Che cos’è il “rebate”

Per rebate (in italiano “rimborso”) si intende nel gergo politico dell’Unione Europea il processo di restituzione a un Paese membro di parte dei fondi versati al bilancio comunitario in seguito a un accordo bilaterale tra questo e Bruxelles.

Il “rebate” per eccellenza è quello di cui la Gran Bretagna ha goduto dalla metà degli Anni Ottanta fino alla sua uscita dall’Unione Europea; esistono però altri accordi e, oggigiorno, il tema è tornato profondamente d’attualità in occasione delle discussioni sul Recovery Fund pensato per rispondere alla crisi del coronavirus. Il presidente del Consiglio europeo ed ex premier belga Charles Michel ha proposto di mantenere i “rebate” per vincere la resistenza dei falchi pro-austerità circa l’inserimento del fondo per la ripresa nel bilancio Ue 2021-2027.

Il “rebate” ha una madre ben identificabile in Margaret Thatcher. Nel 1984,  intervenendo a una sessione di negoziazione sul bilancio europeo, la Lady di ferro si lamentò con durezza delle problematiche imposte al Regno Unito dall’aumento dei fondi alla Politica agricola comune. L’interrelazione tra l’elevato Pil britannico e la ridotta quota del settore primario nella sua economia avrebbe portato Londra a pagare una quota di fondi alla Pac eccessivamente elevata rispetto ai finanziamenti che sarebbero poi tornati nel Regno Unito.

Si arrivò dunque a un accordo che vide Bruxelles concedere a Londra la possibilità di ricevere ampi rimborsi muovendosi sul fronte dei contributi Iva, di cui rappresentava una delle massime fonti nell’Unione. Sostanzialmente, Londra riceveva dall’Unione Europea due terzi della differenza tra la percentuale dei suoi contributi al gettito Iva ottenuto dalle istituzioni comunitarie e la percentuale di fondi europei spesi sul suo territorio.

Su scala inferiore e meno strutturata rispetto a quello britannico, nel corso degli anni l’Unione Europea ha concordato altri rebate con Paesi dall’economia altamente avanzata ma che per ragioni contingenti, come la ridotta popolazione e la scarsa taglia della loro economia agraria non ricevevano una quota di fondi comunitari sufficientemente elevata in rapporto al loro contributo.

A ispirare la richiesta di ulteriori rebate fu il fatto che, dopo la mossa della Thatcher, la Germania Ovest era riuscita a spuntare uno sconto di un terzo dei suoi versamenti addizionali da fare a causa del rimborso britannico. Bonn, maggiore contributore della comunità, era il Paese più colpito dal privilegio concesso al Regno Unito e cristallizzò così un miglioramento della sua posizione di contributore netto. Su questo si innestarono una serie di richieste di altri Paesi dell’Unione.

Questi Paesi corrispondono ai membri odierni del gruppo dei frugal four, gli Stati che si battono per mantenere lo status quo sul bilancio europeo, non ampliarlo e mantenere i loro privilegi: Austria, Svezia, Danimarca e Olanda. In occasione del bilancio comunitario 2000-2006 questi quattro Paesi ottennero uno sconto di tre quarti dei loro contributi, legato principalmente all’abbatitmento dallo 0,3% allo 0,15% del loro contributo Iva.

 

Dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ci si chiede se il rebate abbia ancora senso, in quanto gli sconti concessi agli attuali cinque Paesi beneficiari sono conseguenza diretta o indiretta del famoso “I want my money back!” della Thatcher.

Nel 2017 la commissione Juncker propose l’eliminaizone del rebate dopo il perfezionamento della Brexit. Ma la discussione sul nuovo bilancio europeo dovrebbe in questo caso includere sia la contribuzione extra richiesta agli Stati non più beneficiari del rebate che le nuove quote volte a coprire il vuoto lasciato dall’uscita di Londra. Senza i rimborsi, facevamo notare in occasione delle prime discussioni sul bilancio Ue 2021-2027, “la contribuzione netta della Germania si impennerebbe dai circa 15 miliardi attuali a circa 33 miliardi nel 2027, complice il mancato ingresso di una somma di denaro che per il 2020 è quantificata in circa 3,7 miliardi di euro (su 6,4 complessivi ricevuti dai cinque Stati)”.

La mossa di Michel di proporre il mantenimento del rebate rappresenterebbe dunque la concessione di un esorbitante privilegio oramai anacronistico, dopo l’uscita del Regno Unito, che livellerebbe qualsiasi possibile extra-contribuzione richiesta ai Paesi pro-rigore a un futuro Recovery Fund. Inoltre, aprire la discussione sul tema dell’eliminazione rebate inchioderebbe i falchi di fronte alla loro ipocrisia: i Paesi più solerti nel censurare i deficit di bilancio altrui e la natura “spendacciona” dei Paesi del Sud Italia sono gli stessi che da decenni lucrano sugli sconti fiscali garantiti dall’ancoraggio al rebate britannico. Dopo la cui fine ci si chiede quanto senso abbia mantenere divergenze tanto nette in un’Unione dove non tutti i Paesi sono trattati in maniera egualitaria.

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