Che cos’è il golden power e come funziona

Nella disciplina italiana si definisce “golden power” (di fatto inteso come “potere speciale”) la facoltà garantita all’autorità pubblica di intervenire nelle transazioni di mercato riguardanti società qualificate come strategiche.

Il golden power è stato introdotto dal governo Monti attraverso il decreto-legge 15 marzo 2012, n. 21, poi sviluppatosi in una serie di leggi e regolamenti, mano a mano che l’impellenza di difendere il perimetro più strategico di asset in mano al sistema-Paese si faceva sentire in maniera sempre più forte. Il modello di riferimento è quello in cui si inseriscono il britannico sistema di golden share e l’action specifique francese.

Sostanzialmente, il golden power assegna al governo poteri di interdizione, indirizzo e orientamento nelle transazioni in settori quali la difesa e la sicurezza nazionale, nonché in taluni ambiti di attività definiti di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni.

Ed è proprio in quest’ultimo ambito che il sistema del golden power ha acquisito, di recente, nuova notorietà, in occasione dell’applicazione della disciplina ad opera del neocostituito governo Conte II sulle reti del 5G. Dal 2012 ad oggi, la disciplina riguardante le modalità di individuazione delle aree d’intervento, le modalità d’azione del consiglio dei Ministri e le conseguenze delle sue mosse ha conosciuto uno sviluppo importante col Dpcm 6 agosto 2014, messo in campo dal governo Renzi, che ha garantito una più corposa definizione del perimetro di pertinenza della misura.

Attraverso il golden power, per legge e per prassi, il governo può dettare condizioni ben precise nella procedura di acquisto di partecipazioni in settori strategici da parte di attori stranieri, mettere il veto su specifiche delibere prese dai consigli d’amministrazione delle società interessate o, in extrema ratio, imporre lo stop a un’operazione di acquisto di partecipazioni.

Come fa notare l’Ispi in una sua ricerca, “Nel 2017 il golden power è stato esteso ai settori “ad alta intensità tecnologica” come l’immagazzinamento e la gestione dei dati e le infrastrutture finanziarie; le tecnologie critiche, compresa l’intelligenza artificiale, la robotica, i semiconduttori, le tecnologie con potenziali applicazioni a doppio uso, la sicurezza in rete e la tecnologia spaziale o nucleare”. In parallelo all’evoluzione del quadro normativo si può considerare che il golden power è complementare ai meccanismi protettivi di natura finanziaria messi in campo da Roma nel 2011, anno in cui “il governo aveva infatti autorizzato la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) ad acquisire partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale, in termini di strategicità per l’occupazione e per le ricadute sul sistema economico-produttivo del Paese”.

Nello stesso anno il governo Gentiloni utilizzò il golden power per fermare l’azione di Vincent Bolloré e del suo colosso francese Vivendi nel campo delle tlc nazionali italiane, che avevano portato l’arrembante finanziere transalpino a cercare di mettere le mani su Tim. Nel 2019 abbiamo avuto il già citato intervento del governo Conte II, attraverso il suo primo atto ufficiale, sul terreno del 5G attraverso l’esercizio del golden power per condizionare e supervisionare le relazioni di Linkem, Vodafone, Tim, Wind Tre e Fastweb con le cinesi Huawei e Zte.

Il golden power è diventato, come scrive l’Agi, “il pulsante di stop” nelle mani del governo, ed è uno strumento che acquisirà sempre maggior valore mano a mano che aumenterà l’interesse strategico per il sistema-Paese Italia, principalmente ad opera delle aziende di Paesi extra-Ue e extra-Nato come la Cina. Nei cui confronti tutelarsi, per l’Italia, risulta vitale per evitare di essere schiacciati tra l’incudine della silenziosa infiltrazione del Dragone e il martello dell’inevitabile rappresaglia economica e politica degli alleati, Usa innanzitutto.

Il golden power è dunque da vedere non come un limite o condizionamento all’attività di impresa, ma come un vero e proprio strumento di garanzia dell’economia nazionale. Su cui vegliano come guardiani i servizi di sicurezza e intelligence, autori di un’ampia campagna di sensibilizzazione sul tema, culminata in una recente pubblicazione del Dis, il Dipartimento per le informazioni di sicurezza. “Tutto il supporto dei servizi segreti all’azione del governo non è teso a convincerlo nelle scelte e neanche orientarlo” scrive al suo interno Alessandro Pansa, ex capo della polizia e del Dis, “ma a suggerire percorsi da intraprendere per rendere quanto più informato e consapevole il decisore politico che opererà poi le sue scelte che sottendono a strategie di cui l’intelligenza è destinataria e non originatrice”.

La competizione internazionale si fa sempre più decisa e complessa, e al governo servono strumenti di tutela che sappiano imporre, nei momenti cruciali, il ruolo della politica su quello dei mercati. E il golden power va proprio in questa direzione.


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