Incendi in Australia: cos’è successo davvero

A cavallo tra la fine di dicembre 2019 e l’inizio di gennaio 2020 in Australia si è enormemente aggravata l’ondata di incendi che da diversi mesi colpiva il Paese nel contesto di un’estate australe estremamente secca e torrida.

Una vera e propria tempesta di fuoco ha colpito con severità ampie aree coperte dal bush, il tradizionale paesaggio rurale australiano, caratterizzato da radi arbusti, boscaglia e vegetazione di piccola e media grandezza. Sebbene gli incendi proseguano più o meno ininterrottamente da giugno in avanti, è solo dopo l’inizio dell’estate australe che il problema incendi è degenerato in emergenza nazionale.

 

Dal 1851 ad oggi si stima che gli incendi in Australia abbiano causato la morte di 800 persone. Il fenomeno, nel “Nuovissimo Continente”, è tutt’altro che una novità, dato che a più riprese l’Australia si trova investita da ondate di calore causate da particolari condizioni del clima nell’area indo-pacifica.

Molto spesso i roghi si concentravano a livello regionale o su scala comunque limitata, risultando comunque, a più riprese, devastanti. Nel solo contesto dell’ondata di calore che colpì il Sud-Est dell’Australianei primi mesi del 2009 si sprigionarono gli incendi del Black Friday, che imperversarono dal 7 al 14 febbraio nel più meridionale degli Stati australiani, Victoriauccidendo 173 persone.

I morti dell’ampia stagione di roghi del 2019-2020 sono stati di gran lunga inferiori, 29 secondo le stime più recenti, ma la portata dell’evento in quanto a dimensione delle aree colpite, visibilità planetaria e conseguenze politiche e sociali è stata senza precedenti.

La copertura satellitare dell’evoluzione degli incendi, estesisi man mano a tutto il Paese, è stata continua, permettendo di quantificarne con precisione le dimensioni. Tra le aree più colpite, il sud-est già martoriato in passato: il Nuovo Galles del Sud e lo Stato di Victoria hanno assorbito gran parte dei danni, assieme al South Australia, mentre meno colpiti ma comunque non risparmiati sono risultati essere il Queensland e l’isola di Tasmania.

18,6 milioni di ettari di vegatazione (l’equivalente di 72.000 chilometri quadrati) sono stati bruciati dagli incendi, una superficie di territorio australiano di poco inferiore a quella dell’intera Repubblica Ceca e più grande di quella dell’Irlanda è ora completamente carbonizzata. Enormi i danni ecologici, con oltre un miliardo di animali rimasti uccisi e i biologi pronti a analizzare se l’evento contribuirà a spingere verso l’estinzione una serie di specie di mammiferi, volatili e marsupiali ritenuti in serio pericolo nel Nuovo Galles e nell’isola di Kangaroo.

Ma come è potuta sprigionarsi una potenza distruttrice tanto forte nel cuore del continente australiano? Le cause dei roghi sono naturali o, come vogliono alcuni sospetti, c’è stato un contributo umano? Come si inserisce il caso australiano nel più ampio contesto dell’aumento esponenziale degli incendi di massa a livello mondiale? Come valutare la risposta del governo di Scott Morrison? L’evento è ancora tutto da valutare, ma ci sono già diversi elementi per delle prime valutazioni.

Risulta oramai in parte screditata l’idea di un’origine completamente antropica degli incendi, circolata in seguito all’annuncio di oltre 180 arresti su scala nazionale per atti di piromania non collegati, però, con l’esplosione degli incendi tra il 2019 e il 2020.

“Nello stato di Victoria, i piromani arrestati sono stati 43 per la stagione terminata nel settembre 2019 – un dato che quindi non ha alcuna relazione con la stagione degli incendi boschivi in corso. La cifra riportata di 183 “piromani” comprende anche 101 residenti nello stato del Queensland che sono stati identificati per una serie di infrazioni, anche minori, del divieto totale di accendere fuochi o della prevenzione antincendio”, fa notare Qui Energia. La polizia del Queensland, contestualmente, ha specificato che “tra il 10 settembre e l’8 gennaio si sono verificati 1.068 incendi nello stato, di cui 114, pari a solamente il 13% circa, sono stati appiccati attraverso l’azione umana e oggetto di azioni di polizia”.

Del resto, credere all’ipotesi della determinante antropica come decisiva nella distruzione senza precedenti del territorio australiano sarebbe stato a dir poco ingenuo. Solo una congiuntura naturale senza precedenti può provocare le devastazioni a cui abbiamo assistito: le analisi di ricercatori e scienziati, del resto, rivelano che la sovrapposizione di cause, nell’Australia odierna, è tale da determinare una tempesta perfetta.

L’Australia è interessata dal fenomeno del “Positive Indian Ocean Dipole”, un evento climatico legato all’interazione tra enormi masse d’acqua nell’Oceano Indiano. In sostanza, come sottolinea la Bbc, al “Dipole” corrisponde una notevole differenziazione nella temperatura superficiale dell’acqua tra l’estremità occidentale dell’oceano (più calda) che lambisce l’Africa e quella orientale (più fredda) su cui si affaccia l’Australia. Tale differenziale produce nelle aree bagnate da quest’ultima un calo dell’evaporazione marina e, di converso, un crollo delle già scarse precipitazioni e del tasso di umidità. Ciò si ripercuote sul clima continentale sotto forma di più siccità e temperature più alte.

Di conseguenza, per l’interazione tra la siccità propria dell’estate australiana e le dinamiche oceaniche, il Paese sta sperimentando un’estate caratterizzata da livelli di calore e siccità senza precedenti.  Nella giornata del 18 dicembre, secondo i dati del Bureau of Meteorology (Agenzia del governo australiano), la temperatura massima media su scala nazionale è stata di 41,9 gradi, sbaragliando il precedente record di 40,3 C “stabilito” a gennaio 2013, con picchi di 49,8 gradi nella città di Eucla, Australia occidentale. Il record precedente era stato segnato nel 1972 con 49,5 gradi a Birdsville, nel Queensland.

Generalmente, scrive sul suo profilo Facebook il ricercatore forestale Giorgio Vacchiano, “gli incendi più grandi tuttavia tendono a essere causati dai fulmini, perché interessano le aree più remote e disabitate, dove è meno probabile che arrivino le attività umane”, e che colpiscono con grande intensità data l’elevata siccità e il livello di elettricità accumulata nell’aria. Secondo Ross Bradstock, dell’Università di Wollongong, “un singolo incendio causato da fulmine (il Gospers Mountain Fire) ha già percorso da ottobre a oggi oltre 500 000 ettari di bush, e potrebbe essere il più grande incendio mai registrato nel mondo in tempi storici”.

Il 2019 è stato l’anno degli incendi. L’Australia segue in rapida successione Siberia e Amazzonia, devastate tra giugno e luglio da una serie di roghi forestali che hanno colpito al cuore i “polmoni verdi del pianeta”.

Al tempo stesso, è stato l’anno delle grandi proteste ecologiste che hanno interessato le società occidentali, ispirate dalla figura di Greta Thunberg,divenuta icona mondiale.

I ragazzi di Greta, animati da forti passioni emotive, con spirito palingenetico accusano, molto spesso, la società industriale di essere causa esclusiva di buona parte del cambiamento climatico in atto sulla Terra, focalizzandosi in maniera pressoché esclusiva sulle emissioni di anidride carbonica come causa dell’inquinamento e del problema ambientale.

Tuttavia, casi come gli incendi dell’Australia dovrebbero invitarci a riflettere su quanto ancora resti da capire nel campo degli studi dell’ambiente. E a pensare al fatto che la vera sfida sarà innanzitutto capire la parte, innegabile, del cambiamento climatico imputabile all’attività umana. Ben consapevoli, come dimostrano le dinamiche climatiche che hanno causato gli incendi australiani, che la natura per sua stessa costituzione conosce, per parafrasare Fernand Braudel, dei “tempi lunghi della storia” che sarebbe semplicistico pensare di mutare.

L’invito è dunque a scegliere tra l’ambientalismo radicale e il negazionismo più estremo optando per la terza via. Ovvero per una scelta politica, ecologica e sociale che ricordi come ogni battaglia per l’ambiente debba avere al centro l’uomo, la sua prosperità in relazione al suo ambiente e alle sue dinamiche e la difesa delle fasce sociali maggiormente a rischio sia per i problemi ambientali che per i costi della transizione economica. Lo stimolo, dunque, è al rafforzamento dei meccanismi di prevenzione dei rischi e di risposta ai problemi ambientali. L’uomo può fare già molto in questo modo, ma la lezione molto spesso viene disattesa. E la responsabilità umana più grande, nel contesto australiano, non viene da lontano ma è visibile chiaramente dalla semplice consultazione dei bilanci pubblici dell’esecutivo.

Canberra come Atene, Scott Morrison come Alexis Tsipras. Nell’estate 2018 l’Europa aveva pianto i morti dei grandi incendi che avevano sconvolto la Grecia scoprendo i durissimi buchi di bilancio imposti dal governo alla protezione civile in nome dell’austerità. Oggi in Australia il governo liberale di Morrison si muove in maniera analoga ispirato dal dogma del ritiro dello Stato dall’economia e della società, e programma tagli lineari da miliardi di dollari del bilancio pubblico includendo, al suo interno, i fondi per i decisivi servizi antincendio.

Il solo Nuovo Galles del Sud ha subito nell’ultimo bilancio un taglio di 40 milioni di dollari ai servizi essenziali di protezione, sia regolari che volontari, e il fatto ha portato Morrison, uscito vincitore dalle ultime elezioni politiche, sul banco degli imputati. Esercito e marina sono stati mobilitati per permettere l’evacuazione dei cittadini messi in pericolo dall’avanzare del fuoco, ma questo non compensa la smobilitazione dei mezzi di prima linea che più avrebbero potuto aiutare nel combattere gli incendi.

L’Australia si è trovata e si trova tuttora di fronte a un evento senza precedenti. Un “cigno nero” ambientale di proporzioni inimmaginabili, un fenomeno a cui abituarsi con sempre maggior preparazione in questo contesto di accelerazione dei cambiamenti climatici. In attesa di capire quanto l’Antropocene abbia impattato su mutamenti millenari del contesto climatico globale, sarebbe utile iniziare a prevenire il verificarsi di danni ad opera dei cataclismi ambientali non sacrificando sull’altare dell’ideologia economica servizi vitali e irrinunciabili. Necessari da preservare tanto quanto un ecosistema unico quale il bush australiano.


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