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Triplice frontiera, il “buco nero” del pianeta

La Triplice frontiera (triple frontera) è l’area del cono sud dell’America Latina in cui si incrociano Brasile, Argentina e Paraguay e il grande pubblico ha imparato a conoscerla nel 2019, anno della distribuzione in streaming su Netflix di un film d’azione avente lo stesso titolo, perché quivi ambientato.

Stroncato dalla critica, come spesso accade a questo genere di pellicole, Triplice frontiera era stato un successo in termini di spettatori e visualizzazioni. Gli ingredienti per il boom al botteghino virtuale, del resto, erano tutti presenti: cast a cinque stelle – presenti, tra gli altri, Ben Affleck e Oscar Isaac –, sequenze contrarie alla forza di gravità, combattimenti tra forze speciali e narcotrafficanti, fiumi di denaro e tanta, tanta adrenalina.

Triplice frontiera era un prodotto per l’intrattenimento, utile per liberare la mente dai pensieri per due ore, ma non era un’opera del tutto di finzione. Perché la triplice frontiera è quella che la scuola neomedievalista delle relazioni internazionali definisce una zona grigia, cioè un luogo al di fuori di ogni giurisdizione, dove il crimine è legge e dove il terrorismo è di casa. La triplice frontiera, difatti, è dove sono stati pianificati gli attentati di Buenos Aires degli anni Novanta, è dove han vissuto Osama bin Laden e Imad Mugniyah, ed è il posto da cui è giunto l’ordine di suicidare il procuratore Alberto Nisman. Questa è la sua storia. La Triplice frontiera è divenuta la trincea dove si combatte una guerra quotidiana tra il bene e il male.

Di Triplice frontiera come area fuori dei limiti, off limits, se ne parla almeno dal dopo-attentati di Buenos Aires. Ma il motivo per cui questo piccolo incrocio multinazionale ha catturato l’attenzione e l’interesse degli Stati Uniti (e non solo) non è dato esclusivamente dal comprovato e consolidato radicamento di Hezbollah, e dunque dell’Iran.

La nomea della Triplice frontiera come zona grigia del mondo, crocevia di illeciti e sede della pianificazione di attentati e omicidi, è legata al fatto che rapporti periodici e operazioni poliziesche hanno confermato la presenza di alcune delle organizzazioni terroristiche di stampo islamista più pericolose – come Al-Qāʿida e Hamas –, di fuggitivi internazionali – da bin Laden a Mugniyah – e di attori-chiave del crimine organizzato latinoamericano – dai Los Zetas a Comando Vermelho – e della guerriglia antigovernativa – come le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (FARC) e l’Esercito del Popolo Paraguayano (EPP).

Coma la Triplice frontiera, quest’area dove il Paraná e l’Iguazú confluiscono e dove si intersecano i destini di Ciudad del Este, Puerto Iguazú e Foz do Iguaçu, sia divenuta la fonte di ispirazione di Hollywood è storia abbastanza nota nelle Americhe. Decine di migliaia di siriani e libanesi abbandonarono l’Impero ottomano verso la fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, causa la guerra civile tra drusi e maroniti, e molti di loro trovarono riparo nel cono sud, più precisamente tra Argentina, Brasile e Paraguay.

Oltre un secolo dopo, causa un’altra guerra civile – quella libanese –, un’altra ondata migratoria avrebbe preso piede e i guerrieri del Partito di Dio, Hezbollah, ne profittarono per mimetizzarsi tra gli sfollati e i rifugiati accolti dalla diaspora. Obiettivo: creare una base operativa dall’altro lato del mondo, al di sopra di ogni sospetto, presso la quale portare avanti attività di finanziamento, reclutamento e spionaggio. Una base protetta dall’omertà dei membri della diaspora e invisibilizzata dai numeri dell’Arabentina, che entro gli anni Novanta sarebbe divenuta la casa di oltre tre milioni e cinquecentomila persone di origine siro-libanese.

Il mondo si sarebbe accorto dell’arrivo di Hezbollah nelle Americhe Latine soltanto il 17 marzo 1992, giorno in cui un attentatore suicida della Jihad Islamica guidò un furgone carico di esplosivo contro l’ambasciata israeliana di Buenos Aires, lasciando a terra 29 morti e 242 feriti. E da allora, complice l’accadere di altri fatti, la Triplice frontiera è divenuta la trincea dove si combatte una guerra quotidiana tra il bene e il male.

La Triplice frontiera non è soltanto un hub del terrorismo internazionale, perché è anzitutto un luogo che, causa la debolezza delle istituzioni, l’elevata corruzione e la porosità dei confini, ha attratto e continua ad attrarre i grandi della criminalità organizzata transnazionale, dai cartelli della droga latinoamericani alle famiglie mafiose italiane, che quivi si incontrano e convergono per ripulire il denaro sporco, trovare soci in affari, contrabbandare armi e acquistare documenti falsi. 

La Triplice frontiera è la zona grigia del mondo, il buco nero nel quale si decreta il fato di una parte significativa del narcotraffico mondiale qui, nel solo campo della droga, si stringerebbero accordi per 43 miliardi di dollari ogni anno e che non sembra risentire della presenza di servizi segreti in ascolto, di magistrati alla ricerca di casi eclatanti e dei soldati del Gruppo 3+1, il comando militare che dal 1996, riunendo i soldati di Argentina, Brasile, Paraguay e Stati Uniti, vigila sulla regione. Perché non si tratta di combattere un guazzabuglio di criminalità senza radici: si tratta di contrastare un fenomeno sfaccettato, radicato e poggiante sul tacito assenso delle istituzioni locali, sull’appoggio-chiave delle diaspore e sulla presenza dei più grandi mercati neri e informali all’aperto del subcontinente.

Indagini, operazioni di polizia e rapporti periodici hanno appurato che qui continui a registrarsi un via vai di emissari, affaristi e latitanti appartenenti al gotha del crimine organizzato transnazionale, tra i quali i brasiliani di Primer Comando de la Capital e Comando Vermelho, i cinesi della Triade, i giapponesi della Yakuza, i messicani di Los Zetas e i venezuelani de Los Soles. Un via vai troppo esteso e remunerativo per essere ignorato, perché nella Triplice frontiera si disegnano le rotte del narcotraffico transatlantico, e che negli anni recenti, difatti, avrebbe magnetizzato anche la più lungimirante e imprenditoriale delle mafie italiane: la ‘ndrangheta.

Sito strategico del terrorismo internazionale, nello specifico di stampo islamista e jihadista

Curioso crocevia in cui si intersecano le strade e i destini di narcos messicani e ‘ndranghetisti, la Triplice frontiera, si scriveva, è per lo più nota per il fatto di essere un sito strategico del terrorismo internazionale, nello specifico di stampo islamista e jihadista.

Definita dal politologo Edward Luttwak “la più grande base di supporto di Hezbollah al di fuori del Libano”, e dallo scrittore Emanuele Ottolenghi “l’hub finanziario più attivo di Hezbollah”, la Triplice frontiera è entrata nel mirino dell’antiterrorismo di Israele e Stati Uniti nel dopo-Buenos Aires.

I servizi segreti israeliani hanno cominciato a prestare attenzione a quanto accade in quest’area perché è qui sarebbero stati pianificati gli attacchi terroristici di Buenos Aires del 1992 e del 1994, con la complicità della diaspora libanese e di apparati argentini e su regia del combattente Imad Mugniyah, poi ucciso a Damasco nel 2008, e del chierico iraniano Mohsen Rabbani.

I servizi segreti statunitensi, dossier Buenos Aires a parte, hanno dato impeto alla costituzione del Gruppo 3+1 anche per un altro motivo: la segnalazione di bin Laden a Foz do Iguaçu nel 1995. Il mondo ignorava che una guerra al terrore fosse già in corso, ma gli inquirenti americani, testimoni dell’attentato al World Trade Center e del progetto Bojinka, erano di tutt’altra opinione. E quella presenza inquietante, rimasta avvolta nel mistero, rendeva la Triplice frontiera un’area da monitorare.

Gli eventi successivi, accaduti dal 1992 in poi, hanno dato ragione alle preoccupazioni di Stati Uniti e Israele: nel 1994 la strage all’AMIA di Buenos Aires 85 morti e più di 300 feriti –, nel 1999 l’arresto di Sobhi Mahmoud Fayad per la pianificazione di un attacco contro l’ambasciata statunitense ad Asunción, nel 2015 l’assassinio di Alberto Nisman, nel 2018 lo sgominamento della famiglia Barakat – un clan narco-terroristico che finanziava le attività di Hezbollah trafficando stupefacenti dentro e fuori l’America Latina – e nel 2020 una soffiata che ha impedito un nuovo attacco contro obiettivi israeliani.

Capire cosa accada realmente all’interno della Triplice frontiera è arduo. E fare luce sugli attentati di Buenos Aires può costare la vita. Perché qui, buco nero del pianeta, persino agenzie come Cia e Mossad hanno difficoltà a muoversi, a trovare persone di fiducia. Chiunque, infatti, potrebbe essere un membro di quella zona grigia che l’Occidente vorrebbe estirpare, ripulire. Chiunque, persino un presidente come Carlos Menem.

Il procuratore Alberto Nisman, che aveva cominciato ad indagare sul dossier Buenos Aires nel 2005, nonostante il predecessore, Juan José Galeano, fosse stato costretto ad abbandonare l’incarico a causa di pressioni e calunnie, era dell’idea che la Triplice frontiera nascondesse un terribile segreto. Era dell’idea che questa zona fosse divenuta il buco nero del globo con la complicità dei servizi segreti argentini e che il presidente Menem avesse insabbiato la verità sugli attentati di Buenos Aires.

Trovare prove a supporto di quella che Nisman aveva ribattezzato il ramo internazionale della connessione locale si sarebbe rivelato più che difficile: quasi impossibile. Alla fine, però, nel 2013, il procuratore e pubblico ministero Nisman pubblicò un rapporto di 502 pagine sui presunti mandanti, registi ed esecutori delle stragi di Buenos Aires. Un rapporto che, nonostante la solidità delle prove, non aveva condotto a nessun arresto e il cui esito fallimentare lo avrebbe spinto a farla finita, il 19 gennaio 2015, con un colpo di pistola sparato da una Bersa calibro 22.

La morte prematura di Nisman fu uno choc per l’opinione pubblica argentina, che dal carisma del procuratore era rimasta affascinata e nel cui operato aveva creduto. I cospirazionisti credevano che fosse stato ucciso per via del suo lavoro sul caso Buenos Aires, che aveva gettato nuove ombre su Menem e sui servizi segreti argentini, e per tre anni avrebbero continuato a chiedere la riapertura delle indagini.

Nel 2018, dopo tre anni di dimostrazioni a cadenza regolare, un gruppo di inquirenti effettuò una nuova autopsia, riesaminando l’intero fascicolo Nisman, e ribaltò le conclusioni dei predecessori: non suicidio, ma omicidio. Il procuratore non si era suicidato: era stato suicidato. La verità sul caso Nisman non è ancora emersa, e forse non emergerà mai, ma una è più che certa: il mandante andrebbe cercato da qualche parte nella Triplice frontiera. Ma chi vorrà realmente addentrarsi nei meandri più oscuri di questo crocevia, sapendo che chi indaga sulla Triplice frontiera muore?

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