La storia e il futuro dell’economia del Giappone

L’economia giapponese è la terza al mondo per dimensioni dopo quelle di Stati Uniti e Cina e ha conosciuto la sua fase di decollo verticale dopo la seconda guerra mondiale, partendo dalla diffusione generalizzata del metodo produttivo nipponico (“toyotismo”, una produzione snella e su misura) e arrivando fino al rallentamento della crescita di Tokyo negli Anni Ottanta.

Le radici del sistema capitalistico nipponico gettano le loro radici nell’apertura del Giappone alla modernità a metà XIX secolo e nelle principali linee di tendenza e di pensiero non è mutato in maniera sostanziale. I gruppi privati giapponesi si costituirono come variegati, uniti dal legame famigliare e produttivi in molti settori; la famiglia era il centro di comando, il gruppo verticale. Il “vertice” del gruppo era costituito da un’impresa-cassaforte, da cui emanava la proprietà del resto delle componenti. Tale sistema gerarchizzato che sovrappone proprietà e controllo è definito Zaibatsu.

Il vantaggio dell’unione famigliare aiutava i membri del gruppo a conciliare gli interessi reciproci e a ridurre il numero di conflitti, da cui preveniva anche la sovrapposizione tra proprietà e controllo; al contempo, la spartizione dei territori tra i diversi gruppi aiutò le imprese giapponesi a perimetrare i confini d’azione. Sul versante opposto, il gruppo conosceva un’espansione limitata alla famiglia (solo più avanti a membri di lungo corso delle imprese sarebbero stati affidati ruoli di gestione paralleli a quelli del “clan”) e, soprattutto, la strettezza dei legami famigliari portava le imprese a mantenere in diversi casi linee aziendali in perdita pur di non disaggregare l’unità famigliare. L’incorporamento del finanziamento delle perdite nella cassaforte famigliare, di fatto, aiutava anche i meno efficienti a restare a galla. Nel corso dei decenni, la struttura dei gruppi portò sei grandi Zaibatsu (Mitsubishi, Mitsui, Sumimoto, Yasuda, Okura, Furukawa), negli Anni Trenta, a controllare quasi tutti i settori cruciali dell’economia giapponese e a influenzare la politica estera del paese in senso espansionista. Gli Zaibatsu incentivarono l’aggressività militarista giapponese nella prima metà del Novecento, e infatti finiranno scorporati dopo la rovinosa débâcle nipponica nel secondo conflitto mondiale, che al tempo stesso segnò la riqualificazione della figura dell’Imperatore e della gerarchia dei poteri a seguito dell’introduzione della nuova Costituzione.

Dopo la seconda guerra mondiale, gli Usa cercarono di imporre il loro modello di capitalismo in terra giapponese; in soli dieci anni, tuttavia, il sistema tornò a concentrarsi in maniera simile a quella precedente la Seconda Guerra Mondiale, seppur con intensità minore. I gruppi ricostituiti catalizzarono la più grande rinascita industriale ed economica della Storia, che portò il Giappone ad essere la seconda economia mondiale negli Anni Ottanta. Le acquisizioni in terra statunitense portarono Washington a temere che, data la superiorità giapponese nei settori a più alto tasso d’innovazione o valore aggiunto (computer, apparecchiature elettroniche, automobili) e il potenziale esportatore di Tokyo, il Giappone potesse sorpassare la superpotenza per Pil. Paura che traspare sfogliando le pagine di The coming war with Japan, il saggio del 1991 scritto da George Friedman e Meredith Le Bard in cui si presagiva l’idea che una rivalità a tutto campo tra Tokyo e Washington potesse portare a uno scontro militare per lo scivolamento del piano inclinato della rivalità economica sotto il peso della comune volontà di dominare economicamente il Pacifico.

Tuttavia, nel 1991 il Giappone era già entrato in una fase di ristagno economico iniziata nel 1989, che senza erodere consistenti margini di benessere alla popolazione ha tuttavia ridotto le aspettative di un’ulteriore crescita. L’invecchiamento della popolazione e la decrescita della massa di forza lavoro hanno ridotto il ritmo della crescita economica per oltre un decennio, pur in un contesto in cui la produzione industriale non ha conosciuto contrazioni. Ristagno del Pil, problemi demografici e deflazione hanno fatto parlare di “decenni perduti” per l’economia nipponica. Tuttavia, come ha scritto Limes nel numero di febbraio 2018 dedicato all’Impero del Sol Levante, “il raffronto tra il Pil pro capite giapponese e quello degli altri Paesi Ocse mostra che nel 2016 Tokyo ha perso solo una posizione rispetto all’apogeo del 1986”, assestandosi al diciassettesimo posto. “Soprattutto, i dati Ocse sulla produttività confermano la posizione economica relativa giapponese nel tempo, dato che Tokyo conserva oggi lo stesso indice di produttività del 1990 rispetto agli Usa (64%)”.

Per imporre un cambio di direzione alla crescita e dare nuova vitalità al sistema, il Primo ministro Abe Shinzo ha varato dopo l’ascesa al potere nel 2012 una grand strategy economica basata su una forte espansione monetaria.  Le “tre frecce” dell’Abenomics (ampliamento della base monetaria, stimolo fiscale per investimenti in Giappone e riforma strutturale del sistema previdenziale) sono state portate avanti attraverso un gigantesco impegno finanziario da parte del governo e della Banca del Giappone, e hanno impattato più nel campo del mantenimento dell’inflazione attorno al 2% che nell’effettivo rafforzamento della crescita, a cui hanno garantito alcuni decimali di aggiunta.

In ogni caso, il Giappone è ora stabilizzato in un nuovo trend di crescita costante, pur se modesta. Il +1% fatto registrare da Tokyo nella crescita del Pil nel 2018 garantisce l’ottavo anno di espansione consecutiva, record dal 1989, ed è destinato a essere confermato nel 2019. Il Giappone resta un’economia fortemente sviluppata che unisce servizi e potenzialità di export, e più che dal quadro macro deve guardarsi dai rischi sistemici demografici e previdenziali sul fronte interno, che il governo Abe ha promesso di affrontare, e da un contesto geopolitico sempre più agitato nell’area Indo-Pacifica.