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Il piano di Draghi sul tetto ai prezzi del gas, spiegato

Mario Draghi ha aperto al Consiglio Europeo la partita sul tetto ai prezzi del gas che da diverse settimane rappresenta la proposta prioritaria dell’Italia in campo energetico. Un piano volto a spostare gli equilibri nel mercato europeo dell’energia in un contesto che vede i prezzi dell’oro blu completamente consegnati a volatilità e incertezza dalla guerra in Ucraina. Prima della guerra il prezzo del gas in Europa era intorno a 20 euro per MWh, nei momenti più drammatici è arrivato a 350, infine si è assetato attorno ai 100-120 euro, con picchi temporanei di rialzo e scossoni, nell’indicatore principale europeo alla Borsa di Amsterdam.

Discusso a lungo come caso di studio, lo stratagemma di imporre un tetto ai prezzi del gas nel mercato interno europeo per ridurre le pressioni esercitate dalla guerra economica tra Occidente e Russia sul mercato. Nella consapevolezza che i grandi perdenti di queste dinamiche sono i cittadini europei che pagano la crescita esasperata di bollette e incertezze e la grande vincente una Russia che continua a ricevere 530 milioni di euro al giorno (al 20 giugno) dall’Europa per le forniture energetiche.

Imporre uno stop alla corsa folle dei prezzi appare, secondo la proposta di Draghi, necessario per ridurre la bolletta quotidiana pagata giorno dopo giorno dal sistema europeo: di fronte a un tetto alla negoziazione interna al mercato europeo, si spera che la mossa possa far trasmettere sui mercati di provenienza del gas l’effetto riducendo dunque le entrate per le forniture negoziate sui mercati che evolvono su base giornaliera (spot).

Al tempo stesso, si vuole porre un freno a extraprofitti giudicati eccessivi da parte delle compagnie a scapito dei cittadini europei già sottoposti a inflazione e carovita. Infine, l’obiettivo politico è sistematizzare la risposta europea alla sfida energetica russa, stratificando su più livelli le mosse comunitarie: sostenibile l’embargo al carbone, possibile lo stop (da gennaio 2023) con alcuni distinguo al 90% del petrolio russo e infattibile l’embargo del gas, il tetto ai prezzi è visto come un volano chiave per la diversificazione delle fonti.

 

Qual è, detto ciò, concretamente la proposta che Mario Draghi ha portato all’attenzione dei leader del Consiglio Europeo? I prodomi vanno ricercati nell’ultima riunione, conclusasi il 31 maggio, durante la quale Draghi e Emmanuel Macron hanno ottenuto il risultato di far inserire nelle conclusioni l’impegno per Commissione dir studiare la fattibilità del price cap, il tetto al prezzo, aprendo una breccia sulle discussioni politiche tra i leader.

A inizio guerra, nota Il Riformista, “i 27 andarono in ordine sparso con un clamoroso nulla di fatto. I quattro mesi di guerra, la consapevolezza che sull’approvvigionamento delle fonti di energia l’Europa tutta non potrà mai più essere ostaggio dei gasdotti e dell’oleodotti russi ha cambiato prospettiva, priorità e strategie”. Largo dunque alla proposta Draghi sul tavolo, informalmente, come traccia per le mosse della Commissione all’attuale Consiglio.

Due sono le linee guida della proposta italiana: tutela dei prezzi e intervento attivo per contenere le conseguenze del caro energia.

Sul primo fronte, Draghi propone un calmiere ai prezzi e di inserire un tetto massimo fissato a 80 euro al MWh. Un valore quattro volte superiore a quello a cui il gas era mediamente scambiato prima della guerra, ma inferiore a un quarto del massimo prezzo toccato durante la tempesta energetica primaverile. Per Draghi, e Macron con lui, quella del tetto ai prezzi è una misura che non si ritiene capace di avere senso se presa unilateralmente a livello nazionale, perché creerebbe una distorsione asimmetrica del mercato. Ma al contempo scegliere di seguira a livello comunitario non rappresenterebbe, come molti temono, un freno alla concorrenza ma anzi un calmiere alla frenesia di mercato, depotenziando la componente di speculazione finanziaria implicitamente contenuta in fluttuazioni del genere.

Sul secondo, Draghi sottolinea l’esigenza di agire su scala comunitaria, come ricordato il 10 giugno scorso inaugurando a Parigi il vertice interministeriale dell’Osce: il premier italiano propone di sostenere i cittadini operando un piano di garanzia per le imprese più a rischio simile al fondo Sure, finanziato da strumenti di debito condiviso, avente l’obiettivo di sostenere i cittadini e contrastare l’aumento dei costi dell’energia. Tale misura dovrebbe essere il naturale complemento di quello che sul fronte investimenti farà invece il piano RePowerEU secondo cui  gli Stati membri potranno utilizzare i prestiti europei del Next Generation Eu per finanziare interventi di vario tipo nei settori critici per gli approvvigionamenti e gli investimenti e le misure per la modernizzazione in campo energetico di interesse strategico.

Tali manovre appaiono inscindibili nell’ottica del premier: sul primo fronte si agirebbe sul prezzo del gas per il sistema economico, sul secondo si aprirebbero guadagni e surplus per i consumatori, che dunque avrebbero maggiori garanzie e tutele negli acquisti, in una dinamica capace di innescare una spirale discendente nei prezzi nel quadro di un sistema già vigilato da un non plus ultra per il prezzo di mercato.

L’agenda Draghi offre la possibilità di vedere l’Italia protagonista della partita energetica europea. Eni, Enel e gli altri colossi nazionali sostengono il piano che, nel quadro dell’agenda anti-austerità, ha il sostegno dell’Europa mediterranea e potrebbe pure coinvolgere i Paesi nordici, come i baltici e la Finlandia, a rischio sul fronte energetico per gli embarghi russi, rompendo dunque il fronte tradizionale dei rigoristi.

Al contempo, si darebbe concretezza al superamento del tradizionale modello dominante in Europa fondato sull’unica garanzia delle leggi di mercato, a cui l’Europa (ma in realtà gli Stati) risponderebbero con un nuovo momento di rilancio della mano pubblica.

Infine, si potrebbe dare sostanza a misure adottabili sul fronte nazionale ma che solo con garanzie di questo tipo sarebbero efficaci: le garanzie pubbliche agli stoccaggi gasieri sono un esempio tipico.

Al contempo non mancano i problemi per applicare un’agenda del genere. In primo luogo le rigidità comunitarie, con buona parte dei burocrati della Commissione che temono di vedersi defraudati qualora si minassero di fatto i principi della Concorrenza. Mentre in secondo luogo c’è il fatto che, trattandosi di una misura senza precedenti, il punto di caduta da tenere d’occhio è quello dei costi di un pacchetto che avrebbe, in sostanza, connotati politici prima ancora che economici in senso stretto. E infine, come nota Today, andrebbero stabilite regole ferree per evitare contenziosi legali coi giganti, americani e britannici innanzitutto, del settore energetico. Per ovviare a questi tre problemi serve coraggio e capacità di visione. In un concetto? Programmazione politica. L’ora è quella di adesso. Senza cambiare le regole, senza pensiero originale e senza un minimo gradiente di rischio la tempesta energetica può infatti diventare tsunami economico. Il tetto ai prezzi è una panacea? No, ma perlomeno è una proposta di discontinuità. Su cui vale la pena riflettere a livello di sistema.

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