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Armi chimiche e biologiche: cosa c’entrano con la guerra in Ucraina

Dall’ipotesi di una guerra nucleare al rischio che una delle parte coinvolte nel conflitto in Ucraina possa utilizzare armi chimiche o biologiche. La Russia ha chiesto una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sui presunti programmi di guerra biologica degli Stati Uniti in Ucraina. I riflettori si sono subito accesi su un tema caldissimo, tra accuse, propagande incrociate, smentite e controaccuse. Al di là dello scenario politico, che proveremo comunque a ricostruire, che differenza c’è tra armi chimiche e biologiche? Perché sono così pericolose? Potrebbero davvero essere utilizzate a Kiev e dintorni?

Anche se spesso i due termini tendono a essere confusi e scambiati tra loro, armi chimiche e armi biologiche non sono affatto sinonimi. Per quanto riguarda le prime, possono essere definite sostanze chimiche impiegate per causare danni intenzionali o morte per via delle loro proprietà altamente tossiche. Rientrano nella categoria anche dispositivi, munizioni e apparecchiature programmate e sviluppate per armare sostanze chimiche tossiche.

Rientrano nella lista tanto le sostanze tossiche quanto i loro precursori che, mediante le rispettive proprietà chimiche, possono provocare danni permanenti a uomini o animali, incapacità più o meno temporanea e, ovviamente, morte. In altre parole, un’arma chimica è un qualsiasi strumento usato per lanciare, creare o rilasciare sostanze chimiche in grado di generare quanto sopra spiegato. Alcuni esempi di tali strumenti sono missili, proiettili di artiglieria, mine, certi tipi di carri armati, missili e bombe.

Ricordiamo che le armi chimiche sono vietate ai sensi della Convenzione sulle armi chimiche (Cwc), in vigore dal 29 aprile 1997 e attuata dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw).

Scendendo nel dettaglio, le armi chimiche più conosciute dai non addetti ai lavori sono gli agenti soffocanti (pensiamo ai gas) che, una volta dispersi nell’atmosfera, colpiscono polmoni, gola e naso generando danni alle vie respiratori. Citiamo a questo proposito la Cloropicrina (Ps), il Difosgene (Dp), il Cloro (Cl) e il Fosgene (Cg).

Le armi chimiche più comuni sono tuttavia i cosiddetti agenti blister, ovvero sostanze oleose che, mediante contatto o inalazione, agiscono come veleni per le cellule umani o irritanti. Vengono dispersi come vapori, gas o polveri, e i loro effetti sono ben chiari: bruciore all’apparato respiratorio, agli occhi e alla pelle. In questa categoria rientrano mostarda di azoto e di zolfo, lewisite e fosgene ossima.

Abbiamo poi gli agenti del sangue, i quali determinano il soffocamento e altri danni agli organi vitali grazie alla loro caratteristica di alterare la capacità delle cellule di usare o trasferire l’ossigeno. Citiamo il cloruro di cianogeno, l’arsina e l’acido cianidrico, e cioè gas a dispersione.

Passiamo quindi agli agenti nervini, forse le armi chimiche più letali della lista. Agiscono per contatto o inalazione e il loro funzionamento consiste nel bloccare un enzima del sistema nervoso del soggetto colpito. In pochissimo tempo provocano iperstimolazione di muscoli, nervi e ghiandole. Così facendo generano convulsioni, paralisi e morte. Troviamo due gruppi, il G e il V, diversi a seconda della persistenza nell’ambiente. Le più conosciute sono il Tabun, il Soman, la Ciclosarina, il Vx e il Sarin.

Si definiscono armi biologiche quelle armi basate su agenti microbiologici nocivi o tossine da essi prodotte e usate attraverso particolari strumenti idonei a diffonderne la contaminazione in territori e popolazioni nemiche. L’enorme differenza che le contraddistingue dalle armi chimiche è che le armi biologiche sono composte da microrganismi già presenti in natura, e dunque non lavorati o sintetizzati in laboratorio per via artificiale. Il loro costo di fabbricazione è piuttosto basso e, inoltre, è complicato individuarne l’utilizzo da parte di un esercito.

In generale, armi sili operano in un lasso di tempo piuttosto esteso. Si tratta, infatti, per lo più di virus, batteri o altre tossine che riescono a diffondersi nella popolazione o nell’esercito avversari. Citiamo l’antrace, il botulino, alcune forme di peste e il vaiolo. Questi – e altri tipi di microrganismi – vengono conservati in laboratorio pronte per essere utilizzate nel momento più opportuno.

Anche in questo caso, ricordiamo che la Convenzione sulle armi biologiche, entrata in vigore nel 1975 e alla quale hanno aderito 183 Stati, vieta lo sviluppo, la produzione e lo stoccaggio di armi batteriologiche e tossiche. Impone, inoltre, la distruzione degli stock esistenti.

Da un punto di vista tecnico le armi biologiche si suddividono a seconda della loro tipologia. Troviamo le armi virali, come ad esempio il Marburg U, capace di eliminare una persona in circa 72 ore provocando una febbre emorragica; ci sono poi gli agenti batteriologici come la peste; e infine i biologici a effetto indiretto, tra i quali il botulino, che danneggiano l’organismo umano sprigionando tossine.

Gli esperti ritengono che uno dei metodi di utilizzo più efficaci per usare tali armi consista nella dispersione di particelle di aerosol contenenti microbi infettivi. Al contrario, l’uso di dispositivi esplosivi, la contaminazione di acqua e cibo oppure la trasmissione da vettori animali, sono considerati meno efficaci.

Tutto è iniziato da un’accusa lanciata dalla Russia nei confronti degli Stati Uniti. Il Ministero degli Esteri russo ha scritto che “gruppi radicali ucraini, sotto il controllo dei rappresentanti dei servizi speciali statunitensi, hanno preparato diversi potenziali scenari di utilizzo di sostanze chimiche tossiche per realizzare delle provocazioni. Il loro obiettivo è accusare la Russia dell’uso di armi chimiche contro i civili”.

La risposta della comunità internazionale non ha tardato ad arrivare. “L’Onu non è a conoscenza di alcun programma di armi biologiche in Ucraina”, ha dichiarato l’Alto commissario delle Nazioni Unite per il disarmo, Izumi Nakamitsu, intervenendo alla riunione del Consiglio di sicurezza Onu chiesta da Mosca per formulare le sue accuse. Nakamitsu ha però affermato che, a differenza delle armi chimiche, non esiste un regime di verifica indipendente per le armi biologiche e il monitoraggio è lasciato agli Stati che hanno aderito alla Convenzione, ma ha affermato che esiste un meccanismo per quegli stati parti per esprimere le loro preoccupazioni.

L’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield, ha accusato la Russia di aver convocato una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite “solo per diffondere bugie e disinformazione sull’Ucraina e sulle armi chimiche”. Greenfield ha sottolineato che gli Stati Uniti ritengono che potrebbe essere la Russia ad utilizzare armi chimiche o biologiche come parte di un incidente da utilizzare come pretesto o per supportare operazioni militari tattiche.

Nel frattempo risuonano le parole di Joe Biden: “Non posso parlare a nome dell’Intelligence, ma la Russia pagherebbe un prezzo molto alto se dovesse usare armi chimiche”. Un termine che, negli ultimi giorni, sta pericolosamente prendendo troppo campo per essere ignorato.

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