A che punto è la guerra in Libia

La guerra in Libia è un conflitto che ha attraversato diverse fasi ed è iniziato nel 2011: a distanza di nove anni, per il momento la guerra nel Paese nordafricano non accenna a diminuire di intensità né tanto meno sembra virare verso una soluzione politica. Nella prima fase della guerra in Libia, si è assistito al rovesciamento del governo guidato da Muammar Gheddafi, rais che ha governato per 42 anni il Paese. Successivamente, l’intera Libia è caduta nel baratro delle divisioni tribali e non ha più trovato un governo stabile e riconosciuto da tutte le parti in causa.

All’inizio del 2011 il mondo arabo è sconvolto da un’ondata di proteste in grado di mettere in discussione la sopravvivenza di governi e regimi apparentemente stabili e da lungo tempo al potere. Il primo a cadere è il presidente tunisino Ben Alì, travolto da proteste iniziate per via di una lunga crisi economica che attanagliava la Tunisia. Subito dopo, nei primi giorni di febbraio, le proteste hanno travolto anche il presidente egiziano Mubarack, costretto a lasciare dopo più di 30 anni di governo.

Le manifestazione ben presto si sono allargate a diversi Paesi arabi: Yemen, Bahrein, Iraq, fino a giungere in Siria ma anche in Libia. Qui al governo vi è il rais Muammar Gheddafi, al potere dal 1969. Il Paese nordafricano fino a quel momento appare stabile, grazie anche agli ingenti introiti del petrolio che garantiscono un’economia molto forte ed in grado di rendere la Libia come una delle più ricche nazioni africane. Il reddito pro capite dei libici è il secondo assoluto a livello continentale. Il sistema di welfare garantisce in quel momento una casa alle coppie appena sposate ed importanti livelli di assistenza.

La Libia con Gheddafi dal 1977 era governata dal sistema denominato “Jamahiriya”, che in arabo vuol dire “Repubblica delle Masse”. Si tratta di un articolato sistema amministrativo, dove non c’è una vera e propria costituzione e le leggi principali traggono spunto dal “Libro Verde”, l’opera scritta dallo stesso Gheddafi nel 1977 in cui si teorizza, tra le altre cose, una democrazia diretta. Il rais ha rinunciato in quell’anno ad ogni carica, dandosi l’appellativo di “Guardiano della Rivoluzione”.

Nel febbraio 2011 però, l’onda lunga della primavera araba ha iniziato a scuotere anche le dune del Sahara libico.

Il 16 febbraio accade qualcosa a Bengasi: un gruppo di giovani ha risposto ad un appello lanciato su internet da diversi blogger per radunarsi contro l’arresto di un avvocato impegnato nella difesa delle vittime di Abu Salim, il carcere dove nel 1996 diversi prigionieri hanno perso la vita. Secondo la ricostruzione oggi ritenuta più attendibile, sarebbe stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dopo i primi scontri di quel 16 febbraio, il giorno dopo sarebbero quindi iniziate le proteste vere e proprie in grado di generare diversi confronti tra manifestanti e forze di sicurezza. Ancora oggi il 17 febbraio viene visto come giorno in cui ha avuto inizio la protesta in Libia. Oltre Bengasi, diverse manifestazioni si sono avute in altre città della Cirenaica: Al Beyda, Tobruck, Derna, sono soltanto alcune delle località dove una parte della popolazione è scesa in piazza.

Il fatto che una protesta contro Gheddafi sia partita dalla parte orientale del Paese, non ha sorpreso più di tanto. L’apparato di potere gheddafiano è sempre apparso nel corso degli anni molto ben radicato in Tripolitania, mentre ha avuto in Bengasi e nella Cirenaica le proprie principali spine nel fianco interne. Lo si è potuto verificare, tra le altre cose, anche negli anni ’90 quando diversi gruppi islamisti radicati nell’est della Libia aveva intentato una vera e propria lotta contro Gheddafi.

Per questo, ai blogger ed ai giovani che chiedevano un cambio di rotta sullo stile di Tunisia ed Egitto, si sono uniti anche diversi gruppi tribali della zona che hanno visto nelle proteste un’occasione per mettere in discussione il potere gheddafiano. Le tribù storicamente hanno sempre costituito un’ossatura molto importante della società libica. Le ragioni del clan familiare hanno sempre prevalso su quelle di Stato e su quelle nazionali. Lo stesso Gheddafi nel suo libro verde ha dedicato al valore della tribù un intero capitolo. E la pax garantita durante i suoi 42 anni di potere, è figlia soprattutto della spartizione delle ricchezze del petrolio tra i vari gruppi tribali della Libia. I clan familiari della Cirenaica in tal senso, si sono sempre sentiti più penalizzati ed emarginati rispetto a quelli della Tripolitania. Ben presto quindi, quella che veniva chiamata rivoluzione si è trasformata in una resa dei conti tra tribù.

Molte di queste hanno deciso in quei giorni di febbraio di passare all’attacco sfruttando la prima iniziale destabilizzazione del Paese. A Bengasi e nel resto della Cirenaica le rivolte, giorno dopo giorno, hanno iniziato a prendere una piega sempre più violenta. Sedi istituzionali e caserme in diverse città dell’est della Libia sono state assaltate e saccheggiate, in più occasioni le forze di sicurezza hanno dovuto abbandonare il campo. Il 21 febbraio una prima manifestazione è stata organizzata anche a Tripoli, ma epicentro delle rivolte è rimasta sempre la Cirenaica. In un discorso televisivo, Saif Al Islam Gheddafi, secondogenito del rais e suo potenziale erede, ha chiesto a tutti di ritornare alla calma promettendo riforme.

Il 22 febbraio invece, a comparire in video è stato Muammar Gheddafi in persona. Un discorso quello suo attuato in primo luogo per smentire le voci che lo davano in fuga in Venezuela, diffuse dall’emittente del Qatar Al Jazeera. Gheddafi ha preparato quel video in tutti i minimi particolare, com’era del resto nel suo costume. Nulla è stato lasciato al caso, a partire dal luogo in cui il video è stato registrato, ossia la caserma bombardata di Bab Al Azizia, raggiunta dai missili americani nel 1986 e davanti alla quale era eretta una statua raffigurante un pugno che tiene in mano un jet Usa.

Nelle sue parole ad emergere era l’ira per quella che definiva come un tentativo da parte delle potenze straniere di impadronirsi delle ricchezze della Libia: “Lotteremo casa per casa, vicolo per vicolo, città per città, persona per persona”, ha gridato dall’interno delle macerie della caserma distrutta.

A livello internazionale intanto iniziava a crescere la pressione contro il rais. Questo soprattutto dopo le notizie, apparse su Al Jazeera e riprese da numerosi network televisivi, di presunti bombardamenti contro i manifestanti e fosse comuni dove venivano sepolte le persone uccise. Notizie che in un secondo momento si scopriranno false ma che nel marzo del 2011 hanno contribuito ad aumentare la pressione contro Gheddafi. Francia e Gran Bretagna in particolare, hanno iniziato a premere per un intervento militare volto a creare una no fly zone in tutta la Libia. Nel frattempo, sotto il profilo politico, la comunità internazionale iniziava a riconoscere quale governo della Libia quello retto dal cosiddetto Cnt, Comitato Nazionale di Transizione.

Il 17 marzo 2011 il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha dato il via libera alla risoluzione 1973, con la quale si autorizzava l’imposizione di una no fly zone in Libia nel caso di violazioni del cessate il fuoco tra le parti in lotta. Il 19 marzo aerei francesi ed inglesi hanno iniziato a bombardare le città della Libia, pochi giorni dopo l’intervento è stato posto sotto l’egida della Nato ed anche l’Italia, nonostante gli storici rapporti con la Libia di Gheddafi, ha preso parte.

Pur se ufficialmente l’intendo era quello di creare una zona con divieto di sorvolo, in realtà l’intervento dell’alleanza atlantica ha favorito sul campo l’avanzata dei gruppi anti Gheddafi. Questi ultimi erano etichettati come “ribelli” ed ufficialmente guidati dal Cnt. Tuttavia, il conflitto si è ben presto trasformato in una guerra tra tribù e bande che hanno approfittato della situazione per accrescere i vari potentati locali. Dalla Cirenaica al Fezzan, passando per Misurata, città quest’ultima al cui interno le fazioni hanno subito rotto con Gheddafi, le forze ribelli hanno guadagnato sempre più terreno. Una prima svolta è arrivata il 23 agosto, con l’esercito rimasto fedele al rais costretto a ritirarsi dalla capitale Tripoli. Diversi ribelli sono quindi entrati a Bab Al Azizia, decapitando i simboli del potere gheddafiano.

Dopo la caduta di Tripoli, questa prima fase della guerra è apparsa segnata con Gheddafi sempre più in ritirata. Nel frattempo, il Cnt si è organizzato sotto il fronte politico con un governo guidato da Mahmoud Jibril. All’inizio di ottobre, l’unica roccaforte rimasta in mano ai gheddafiani era Sirte, città natale del rais. Il 20 ottobre le forze ribelli hanno circondato questa località, mentre gli aerei della Nato continuavano a bombardare la zona. All’interno di Sirte si trovava anche lo stesso Muammar Gheddafi. Il rais ha forse compiuto un errore risultato poi fatale nel tentativo di salvarsi la vita: ha acceso un telefono satellitare per chiamare qualcuno in grado di poterlo venire a prendere e portarlo in salvo via mare. Una chiamata forse, si è detto negli anni successivi, indirizzata verso Damasco. La telefonata è stata però intercettata ed il convoglio individuato e bombardato. A quel punto, Gheddafi ha provato a mettersi in salvo assieme al figlio Mutassim e ad altri fedelissimi all’interno di una canaletta.

Tuttavia un gruppo di ribelli in avanzata verso Sirte ha individuato il convoglio fermo, riconoscendo anche Gheddafi. Le immagini successive alla cattura sono divenute tristemente famose in tutto il mondo: il rais è stato malmenato e trascinato via sopra un pick up. Nella tarda mattinata di quel 20 ottobre, sul web sono state diffuse le immagini del suo corpo oramai privo di vita. Difficile ancora oggi dire se il rais sia stato ucciso a sangue freddo oppure rimasto vittima del linciaggio. Anche Mutassim ha subito la stessa sorte del padre, i corpi dei due sono rimasti esposti all’interno di una cella frigorifera del mercato di Misurata per diversi giorni. Il 23 ottobre le operazioni militari sono state considerate concluse. La guerra, tuttavia, negli anni successivi è destinata a continuare.

La morte di Gheddafi ha chiuso la prima fase del conflitto, ma la stabilizzazione della Libia appariva ancora ben lontana. Eppure, la comunità internazionale ha quasi considerato chiusa la vicenda. A Tripoli era stato fatto insediare un nuovo governo, guidato prima da Ali Tarhouni e successivamente, dal 24 novembre 2011, dal premier Abdel Rahim el-Kib. Compito di quest’ultimo era quello di organizzare le elezioni, previste per il mese di luglio dell’anno successivo.

In Libia però non mancavano episodi di violenza: non c’era più un esercito, non c’erano più vere forze di Polizia, lo Stato gheddafiano era stato azzerato e dunque la circolazione delle armi ed il dominio di bande e tribù sui vari territori ha reso il Paese una vera e propria polveriera. Una situazione in cui poter procedere con un ordinato trasferimento dei poteri ad una nuova autorità appariva impossibile. Tuttavia, in un contesto del genere il 7 luglio 2012 sono state tenute le elezioni. Le consultazioni hanno visto l’avanzata delle formazioni vicine alla Fratellanza Musulmana ed alle posizioni più islamiste. Una circostanza quest’ultima che ha iniziato ad allarmare il fronte più laico e che ha iniziato a far intravedere una svolta molto più conservatrice nel Paese nordafricano.

Il parlamento eletto ha nominato a novembre del 2012 Ali Zeidan quale nuovo premier: compito principale del nuovo organo legislativo libico, era quello di scrivere una nuova costituzione nel giro di 18 mesi.

 

Ma l’ascesa delle posizioni più radicali non è stata soltanto legata alla sfera politica. In tutta la Libia iniziano infatti a prendere spazio i gruppi jihadisti i quali, soprattutto in Cirenaica, provano anche a radicarsi sul territorio. Episodio cardine in tal senso è rappresentato da quanto accaduto a Bengasi l’11 settembre 2012. In quel giorno per ore si sono succedute manifestazioni trainate da gruppi radicali, culminate con un assalto contro il consolato Usa della città più importante della Cirenaica. Al suo interno si trovava, tra gli altri, l’ambasciatore a stelle e strisce in Libia, in visita in quei giorni proprio a Bengasi. L’incendio divampato attorno all’edificio non ha lasciato scampo al rappresentante diplomatico: John Christopher Stevens infatti, è stato dichiarato poche ore dopo deceduto a seguito probabilmente dell’intossicazione dovuta alle fiamme appiccate contro il consolato.

A rivendicare l’attacco è stato il gruppo Ansar al Sharia, uno dei più pericolosi attivi a Bengasi ed in tutta la Cirenaica e che, da quel momento in poi, inizierà a dilagare in diversi punti della parte orientale della Libia. Ma è in tutto il Paese nordafricano che la pressione islamista è destinata ad aumentare ed a far accrescere il senso di insicurezza all’interno della popolazione.

All’inizio del 2014 ad irrompere sullo scenario libico è un ex generale prima fedelissimo di Muammar Gheddafi e, a partire dagli anni ’90, ritenuto invece suo oppositore. Si tratta di Khalifa Haftar, tra i più vicini al rais quando è stata lanciata nel 1978 la guerra contro il Ciad ma, dieci anni dopo, comparso nella lista dei suoi nemici. Sconfitto a Wadi Al Dum nel 1987, Haftar è rimasto in un campo di prigionia per tre anni. Per la sua liberazione sarebbe stato decisivo l’intervento delle forze armate Usa. Da quel momento, i rapporti tra Haftar e Gheddafi sono risultati deteriorati ed il generale ha iniziato a vivere proprio negli Stati Uniti.

Nel febbraio del 2014, Haftar si è presentato alla guida di alcune milizie in seguito autoproclamatesi Libyan National Army. Il generale, in particolare, aveva intenzione di costituire un vero e proprio esercito per provare a riunificare il Paese. Anche perché nel frattempo città importanti come Bengasi, erano cadute in mano a milizie islamiste. Con i suoi uomini, Haftar ha minacciato di entrare a Tripoli e sciogliere il parlamento con la forza. Sotto la pressione delle milizie di Zintan, alleate di Haftar, la Camera sorta con le elezioni del 2012 è quindi costretta all’autoscioglimento e ad indire nuove consultazioni.

Queste ultime sono state organizzate il 26 giugno 2014. La partecipazione, per via anche della situazione di insicurezza generale nel Paese, è stata molto bassa: appena il 18% dell’elettorato si è recato alle urne, i risultati però hanno ridato alle forze laiche e moderate la maggioranza mentre, dall’altro lato, il fronte islamista è risultato sconfitto. Il nuovo parlamento si è quindi insediato a Tobruck: secondo la legge elettorale infatti, la Camera doveva avere sede a Bengasi per garantire maggiore rappresentanza territoriale in seno alle istituzioni, tuttavia la situazione della sicurezza nella più importante città della Cirenaica ha costretto i deputati a scegliere una diversa opzione, sempre nell’est della Libia. Il nuovo parlamento ha accordato la fiducia al premier Abdullah al-Thani ed al suo governo.

A Tripoli nel frattempo, gli islamisti si sono organizzati all’interno della coalizione Alba Libica le cui milizie, poco prima della proclamazione dei risultati elettorali, hanno lanciato un’operazione assieme alle forze di Misurata volta a conquistare l’aeroporto della capitale. Lo scalo, a partire dal 2011, era controllato dalle milizia di Zintan. Lo scontro che ne è nato ha di fatto aperto la strada alla seconda fase della guerra in Libia. La struttura è stata presa in mano dalle milizie islamiste, le quali hanno impedito al nuovo parlamento di insediarsi. Da questo momento nel Paese insiste una spaccatura: a Tripoli a governare è una coalizione islamista, che nel marzo 2015 eleggerà Khalifa Ghwell quale nuovo premier, mentre in Cirenaica il governo Al Thani ha la fiducia del nuovo parlamento insediatosi a Tobruck. A Tripoli inoltre, la vecchia camera del 2012 è rimasta in carica e, negli anni successivi, ha preso il nome di “Consiglio di Stato”.

Ancora prima delle elezioni, in Cirenaica il generale Haftar aveva già proclamato la propria lotta contro le fazioni islamiste. Il 26 maggio 2014, in particolare, l’uomo forte dell’Est del Paese ha lanciato la cosiddetta “Operazione Dignità”. Con questo intervento, Haftar ha promesso la liberazione della Cirenaica dalla presenza islamista: l’obiettivo era quindi la riconquista, da parte delle milizie poi confluite nel Libyan National Army, di città quali Bengasi e Derna, le quali erano cadute nella morsa dei gruppi estremisti.

Il governo di Al Thani aveva in un primo momento condannato l’avvio dell’operazione, vista come un tentativo di colpo di Stato da parte di Haftar. Successivamente, nell’ottobre del 2014, il suo esecutivo ed il parlamento di Tobruck hanno iniziato ad appoggiare l’operazione Dignità ed a conferire ad Haftar il ruolo di capo del costituendo esercito libico.

Nel frattempo sulla scena mondiale una nuova sigla jihadista ha iniziato a rappresentare l’incubo sotto il profilo terroristico: l’Isis. Si tratta del gruppo guidato da Abu Bakr Al Baghdadi che, nell’estate del 2014, ha conquistato territori in Siria ed Iraq proclamando la nascita di un nuovo califfato islamico. Anche in Libia alcune milizie hanno iniziato ad indossare il “cappello” dell’Isis, aderendo al cosiddetto Stato Islamico. La prima comparsa dell’Isis in Libia è stata a Sabratha ed è datata ottobre 2014.

Successivamente però, il gruppo jihadista nel Paese nordafricano ha provato a costituire un piccolo califfato nella città di Sirte. Qui, a partire dal 2015, le bandiere nere dell’Isis hanno iniziato a sventolare e ad occupare buona parte del territorio. Proprio in quell’anno la decapitazione di 21 egiziani copti che lavoravano in Libia, mostrata platealmente in un macabro video dell’orrore, ha ben fatto intuire la portata del pericolo della presenza dell’Isis nel Paese nordafricano.

Dopo alcuni anni in cui la comunità internazionale è rimasta tutto sommato ai margini del conflitto libico, la preoccupazione di diversi attori ad un certo punto è stata quella legata al terrorismo ed all’immigrazione. L’assenza di un governo unitario in Libia, rischiava di rendere vani gli sforzi contro i due fenomeni precedentemente citati: da qui un sempre più imperante interessamento di diversi governi alla delicata situazione nel Paese nordafricano.

Nel dicembre del 2015, sotto l’egida delle Nazioni Unite, nella città marocchina di Skhirat si è tenuto un summit con tutte le varie forze libiche, tra gruppi, tribù e fazioni di vario genere. Il documento finale, redatto il 17 dicembre del 2015, ha sancito la nascita del Gouvernament of National Accord (Gna), ossia un nuovo esecutivo di unità il cui compito è quello di traghettare la Libia verso nuove elezioni. A capo del Gna è stato piazzato un consiglio presidenziale composto da nove membri, al cui vertice è stato nominato Fayez Al Sarraj. Quest’ultimo, architetto con poca esperienza politica alle spalle, è diventato quindi anche premier del nuovo esecutivo. Inoltre, gli accordi di Skhirat hanno riconosciuto la validità sia della Camera dei Rappresentanti insediata a Tobruck, guidata da Aguilla Saleh, sia del Consiglio di Stato di Tripoli.

Secondo gli accordi, entrambe le camere avrebbero dovuto votare la fiducia al nuovo governo di Al Sarraj. Inoltre, è stato sancito il disconoscimento del governo di Gwhell a Tripoli e di Al Thani in Cirenaica. Tuttavia, il parlamento di Tobruck non ha mai votato la fiducia al nuovo esecutivo, quest’ultimo si è insediato a Tripoli nel marzo del 2016 ma in precarie condizioni di sicurezza visto che la coalizione Alba Libica non ha lasciato subito il campo ad Al Sarraj. Il Gna non aveva inoltre proprie forze di sicurezza, né tanto meno è stato dotato di un proprio esercito. Al contrario, la sicurezza è stata affidata a bande e milizie che hanno iniziato, non senza tensioni, a spartirsi la capitale Tripoli in proprie zone di influenza. Complessivamente, da questo momento in poi il conflitto in Libia ha assunto una nuova fisionomia consistente nel dualismo tra le forze vicine ad Al Sarraj e quelle vicine ad Haftar. Anche se, sul campo, la realtà ha continuato ad essere contrassegnata da una generale profonda frammentazione.

Anche se non riconosciuto in tutta la Libia, il difficile insediamento del governo di Fayez Al Sarraj a Tripoli, il quale è stato costretto ad operare per ragioni di sicurezza dall’interno di una base militare, ha permesso alla comunità internazionale di affrontare il discorso relativo all’Isis. La presenza dello Stato Islamico a Sirte ha sempre più preoccupato l’Europa e soprattutto l’Italia, sia per un discorso relativo all’emergenza immigrazione e sia, dall’altro lato, per il rischio legato al terrorismo.

Tuttavia, la nuova iniziativa militare internazionale in Libia questa volta è stata ad opera degli Stati Uniti. L’amministrazione Obama, in particolare, ha spinto per un’azione aerea volta a dare manforte, da terra, alle forze vicine ad Al Sarraj. Quest’ultimo ha ufficialmente chiesto nella primavera del 2016 un intervento internazionale anti Isis. Il governo di Tripoli come detto non disponeva di un vero e proprio esercito, bensì di un insieme di milizie e gruppi disposti a costituire delle forze di protezione. Tra queste milizie, quelle più importanti sono state rappresentate dalle fazioni di Misurata.

Nell’estate del 2016, spinti dai bombardamenti americani le milizie filo Al Sarraj hanno iniziato ad avanzare su Sirte, prendendo in possesso diversi quartier generali del califfato in Libia. Nell’agosto di quell’anno, buona parte del territorio in mano all’Isis era stato strappato ai seguaci di Al Baghdad e sul finire dell’estate l’operazione militare ha permesso di recuperare per intero Sirte. Tuttavia, l’Isis dalla Libia non è mai andata via: il gruppo terrorista ha istituito numerosi campi di addestramento nel sud del Paese.

Nel frattempo nell’est della Libia il generale Haftar ha dato maggiore impulso all’operazione Dignità. Sul finire del 2016, buona parte della Cirenaica era in possesso del suo esercito il quale, a sua volta, ha permesso il consolidamento delle autorità legate sia al governo Al Thani che al parlamento stanziato a Tobruck.

Nel 2017 il Libyan National Army di Haftar si è spinto anche verso i campi petroliferi di Brega e Ras Lanuf, tra i più grandi ed importanti del Paese, strappandoli a delle locali milizie che ne detenevano il controllo. Sempre nello stesso anno, è partita anche l’offensiva volta alla riconquista totale di Bengasi. All’inizio del 2018 il generale Haftar si è quindi presentato come l’uomo forte della Cirenaica, capace di possedere gran parte della regione orientale della Libia e di poter rivendicare il controllo di quasi la metà dell’intero territorio nazionale.

A livello internazionale, il 2018 è stato l’anno del duello diplomatico tra Francia ed Italia sul dossier libico. Mentre l’anno precedente ha visto Roma avvicinarsi molto a Tripoli, con il cui governo ha stretto un memorandum d’intesa sull’immigrazione, da Parigi nella primavera del 2018 si è provata una contromossa. La Francia, in particolare, pur riconoscendo soltanto il governo guidato da Fayez Al Sarraj, è sempre stata sospettata di essere molto vicina al generale Haftar, fornendo soldi ed armi al suo Libyan National Army. Nell’aprile di quell’anno l’uomo forte della Cirenaica era stato dato per morto a seguito di una malattia, al contrario il generale è stato per diversi giorni ricoverato proprio a Parigi e, subito dopo, è tornato in una Bengasi nel frattempo riconquistata e divenuta il suo quartier generale.

Nel maggio 2018 quindi, il presidente francese Emmanuel Macron ha invitato i due principali attori libici all’Eliseo. Nel corso del vertice, per la prima volta Al Sarraj ed Haftar si sono stretti la mano ed hanno raggiunto un’intesa di massima per organizzare nuove elezioni entro dicembre. In questo modo, la Francia ha provato ad intestarsi la guida di un’iniziativa internazionale sulla Libia.

 

A stretto giro di posta, è arrivata la risposta da parte di Roma. Qui il 1 giugno 2018 ad insediarsi è stato un governo formato da Movimento Cinque Stelle e Lega, con a capo il presidente del consiglio Giuseppe Conte. Quest’ultimo, nella sua prima visita alla Casa Bianca ospite del presidente Usa Donald Trump, ha chiesto una cabina di regia a guida italiana sulla Libia. Per tutta l’estate quindi, Palazzo Chigi e Farnesina hanno lavorato per ospitare un meeting internazionale sul dossier libico con il coordinamento del nostro Paese.

La mappa delle potenze straniere in Libia (Infografica di Alberto Bellotto)
La mappa delle potenze straniere in Libia (Infografica di Alberto Bellotto)

Il vertice è stato organizzato a Palermo tra il 13 ed il 14 novembre 2018. Anche in quell’occasione, all’interno dell’hotel Villa Igiea, Al Sarraj ed Haftar si sono stretti la mano concordando un piano guidato dall’Onu in grado di portare ad importanti svolte nel 2019. In particolare, in primavera era prevista una nuova conferenza questa volta tra i vari attori libici ed organizzata direttamente nel Paese nordafricano. Successivamente, sarebbero state indette nuove elezioni. A Palermo erano presenti anche i rappresentanti delle diplomazie di almeno 30 governi, oltre ad alcuni capi di Stato e di governo dell’area mediorientale.

La road map concordata a Palermo però, ben presto ha dovuto fare i conti con la realtà. Non tutte le fazioni libiche hanno infatti accettato questo nuovo percorso, all’interno della stessa Tripoli sono sorti nuovi scontri tra milizie del Gna. Dunque, il piano previsto nel capoluogo siciliano ha subito non pochi rallentamenti già all’inizio del nuovo anno. Inoltre, il Libyan National Army ha conquistato numerosi territori nel Fezzan. In particolare, tra gennaio e febbraio del 2019 diverse tribù della regione meridionale della Libia sono passate dalla parte di Haftar, favorendo l’ingresso delle sue truppe in buona parte delle località di questo territorio e nella stessa Sebha, città più grande del Fezzan. Le avanzate di Haftar lungo il Sahara libico sono state effettuate senza sparare quasi un colpo per via dei numerosi accordi locali stretti dagli uomini del generale.

In questo contesto, è da registrare però l’iniziativa diplomatica degli Emirati Arabi Uniti. Il 28 febbraio 2019 infatti, ad Abu Dhabi sia Al Sarraj che Haftar hanno partecipato ad un incontro voluto dalla diplomazia emiratina. Al termine del vertice, i due si sono stretti nuovamente la mano: gli accordi, in particolare, salvavano la conferenza libica prevista per il 14 di aprile e sancivano un ruolo politico per Al Sarraj ed uno militare per Haftar, almeno fino alle elezioni.

All’alba del 4 aprile però, lo scenario è destinato nuovamente a cambiare. Truppe del generale Haftar hanno iniziato ad avanzare su Gharyan, portandosi subito a meno di 100 km da Tripoli. Segno di come l’uomo forte della Cirenaica aveva iniziato l’operazione volta alla conquista manu militari della capitale libica. In questo modo si è quindi entrati nella quarta fase del conflitto, caratterizzata da uno scontro aperto tra Libyan National Army e Gna.

L’intento di Haftar era quello di ricevere l’appoggio di molte milizie locali, stanche di una situazione di quasi anarchia in cui il controllo del territorio era in mano a bande che spesso si fronteggiavano a vicenda. Tuttavia, nonostante un’iniziale importante avanzata che ha portato l’Lna a 25 km dal centro di Tripoli, la guerra ben presto è entrata in una decisa fase di stallo. Il Gna ha richiamato da Misurata molte milizie, le quali hanno arrestato l’avanzata del generale ma, al tempo stesso, non sono mai state in grado di contrattaccare. In questo modo, la quarta fase della guerra è destinata ad essere vissuta da entrambe le parti come un lungo conflitto di logoramento in cui nessuno riesce a prevalere sull’altro.

In un contesto del genere, la Libia è ben presto diventata ancor di più una guerra per procura. Ma il dualismo tra Italia e Francia nel 2019 è ben presto scomparso: entrambi i Paesi, così come l’intera Europa, non hanno più avuto modo di contare in modo politicamente rilevante nel dossier libico. Al contrario, sono state le potenze regionali ad entrare in modo più diretto nel conflitto. Il premier Fayez Al Sarraj, in particolare, è stato sostenuto da Turchia e Qatar le quali, a loro volta, appoggiano da sempre l’asse dei Fratelli Musulmani. Sul fronte opposto, Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita hanno invece garantito, in funzione anti fratellanza, l’appoggio ad Haftar. Quest’ultimo poi, è da sempre sponsorizzato politicamente e militarmente dall’Egitto del presidente Al Sisi.

Il generale si è poi garantito anche l’alleanza con la Russia. Da Mosca a settembre sono giunti diversi contractors dell’agenzia Wagner, curata da una delle persone più di fiducia di Vladimir Putin. La Russia è quindi intervenuto sullo scacchiere libico con l’intento di solidificare la propria posizione nel Mediterraneo ed in Nord Africa. A novembre invece, è stato Erdogan a sancire un suo intervento diretto sul campo libico: il presidente turco, in particolare, tramite un memorandum ha solidificato la sua alleanza con il governo di Fayez Al Sarraj, divenendone il principale sponsor. Da Ankara sono stati inviati non solo soldi ed armi, ma anche mercenari siriani pagati dalla Turchia che per anni hanno combattuto nella provincia siriana di Idlib. La quarta fase del conflitto in Libia è ancora in corso.

Nel giorno di Pasquetta alcuni equilibri nell’ovest della Libia sono cambiati: in quelle ore infatti, mentre il Paese è costretto alle misure anti coronavirus analoghe a quelle prese in buona parte delle nazioni del Mediterraneo, i miliziani del Gna sono entrati nella strategica città di Sabratha. Quest’ultima da diverso tempo era in mano alle forze vicine al generale Haftar per il quale il controllo appariva vitale per aspirare alla presa Tripoli. Da quel momento in poi, le forze filo Al Sarraj hanno iniziato a dilagare in tutta la regione della Tripolitania.

L’aiuto principale in tal senso è stato fornito dalle milizie filo turche inviate da Erdogan nelle settimane precedenti. Senza questo apporto, per il governo stanziato nella capitale libica sarebbe stato molto difficile ribaltare gli equilibri militari presenti fino a quel momento da quando, a partire dal 4 aprile 2019, era iniziato l’attacco su Tripoli da parte di Haftar. Dopo le avanzate lungo la costa ad ovest della capitale, i gruppi filo turchi e filo Gna hanno preso il controllo di altre località strategiche della regione, a partire dalla base militare di Al Watiya, importante in quanto vicina al confine con la Tunisia. Successivamente, i miliziani filo Al Sarraj hanno iniziato a puntare anche le più importanti roccaforti di Haftar, a partire da Tarhouna e Bani Walid.

La svolta si è avuta agli inizi di giugno, quando il generale della Cirenaica ha perso anche il controllo dell’aeroporto internazionale di Tripoli. A quel punto il 4 giugno, con una nota ufficiale, il Libyan National Army ha annunciato il ritiro dall’area della capitale. La linea del fonte quindi si è spostata verso la città di Sirte, controllata da Haftar a partire dal 6 gennaio 2020. L’uomo forte dell’est del Paese non ha più roccaforti nell’ovest della Libia: un’evoluzione importante all’interno del contesto bellico, che potrebbe decidere gli equilibri venturi del Paese nordafricano.

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