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BlackRock, il moloch della finanza che fa tremare il mondo

Carl von Clausewitz era dell’idea che la guerra non fosse altro che la continuazione della politica attraverso altri mezzi. Una verità assoluta, dogmatica, che non andrebbe letta soltanto in termini di conflitto tradizionale, ovvero di battaglie tra eserciti e città assediate, ma anche e soprattutto in termini di belligeranze non convenzionali.

Perché il mondo è mutato radicalmente dall’epoca di Clausewitz ad oggi, ventunesimo secolo, tempo delle guerre postmoderne, posteroiche, ibride e senza limiti. Guerre combattute più da hacker armati di tastiera che da soldati imbraccianti i fucili. Guerre combattute più da aeromobili a pilotaggio remoto che da caccia bombardieri. Guerre che i governi affrontano facendo meno leva sugli eserciti tradizionali e più ricorso a banche, corporazioni multinazionali, organizzazioni nongovernative e attori del mondo finanziario.

Gli Stati Uniti, in ragione del loro status di unica superpotenza del globo, dispongono di una vasta gamma di entità sulle quali fare affidamento per condurre guerre sotterranee, coperte e non dichiarate. Entità che, protette dal manto della legalità e dalla scusante degli affari, colonizzano strutture produttive e  soggiogano interi sistemi-Paese, utilizzando economia e investimenti come delle armi. Entità come la BlackRock, in grado di utilizzare la globalizzazione a proprio uso e consumo.

BlackRock, oggi, è la società di investimento più grande ed influente del pianeta, forte della gestione di 8,7 trilioni di dollari di assetti (asset), della realizzazione di oltre un trilione di dollari di capitale netto negli ultimi sette anni e di un’estensione internazionale senza eguali – 70 uffici in 30 nazioni, Italia inclusa, che impiegano una forza lavoro di 14mila dipendenti e servono una platea di “milioni di investitori in più di cento Paesi”.

Non è sempre stato così, però. Perché BlackRock, all’epoca della fondazione – 1988 – era soltanto una delle tante società di investimento operanti nel mercato ultra-competitivo a stelle e strisce, con un capitale iniziale relativamente modesto e delle prospettive di crescita né più né meno elevate della concorrenza.

L’anonimo astro del firmamento della finanza è divenuto una stella polare con il passare del tempo, cioè con la pazienza, e grazie ad una dote che pochi altri avevano: l’immaginazione. I padri fondatori della Roccia Nera – gli affaristi Larry Fink, Robert Kapito, Susan Wagner, Barbara Novick, Ben Golub e Ralph Schlosstein – si erano formati nell’ambiente pioneristico delle mortgage-backed securities e credevano di aver sviluppato una strategia per la gestione del rischio tanto innovativa quanto altamente efficace.

Nella visione di Fink e soci avrebbe creduto l’investitore Pete Peterson, che finanziò quello che all’epoca era il The Blackstone Group con una linea di credito di cinque milioni di dollari. Entro il 1989, ovverosia ad un anno dalla fondazione, i consulenti del rischio avrebbero gestito assetti per due miliardi e settecento milioni di dollari. Iniziava, così, un’ascesa inarrestabile ai vertici della finanza mondiale che, nell’arco di pochi anni, avrebbe trasformato quella pietra come tante in un diamante.

All’alba del Duemila, cioè dopo dieci anni di attività, BlackRock gestiva 165 miliardi di dollari di assetti. Una cifra che avrebbe permesso a Fink di cominciare a benedire rilevazioni di peso – da State Street Research & Management a Quellos Capital Management – e di protagonizzare crescentemente i mercati degli investimenti e dei fondi speculativi, non soltanto degli Stati Uniti.

La vera svolta ha luogo negli anni della tremenda crisi finanziaria del 2007-08, quando la Casa Bianca si affida ai servigi della BlackRock per uscire dalla recessione. In quell’occasione, la società avrebbe aiutato la Federal Reserve a contenere i danni del fallimento di Bear Stearns e a salvare l’American International Group, assumendosi la responsabilità di un dossier del valore di 130 miliardi di dollari.

Nel 2009, complici le opportunità scaturite dalla crisi finanziaria, BlackRock diventa il primo e principale responsabile di assetti (asset manager) del pianeta. Un anno più tardi, dopo aver rilevato R3 Capital Management e dei fondi appartenenti al gigante britannico del bancario internazionale Barclays, Schlosstein ebbe a definire BlackRock “l’istituzione finanziaria più influente del mondo”.

Una reputazione, quella di BlackRock, che negli anni successivi è stata consolidata e che le ha permesso di aprire 70 uffici in 30 Paesi e di attrarre milioni di investitori da più di 100 nazioni. Un colosso della finanza speculativa e degli investimenti senza eguali nel mondo, che con il tempo ha surclassato il celeberrimo Soros Management Fund di George Soros e ha attirato l’attenzione della Casa Bianca.

BlackRock consiglia alla clientela dove, come, quando e quanto investire, ma il proprio raggio d’azione non si esaurisce alla consulenza e alla gestione di assetti. La società, invero, cresce e si espande anche grazie ad una campagna irrefrenabile di rilevazioni, fusioni e investimenti.

La società opera nel mondo in maniera indipendente, perché è e resta tale, ma su alcune manovre sembra esserci più la firma della Casa Bianca che di Fink: dall’entrata in Deutsche Bank – il motore della locomotiva d’Europa, di cui BlackRock è il più grande azionista individuale e le cui azioni ha cominciato ad acquistare nel 2016, ovvero agli albori della battaglia antitedesca dell’amministrazione Trump – al supporto attivo alle politiche energetiche statunitensi – BlackRock è simultaneamente il più grande azionista dei giganti del petrolio a stelle e strisce e il primo patrocinatore della transizione verde preannunciata dall’amministrazione Biden.

BlackRock non sostiene la madrepatria soltanto dirottando investimenti nell’energia e infiltrandosi sottilmente nelle spine dorsali dei sistemi-Paese di tutte quelle nazioni che potrebbero rivelarsi una minaccia per Washington – Roma inclusa, dato che il peso del Leviatano di Fink va crescendo in in gran parte del sistema finanziario italiano –, ma anche sostenendo concretamente industrie-chiave come armi – è presente in Northrop Grumman, General Dynamics, Honeywell, Bechtel e Lockheed Martin –, farmaceutica – possiede il 7,46% di Pfizer – e digitale – detiene il 6,59% di Facebook.

Forte di una ricchezza superiore ai pil di Francia e Spagna combinati, nonché presente tentacolarmente nei settori strategici di un numero crescente di nazioni, la Roccia Nera può essere considerata la banca-ombra del mondo. Una banca-ombra che nominalmente è privata ed autonoma, ma che de facto risponde agli Stati Uniti e contribuisce in maniera determinante alla difesa dei loro interessi nazionali. Una banca-ombra che, attraverso il leveraggio di quote azionarie e la gestione di masse abnormi di capitale, è in grado di condizionare le politiche e il destino di banche, corporazioni multinazionali e governi – Limes, a quest’ultimo proposito, ha ricostruito il presunto ruolo giocato da BlackRock nel golpe finanziario italiano del 2011.

Troppo grande per fallire, nonché troppo importante per essere ridimensionata nel nome della concorrenza giusta e salubre, la BlackRock sta al centro di Wall Street come la Kaaba sta al centro della Mecca. Una pietra nera che, nel caso della BlackRock, simboleggia il culto del Dio dollaro, comune sia ai repubblicani sia ai democratici e sia ai neoconservatori sia ai liberal – i cui salotti sono frequentati da Fink in egual misura. Un culto che, parimenti alle grandi religioni, periodicamente esige dei sacrifici, dei tributi di sangue, per placare gli appetiti iracondi della divinità. Sacrifici come quello di Bruce Wrobel, il visionario affarista che avrebbe voluto riscrivere il volto dell’Africa con i dollari della BlackRock, emancipandola da sottosviluppo e povertà, ma la cui anima fu reclamata misteriosamente da questo Moloch la notte del 10 dicembre 2013.