettivo: eliminare le ultime sacche di resistenza al progetto della “nuova Cecenia”, comandata dal teip Kadyrov e asservita a Mosca, prima che resuscitino gli spettri dello sceicco Mansur e dell’imam Šamil. Prima che il battaglione Mansur esporti la guerra dall’Ucraina alla Cecenia.

Il battaglione Mansur, il cui nome è un omaggio ad uno dei più grandi eroi nazionali della Cecenia, lo sceicco Mansur, è stato fondato all’indomani dello scoppio dei moti separatistici nelle regioni di Donetsk e Lugansk, nell’ottobre 2014, da un gruppo eterogeneo di persone: reduci delle due guerre cecene, oppositori della presidenza Kadyrov, semplici membri della folta diaspora cecena nel Vecchio Continente, ex combattenti del neonato battaglione Dudaev.

La testa pensante del battaglione si trova in Europa, negli uffici danesi dell’Organizzazione per il Caucaso libero – fondata nel 2006 –, mentre i suoi soldati hanno operato nei fronti caldi di Donetsk e Lugansk sin dall’apertura delle ostilità. Al comando di un veterano di entrambe le guerre cecene, Muslim Čeberloevskij, il battaglione Mansur è stato per un certo periodo inquadrato all’interno del Corpo volontario ucraino di Settore destro, dopo di che, con l’ascesa della presidenza Zelenskij, è entrato in un periodo di crisi.

Lo smantellamento del battaglione Mansur costituiva una delle richieste avanzate dal Cremlino ai tavoli di pace. E Volodymyr Zelenskij, allo scopo di rendere fruttuosi i negoziati, avrebbe inizialmente assecondato i voleri di Vladimir Putin (e Kadyrov). Prima lo smantellamento dell’arsenale degli uomini di Čeberloevskij, poi l’emissione di alcuni mandati di cattura – propedeutici all’estradizione in Russia. Ma la guerra del 2022 ha cambiato tutto, spronando Zelenskij a invertire la rotta, riconsegnando le armi al battaglione e dando carta bianca a Čeberloevskij.

Alleato di ferro del battaglione Azov, col quale il gruppo dello sceicco Mansur ha combattuto fianco a fianco sin dal 2014, questo esercito di ceceni ha dimenticato in fretta le persecuzioni soft della presidenza Zelenskij e accettato volentieri di difendere nuovamente la causa ucraina. Perché nella Rus’ di Kiev è dove si sta consumando la terza guerra cecena, a detta dei tenaci soldati del battaglione Mansur, e dove si sta scrivendo l’ultimo episodio di una faida, quella con la Russia, in piedi dal Settecento.

Rinato a una nuova ma vecchia vita, sempre sotto l’egida del comandante Čeberloevskij, il battaglione Mansur ha partecipato alla battaglia di Kiev, ha contrastato l’assedio di Mariupol e ha silenziosamente combattuto, tra periferie e foreste, contro la sua nemesi: i kadyroviti. I diecimila di Kadyrov contro i nessuno di Čeberloevskij, che su numeri e demografia ha sempre mantenuto il più stretto riserbo. Una guerra nella guerra, quella tra i ceceni, di cui poco e nulla è dato sapere. A parte che esiste, dal 2014, e che avviene nel dietro le quinte del palcoscenico.

Sopravvissuto alla tentata resa dei conti lanciata da Kadyrov, che per la prima volta ha potuto inviare i propri cacciatori di teste in Ucraina, il battaglione Mansur ha annunciato attraverso i propri canali, nel mese di luglio, l’intenzione di voler estendere le proprie operazioni in madrepatria. In altre parole: insurgenza. Magari, se possibile, come quella dell’Emirato del Caucaso nei primi anni Duemila e con il sostegno di altri gruppi paramilitari. Un ritorno al passato che ostacolerebbe sia l’agenda estera del Cremlino nel suo complesso, obbligando i decisori a prestare attenzione agli accadimenti domestici, sia la stabilità del Caucaso settentrionale, storicamente dipesa dalla situazione nella centrale Cecenia-Inguscezia.

La chiamata alle armi del battaglione, avvezzo a spaventevoli grida di battaglia proprio come lo sceicco di cui porta il nome, non ha tardato a dispiegare degli effetti. Il più importante dei quali è stato, senza dubbio, il risorgere di un sotterraneo movimento di supporto alla defunta repubblica dell’Ichkeria, l’anti-Cecenia al centro delle due guerre, emblematizzato dal fiorire di discussioni politiche sul suo status – tra Ucraina ed Europa orientale – e dalla comparsa sulla scena di gruppi guerriglieri, come “i figli dell’Ichkeria”, che promettono di destabilizzare l’ordine kadyroviano.

Se le minacce del battaglione Mansur siano precorritrici di una nuova primavera di combattimenti nel Caucaso settentrionale, o un intelligente getto di fumo negli occhi – indebolire la morsa di Mosca su Kiev costringendola ad un’attenzione dispersiva –, lo dirà soltanto la storia. Certo è che hanno sortito uno degli effetti sperati: intimorire Kadyrov, spronandolo a richiamare i suoi fedelissimi in patria. Nell’attesa di combattere una guerra, forse, alle porte.