Che cosa sono le riforme Hartz

Il “pacchetto Hartz” rappresenta dall’inizio degli Anni Duemila il punto di riferimento del diritto del lavoro e dello Stato sociale, nonchè un centro nevralgico della strategia economica di Berlino fondata sull’ampliamento dell’export industriale.

Introdotte dal governo del predecessore di Angela Merkel ed ultimo cancelliere socialdemocratico del Paese, Gerhard Schroeder, le quattro “riforme Hartz” hanno introdotto il tema della flessibilità nel lavoro in una Germania che a inizio Anni Duemila era afflitta da problemi di disoccupazione e stagnazione e, secondo i promotori, hanno contribuito a rafforzare il tessuto economico tedesco e a razionalizzare il welfare.

I critici, invece, a partire dalla sinistra della Linke fuoriuscita dall’Spd proprio per l’agenda economica e sociale del governo, hanno denunciato la natura precaria di molti dei posti di lavoro creati dal meccanismo, attaccando in particolare la precarietà di molti dei lavori a tempo determinato e precario permessi dai pacchetti Hartz (minijob). Le critiche contro una riforma definita dai suoi accusatori come il viatico per la “povertà per legge” proseguono da tempo: le radici di tale ostilità affondano nelle modalità con cui fu costituita ed applicata.

Sull’onda lunga della transizione del centro-sinistra occidentale all’ideologia del neoliberismo, la Spd di Gerard Schroeder, storicamente partito favorevole all’ampliamento delle tutele del lavoro, a politiche keynesiane di piena occupazione e all’operazione sindacale, avviò la transizione ideologica più netta della sua storia nel corso del primo esecutivo di coalizione con i Verdi iniziato nel 1998. Sull’onda lunga della svolta operata da Bill Clinton negli Usa, da Tony Blair nel Regno Unito e dalla coalizione di centro-sinistra di Romano Prodi in Italia negli Anni Novanta, Schroeder interiorizzò l’apertura al business, alla deregolamentazione finanziaria e al taglio di spesa pubblica e Stato sociale del resto della sinistra contemporanea.

Il cosiddetto “Ulivo mondiale“, per usare la pungente definizione di Massimo D’Alema, si pensò portavoce di una versione progressista della globalizzazione, ritenendo fondamentale l’introduzione nel loro spettro ideologico dei dogmi elaborati nel deennio precedente da leader come Ronald Reagan, Margaret Thatcher e Helmut Kohl. Schroeder tentò di impostare un’agenda di riforma del mercato del lavoro subendo però la fronda interna del presidente dell’Spd Oskar Lafontaine, dimessosi per formare l’attuale Linke, tra il 1999 e il 2000.

La riconquista della scena politica da parte di Schroeder per l’oggettiva debolezza dell’opposizione della Cdu e alcune scelte azzeccate in politica estera, come il rifiuto della guerra in Iraq, permisero al governo di ricevere la conferma alle elezioni del 2002. Fu da allora in avanti che l’agenda riformista accelerò: nel 2002 il governo nominò una commissione per ricevere i consigli necessari ad implementare il suo programma di governo (Agenda 2010), nominandovi a capo il direttore delle risorse umane della Volkswagen Peter Hartz, da cui le susseguenti riforme avrebbero preso il nome.

Il primo gennaio 2003 il governo Spd-Grunen fece entrare in vigore le prime riforme del mercato del lavoro, Hartz I e Hartz II, due riforme che rispettivamente preparavano il terreno burocratico alla flessibilizzazione del mercato del lavoro e introducevano i cosiddetti minijob, tipi di contratto di lavoro a paga ridotta (400-450 euro al mese) con un minimo livello di tutela e con una ridotta copertura di assicurazione previdenziale, e i midijob (800-850 euro di stipendio).

Giustificati con la necessità di legalizzare il lavoro informale, i minijob si estesero a milioni di relazioni contrattuali negli anni successivi, oltre 5 nel 2009, arrivando a diventare la forma dominante di occupazione nel catering, nei servizi di distribuzione e nel lavoro domestico.

Hartz III, entrato in vigore nel 2004, modificò radicalmente il sistema di gestione dei centri per l’impiego e preparò il terreno alla riforma Hartz IV, la più radicale del pacchetto, di cui è spesso considerata come eponima, e la cui approvazione avvenne al termine di un ampio braccio di ferro tra il governo e la base sindacale storicamente vicina al partito, caratterizzato da ampie proteste di piazza e dal crollo verticale dei consensi a Schroeder. Il quale sulla riforma del lavoro si giocò la rielezione e, dopo le elezioni del 2005, fu costretto a cedere la cancelleria federale a Angela Merkel.

Hartz IV intervenne incisivamente sul fronte del lavoro e della previdenza sociale in Germania aggiungendo alla flessibilità occupazionale dei minijob il passaggio dallo Stato sociale a un sistema di cosiddetta flexible security.

I sussidi di disoccupazione (Arbeitslosenhilfe) e gli assegni sociali (Sozialhilfe) furono uniti, garantendo livelli di erogazione pari ai minimi tabellari di quest’ultima misura, 374 euro al mese (ora sono 391). Le misure transitorie di reinserimento nel mercato del lavoro furono ridotte, in generale, alla durata di un anno poco più (due solo per i cittadini più vecchi di 58 anni).

Con la riforma si è eliminata ogni relazione con l’eventuale reddito lavorativo venuto meno: l’entità del sussidio dipende da una valutazione circa le ‘esigenze normali’ (Regelbedarf), valutate su basi statistiche tenendo conto della composizione e delle caratteristiche dell’eventuale nucleo familiare a carico del disoccupato.

Il bilancio finale di queste riforme presenta un chiaro vincitore: l’industria tedesca, che ha avuto modo di poter avere a disposizione una riserva di lavoro a basso costo e ridotte tutele per produrre e poter accrescere la sua proiezione commerciale e il suo surplus con il resto d’Europa.

A livello macroeconomico, la disoccupazione, in doppia cifra nell’era Schroeder, si è assestata dopo l’entrata in vigore delle riforme fino a meno del 5%. La differenza però sta nella qualità dei posti di lavoro creati: il rapporto tra salari e Pil nel 2013 è sceso sotto il 65%, al minimo da mezzo secolo. Al contempo, il reddito medio dei cittadini tedeschi meno abbienti – il 40 per cento della popolazione – è precipitato del 7% tra il 2000 e il 2015, mentre nello stesso periodo, quello del decile più ricco è volato al 20% in più.

Oggi i poveri tedeschi rappresentano circa il 15,5% di tutta la popolazione, e nel contesto di un Paese globalmente più solido rispetto a 15 anni fa sono in salita rispetto al 12,4% del 2004. Il fantasma della povertà minaccia i lavoratori tedeschi e anche i migranti, attratti nel Paese dalla retorica del benessere del Paese, rimangono invischiati nel sistema Hartz: il 55% dei circa 4 milioni di riceventi i contributi previdenziali del sistema Hartz IV è infatti di provenienza straniera.

La svolta neoliberista della Spd ha prodotto riforme che hanno, ironicamente, spianato la strada al centro merkeliano e avuto l’effetto di condizionare il mercato del lavoro e l’economia del Paese facendone emergere le contraddizioni interne. Il grande sconfitto del quindicennio post-riforma è stato proprio il partito di Schroeder, l’Spd, dal 2005 in avanti in continua emorragia di consensi. Dai 20 milioni di voti conquistati nelle elezioni del 2002 (41,9% dei consensi) l’Spd è sceso agli 11,4 del 2017 (24,6%), riducendosi a partner di minoranza del partito della Merkel, per poi tracollare al peggior risultato della sua storia, il 15,8%, alle elezioni europee del 2019. Un destino comune a molti partiti esponenti della sinistra europea che hanno pensato di cavalcare con eccessiva leggerezza i mutamenti della globalizzazione.

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