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Chi è Ahmad Massoud

La storia del padre è già stata scritta, mentre la sua è ancora tutta da raccontare. La parabola di Ahmad Massoud può essere appena al principio oppure già al termine: dipende da quanto durerà la nuova resistenza, da chi e come sosterrà un’eventuale guerra civile e dalle scelte che verranno prese da più attori, siano essi afghani o no. Il “Leone del Panshir” non si è mai arreso ai talebani (e neppure all’Unione sovietica). Suo figlio, nel caso volesse eguagliare l’epica e le gesta del suo predecessore, dovrebbe fare altrettanto. Ma non è detto che la storia si ripeta sempre alla stessa maniera. Per quanto questa vicenda afgana assomigli ad un ciclo vichiano, nel senso dei corsi e ricorsi storici teorizzati dal celebre filosofo, infatti,  il contesto è mutato dagli anni novanta ad oggi.

Ahmad Massoud porta un cognome (in realtà anche un nome) pesante: il primo Massoud, storico vertice della resistenza contro i fondamentalisti islamici, l’uomo simbolo che ha combattuto nel Panshir trent’anni fa, è stato ucciso da un attentato, peraltro suicida, poco prima che le Torri gemelle crollassero sotto la furia islamista. Un’intervista simulata è stato il pretesto. Poi l’esplosione, nel più classico dei plateali e criminali gesti terroristici. Pare che gli uomini di Osama Bin Laden volessero evitare un ponte tra gli Usa ed  Aḥmad Shāh Massoud. Sarebbe stata un’alleanza naturale per organizzare una controffensiva militare sul campo. Perché gli americani e gli europei contavano su Massoud padre e viceversa: un rapporto su cui, il giovane trentaduenne che oggi è a capo dell’Alleanza del Nord, sembra non poter contare. Un distinguo da cui derivano parecchi effetti, oltre che delle debolezze.

 

 

 

Un racconto sintetico degli ultimi eventi afgani può contribuire a soppesare sulla bilancia il ruolo che Ahmad Massoud svolge in patria. Lo straordinario è nell’inaspettato.

Partiamo dai fatti. I talebani stanno vincendo su tutta la linea, accorciando pure i tempi rispetto a quanto previsto da una serie di report. Il potere è ormai nelle loro mani. Gli Stati Uniti e l’Europa, dopo un ritiro quantomeno affrettato, si limitano quasi a prenderne atto, mentre l’aeroporto di Kabul diventa infernale per coloro che vogliono scappare dall’Afghanistan, con le evacuazioni organizzate a fatica ed i bambini dispersi. Inizia la rappresaglia talebana, al netto di dichiarazioni che prevedono il contrario: è una tragedia nazionale ed internazionale.

Che una resistenza esista è noto da qualche tempo, ma che un vero e proprio grido di guerra possa provenire dal Panshir non è previsto. Il realismo, almeno, lo sconsiglia. Nessuno pretende chissà cosa. Se non altro perché lo squilibrio tra le forze in campo è lapalissiano. Che una sacca di uomini possa fare fronte contro Yaqoob, il capo della commissione militare che ha sbaragliato l’esercito afgano, o almeno quello che avrebbe dovuto essere tale, in pochissimo tempo, è insomma quasi escluso. Gli uomini addestrati dagli americani, e non solo da loro, non sono riusciti ad opporsi come avrebbero voluto. Il figlio del Mullah Omar (anche qui c’è l’eterno ritorno di cui sopra), uno degli uomini di punta dei terroristi, occupa le pagine dei giornali di tutto il mondo.

Sul lato opposto, è schierato Ahmad Massoud, che è a sua volta un “figlio d’arte“. Ma la sua voce, in prima battuta, appare affievolita. Un inciso: di figlio, in questa vicenda, ce ne sarebbe pure un terzo: è Sirajuddin Haqqani, la cui storia familiare ha a che fare con la nascita di una cellula terroristica operante tra Pakistan ed Afghanistan. In questo approfondimento, viene spiegato perché la guerra civile in corso nasconde nella genetica un paradigma che tende a ripetersi. Torniamo alle vicende afgane. 

Dalle montagne, giunge un segnale. Le mosse di Massoud junior, in contemporanea con l’avanzata dei talebani, emergono quando le agenzie battono una notizia insperata. La data è quella del 18 agosto 2021: Ahmad Massoud ed i suoi, come ha riportato Fausto Biloslavo su Il Giornale, decidono in autonomia, rispetto al contesto internazionale, di elevarsi a governo afgano: “Noi, afghani, ci troviamo nella situazione in cui era l’Europa nel 1940. Siamo soli, a resistere, ma non cederemo mai”, afferma Massoud. Sono parole di fuoco che lasciano il mondo a bocca aperta. Soprattutto per il valore simbolico che portano in dote. Si inizia a parlare di una seconda resistenza. Può sorgere una seconda mitologia iconica di Massoud. I paragoni, però, sanno essere ingombranti.

La parola che distingue la linea del “Leone del Panshir” da quella di suo figlio rischia di essere “intransigenza“. Si tratta di due fasi storiche diverse: Ahmad Massoud parte da una posizione di debolezza che suo padre ha vissuto solo in parte. I talebani che il generale Massoud, il primo, ha combattuto ormai trent’anni fa, erano un movimento terribile ma neonato e sottoposto alle pesanti attenzioni occidentali. La scacchiera non aveva ancora conosciuto le fasi che invece oggi sono conclamate, con la risalita dei talebani dalle montagne. Quella che ha lasciato il mondo a bocca aperta. Adesso, i talebani avanzano nonostante siano stati ostracizzati e ridimensionati dall’invasione ventennale delle forze Nato. Ahmad Massoud, insomma, deve gestire pure una sorta di contraccolpo psicologico dovuto al secondo trionfo talebano. Suo padre no: Massoud padre aveva altre priorità geopolitiche e un altro terriccio bellico cui badare. Un fattore – quest’ultimo – che può aiutare a comprendere come mai il figlio del “leone del Panshir” abbia anche aperto ad ipotesi relative ad un esecutivo che tenga conto tanto dei talebani quanto della nuova resistenza.

Stando a quanto ripercorso dall’Agi, infatti, Ahmad Massoud ha affermato, peraltro senza sentire il bisogno di giustificarsi troppo, di essere disponibile ad un confronto con i talebani, pure in funzione della possibile creazione di un governo condiviso. Qualcosa che comprenda tutti. Il leader della Alleanza del Nord ha posto una sorta di out out: o così o la guerra civile. Il problema, in specie dal punto di vista simbolico, è che l’apertura di un negoziato ufficiale da parte di Massoud assumerebbe a stretto giro un valore negativo. Sarebbe, in termini narrativi (ma pure in quelli formali) una sorta di resa mascherata. Difficile, del resto, credere che i talebani abbiano intenzione di dare vita ad un governo plurale o comunque rispettoso di tutte le espressioni politiche. Un’altra differenza tra la parabola dei due Massoud riguarda il sostegno proveniente dall’ esterno: si è spesso raccontato di come “il leone del Panshir” fosse supportato dall’Occidente in funzione anti-sovietica ed anti-talebana. Ecco, al momento, non sembra che Massoud figlio possa contare sui medesimi mezzi occidentali.

L’omicidio del leone del Panshir è stato un atto calcolato che aveva lo scopo di scongiurare la legittimazione istituzionale di una leadership già presente. Se non altro perché Massoud senior era riconosciuto da parte della popolazione. Il ruolo di Massoud figlio è in divenire, ma gli ultimi avvenimenti lo hanno già reso l’erede naturale del “Leone”. Un primo elemento sinergico tra il passato ed il presente è rappresentato appunto dalla leadership. Ma i talebani di ora sono tutto fuorché stati ridimensionati. Come suo padre, Ahmad Massoud, almeno mentre scriviamoè l’ultimo ostacolo per evitare che l’avanzata dei talebani copra l’intero territorio nazionale. Lo spicchio di terra che resiste ed il cognome, inoltre, sono sempre quelli.

La valle del Panshir e la zona a nord di Kabul sono gli unici due avamposti di “speranza”, ma rischiano di rimanere “spuntati”. Di rifornimenti occidentali – pare di capire – non ne arriveranno. Ma è comunque in quei luoghi che i seguaci di Massoud, riunitisi nella “Alleanza del Nord”, hanno intenzione di combattere. Ma i talebani questa volta sembrano senza rivali: le cronache riportano di come gli islamisti abbiano persino rapito alcuni dei figli delle famiglie che lavorano al fianco della resistenza a nord della capitale. Si assiste inermi ad una tragedia. Per via di questa sproporzione di forza, presentare oggi un paragone tra Massoud padre e Massoud figlio sembra fuori luogo. L’Afghanistan non è facile da leggere come contesto, dunque conviene lasciare una parentesi aperta per quello che potrebbe accadere nelle prossime settimane. C’è il testimone: quello è stato raccolto. Anche il carisma dei Massoud è lo stesso, ma le associazioni, per tutte le ragioni esposte, rischiano di essere soltanto narrative o quasi.

Se il trentaduenne erede dello scettro anti-talebano ha una speranza, quella dipende pure da quanto e come sia mutata la società afghana. In questo approfondimento, abbiamo spiegato come i vent’anni di presenza occidentale abbiano modificato alcuni paradigmi culturali nel Paese dell’Asia meridionale. Quando Ahmad Massoud è comparso sulle cronache internazionali, lo ha fatto richiamando la popolazione afghana ad unirsi alla resistenza. Anche perché è possibile che, dopo mutazioni sociali profonde, la ribellione contro gli islamisti sia percepita da tanti afgani come una necessità non rimandabile. Tuttavia, le statistiche e le scene che arrivano dall’Afghanistan non destano troppa speranza in chi aspettava una sollevazione popolare.

Le indicazioni che provengono dall’Alleanza del Nord si contraddicono: da una parte Massoud coordina ed alimenta una seconda storica resistenza, dall’altra pone accenti sul negoziato con i fondamentalisti e sulla comune radice musulmana. Guerriglia e diplomazia non vanno tanto d’accordo, ma il figlio del “Leone” del Panshir ha previsto un doppio binario per la sua strategia. Le notizie biografiche su Ahmad Massoud non sono molte: quel che si sa è che è cresciuto avendo un maestro di tutto rispetto e che è nato nel 1989. Libertà, diritti umani, tolleranza, pluralità religiosa e parità tra i sessi: sono tutti obiettivi ambiziosi che il nuovo capo della resistenza ha in testa. E sono pure le richieste che potrebbero essere poste sul tavolo in caso di trattativa per il governo. Aperture su cui i talebani non hanno tuttavia mai ragionato davvero.