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Chi era Pablo Escobar: il “re” della cocaina

Conosciuto come uno dei narcotrafficanti più ricchi al mondo, il colombiano Pablo Escobar era anche un noto assassino. Chiunque ostacolasse i suoi piani andava eliminato: negli anni gli vennero attribuiti circa 10mila gli omicidi. In  17 anni di “impero” nella gestione del traffico di cocaina e marijuana Escobar riesce a guadagnare circa un milione di dollari al giorno. Nella vita del criminale non manca nemmeno l’esperienza politica all’interno della Camera dei Rappresentanti, durata poco a causa dei suoi problemi con la legge. Visto dai più poveri come unRobin Hood”, dopo la fuga dalla prigione trascorre gli ultimi momenti della sua vita da latitante prima di essere scoperto in un quartiere borghese di Medellín, in Colombia. Qui  viene ucciso dagli uomini dell’intelligence americana il 2 dicembre del 1993.

Nato a Rionegro  nel dicembre del 1949 da un agricoltore e un’insegnate di scuola elementare, Pablo Escobar è il terzo di sette figli. Sin da piccolo, si confronta con una vita economicamente modesta e piena di sacrifici. Per questo motivo sta spesso in strada a commettere furti nelle vie di Meddelin. A 13 anni entra a far parte di un movimento rivoluzionario, il Nadaismo, che incitava i giovani a disobbedire i genitori e a fare uso di droghe. Sono questi gli anni che formano il ragazzo nella sua futura carriera da criminale. Nel 1974 viene arrestato per la prima volta per furto d’auto e, durante la sua prigionia a Ladera, incontra un noto trafficante del luogo, Alberto Prieto. Una volta scarcerato Escobar lavora al servizio di Prieto nel contrabbando di cocaina. Questa esperienza gli permette di farsi strada nel settore del narcotraffico fino a quando con l’uccisione (si dice a sua opera) del noto criminale Fabio Restrepo, prende il suo posto e si impone nel settore.

Da lì in poi la sua carriera non conoscerà più ostacoli. Circondato da guardie del corpo, Pablo Escobar non esita a uccidere poliziotti, civili e appartenenti al mondo della politica. Chi incrocia il suo cammino ha solo due possibilità: “argento o piombo”, ovvero o farsi corrompere o morire. Controllando circa l’80% di cocaina mondiale e il 20% di armi da contrabbando, con un patrimonio di circa 25 miliardi di dollari, Escobar per svolgere la sua attività si avvale di flotte di aerei, navi e veicoli costosi. Negli Stati Uniti arriva anche a trasferire circa 15 tonnellate di cocaina al giorno. Per riuscirvi, si avvale anche di sottomarini controllati da un telecomando. Una vita di sfarzi e lusso con ricchi appartamenti e vasti appezzamenti di terreno dove tiene anche animali selvaggi fatti arrivare dall’Africa. Soltanto dopo la sua morte si scoprirà casualmente che il criminale nasconde il denaro sottoterra all’interno di contenitori. Circa 600 milioni di dollari in ogni cassetta. Secondo la Cia ci sarebbero altri contenitori pieni di soldi non ancora trovati.

Per portare avanti il traffico di droga e armi, Pablo Escobar sa benissimo che ha bisogno di complici. Proprio per questo motivo cerca di apparire amico degli abitanti di Medellin: regala loro denaro, li aiuta in situazioni difficili, costruisce stadi, luoghi di aggregazione, ospedali e scuole. Una sorta di Robin Hood dei tempi moderni che fa di lui, agli occhi dei suoi concittadini, una persona degna di rispetto e protezione al punto da essere coperto quando viene cercato dalla polizia. Nonostante sia l’autore di numerosi omicidi, ottiene il rispetto di molte persone che si trasformano in suoi complici.

E così, grazie al sostegno del popolo entra in politica. Inizia con quella locale, come consigliere comunale di Envigado. La consacrazione al livello nazionale avviene il 14 marzo del 1982 con l’elezione alla Camera dei Rappresentanti. Da qui in poi arriveranno però i problemi che mineranno il suo cammino: il 25 agosto di quello stesso anno il quotidiano El Espectador pubblica la notizia dell’arresto nel ’76 per possesso di un carico di cocaina. E così ad ottobre la Camera priva il criminale dell’immunità parlamentare. Lui si dimetterà due anni dopo. Un fallimento quello in politica che per il narcotrafficante merita vendetta nei confronti dei responsabili. Così Escobar fa uccidere  il ministro della Giustizia Rodrigo Lara Bonilla, che alla Camera aveva denunciato tutte le sue  attività illecite.

Nell’estate del 1984 Pablo Escobar si trasferisce con la famiglia nel Nicaragua per ricominciare da capo e lontano da indiscrezioni. Al suo seguito, anche il socio d’affari José Gonzalo Rodriguez Gacha, col quale escogita un piano per il trasferimento della cocaina dalla nuova postazione verso gli Stati Uniti. In questo contesto il criminale viene a contatto col pilota americano Barry Seal il quale in realtà è un informatore a servizio delle agenzie americane. Durante la spedizione di un carico di droga, l’agente riesce a scattare delle fotografie a Escobar e al suo complice. Da quelle foto emerge la prova tangibile dell’attività criminosa. Barry Seal pagherà con la morte, mentre Pablo Escobar finito su tutti i giornali, fa ritorno in Colombia. In quegli anni il narcotrafficante uccide chiunque si occupi del suo caso e dei suoi crimini: dai giornalisti agli avvocati fino ai magistrati. Fa saltare il Palazzo di Giustizia, sede della Corte Suprema per far perdere tutti i fascicoli relativi alle indagini a suo carico. Il suo obiettivo è quello di eliminare ogni traccia che possa incriminarlo e ogni persona che ritiene una minaccia per la sua libertà. Il governo colombiano di fronte a questi gravi fatti inizia a dargli la caccia in modo serrato: arresta ed estrada negli Usa tutti i soggetti sospettati di essere trafficanti di droga.

Escobar diventa così un latitante, fugge da un luogo ad un altro, fino a quando si stanca e nel  1991 si consegna spontaneamente alle autorità colombiane. In questo modo pensa di evitare l’estradizione negli Usa e ci riesce. Ma Escobar non è un criminale qualsiasi, lui, anche da detenuto, gode di innumerevoli privilegi. Viene rinchiuso in una prigione privata, La Catedral, che si trasformerà presto in un luogo di lusso. Qui, il criminale conduce una vita che dà dello scandalo: entra ed esce quando lo ritiene necessario, va alle partite di calcio, a fare compere a Medelline e partecipa a feste. Invita anche la nazionale di calcio colombiana a giocare nel campetto vicino la sua prigione. Le condizioni di agiatezza finiranno quando la stampa locale pubblicherà le foto della lussuosa cella rivelando anche gli omicidi li dentro consumati nei confronti dei soci andati a trovare il criminale. Il governo decide così di trasferire Escobar in un luogo più convenzionale ma il narcotrafficante gioca d’anticipo e scappa. Da questo momento il criminale diventa un latitante e il reparto speciale dell’esercito statunitense Delta Force, lavora per la sua cattura. Il 2 dicembre del 1993, una squadra colombiana di sorveglianza elettronica chiamata Bloque de Busqueda attraverso uno strumento per la triangolazione radio fornito dagli Usa, lo localizza in un quartiere di Medellin. Escobar e un suo uomo sono circondati: tentano la fuga e vengono uccisi con diversi colpi d’arma da fuoco. I parenti del narcotrafficante tenteranno più volte di smentire questa versione dei fatti parlando di suicidio.