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Fukushima, le questioni ancora aperte

Un terremoto che innescò la più grande emergenza nucleare dai tempi del disastro di Chernobyl. Un Paese sviluppato e progredito, il Giappone, messo in ginocchio da un disastro epocale. Una tragedia che, cadendo per la prima volta nell’era social, fu seguita con attenzione e partecipazione in tempo reale da un pubblico vasto e scatenò profondi dibattiti e riflessioni sull’annosa questione dell’energia nucleare. Sono passati dieci anni dal disatro di Fukushima. Ma la sua memoria è ancora viva nel ricordo di molti.

 

 

Gli istanti che hanno portato l’arcipelago a una delle sciagure più gravi dell’era moderna, sono stati immortalati nelle sequenze della tv pubblica Nhk. In quell’11 marzo 2011, le immagini proiettavano una seduta del parlamento giapponese. Alle ore 14:46 le voci dei deputati sono state sovrastate da un avviso sonoro: “Questa è un’allerta terremoto – pronunciava una voce fuori campo – Per favore, prepararsi per forti scosse”. Poco dopo, è spuntata anche una cartina del Giappone, con in giallo le regioni settentrionali: sono quelle dove un terremoto in quel momento si stava avvertendo intensamente. Ma la vera paura per i giapponesi è arrivata circa cinque minuti dopo. Alle 14:50 infatti, su Nhk è spuntata un’altra cartina in sovrimpressione, con dei segnali lampeggianti rossi lungo la costa nord orientale. Era il segno dell’allarme tsunami. Si era subito capito che qualcosa di importante stava per accadere.

 

Il terremoto sviluppatosi alle 14:46 ha provocato uno tsunami le cui dimensioni hanno superato ogni aspettativa. A Mikayo, cittadina della prefettura settentrionale di Iwate, l’onda ha raggiunto i 40 metri di altezza. Nella prefettura di Miyagi in pochi minuti l’intera costa è stata spazzata via. Nel capoluogo Sendai la gente si è ritrovata le navi del porto spinte quasi fino in centro città. Il Giappone è abituato ai terremoti, ma quel giorno i dati definitivi hanno parlato di un sisma con magnitudo 9.1 Richter. Uno dei più forti di sempre. La spaccatura della faglia dirimpettaia alle coste della regione di Tohoku ha provocato anche una frana sottomarina, in grado di acuire l’intensità dello tsunami.

 

L’onda anomala ha ucciso complessivamente più di 15.000 persone. Un dramma destinato a rimanere nella memoria collettiva del Paese. Ma mentre il Giappone contava le sue vittime, qualcosa di grave stava succedendo all’interno di una delle centrali nucleari situate nella prefettura di Fukushima, non lontana dall’epicentro. Quando la terra ha iniziato ad oscillare, i reattori si sono automaticamente spenti, per come previsto in caso di sisma molto forte. Il problema però, anche in questo caso, non è arrivato dal tremore della terra ma dal sollevamento del mare. L’onda di tsunami abbattutasi dieci minuti dopo il terremoto, ha distrutto anche i generatori di emergenza che in quel momento avrebbero dovuto alimentare i sistemi di raffreddamenti dei reattori 1,2 e 3. A quel punto la centrale è andata fuori controllo: le alte temperature hanno provocato fughe di idrogeno tali da comportare almeno quattro esplosioni nei giorni successivi.

 

Era l’inizio di uno dei disastri nucleari più gravi di sempre. Nel giro di una settimana, quasi 200.000 persone hanno dovuto lasciare l’area. Fukushima è stata annoverata come una vera e propria “nuova Chernobyl”. Ad oggi, come conseguenza del disastro, viene conteggiata una sola vittima esposizione alle radiazioni. Inoltre è stato consentito alla popolazione evacuata di rientrare. Ma la situazione non è del tutto sotto controllo. Il governo giapponese ha stimato in 40 anni la fine dei lavori di bonifica del territorio attorno la centrale. Opere di cui si sta occupando la Tepco, l’azienda giapponese proprietaria dell’impianto, la quale poco dopo l’incidente ha ammesso alcune negligenze nella gestione della situazione. Ancora oggi tonnellate di acqua contaminata vengono prodotte dalla centrale, un danno attenuato soltanto da un “pavimento di ghiaccio” costruito nel 2015 e da serbatoi capaci di contenere parte del materiale radioattivo almeno fino al 2022.

Il mondo intero fu colpito in maniera estremamente dura dal disastro, e a destare particolare impressione fu la catena di eventi scatenata dal sisma riguardante l’impianto nucleare di Fukushima, sito nell’omonima prefettura presso la città di Naraha.

Il pubblico di tutto il pianeta fu colpito dalle immagini legate al meltdown del reattore dell’impianto, quando il governo giapponese avviò una serie di procedure per bonificare aree colpite e dismettere l’impianto di Fukushima, secondo le stime del gestore dell’impianto destinate a esser durare 30-40 anni. La tragedia giapponese fu il secondo grande evento dopo le Primavere Arabe e la prima grande catastrofe a essere ampiamente commentata, studiata e seguita da persone di tutto il mondo attraverso i social network. Di cui si capì l’estrema viralità come vettore di diffusore di “consapevolezza” sulle corrette pratiche da seguire per segnalare rischi o problemi associati al disastro ma anche i rischi connessi all’accumulazione di fake news e teorie del complotto.

Il cospirazionismo, relegato a oscuri siti internet negli anni precedenti, plasmandosi con i social network conobbe una nuova fase di espansione: Wired nel 2012 demistificò la tesi complottista in voga sul web secondo cui a provocare il disastro sarebbe stato Israele, timoroso di presunti aiuti offerti da Tokyo al programma nucleare iraniano. Un’altra teoria del complotto in voga vedeva nel terremoto e nel disastro nucleare una conseguenza di test del programma statunitense “High Frequency Active Auroral Research Program” (Haarp).

Il sociologo Joo-Yung Jung in un’analisi dedicata al tema dell’uso dei social media dopo Fukushima ha affermato che il terremoto e il disastro nucleare costituirono la prima dimostrazione di portata globale dell’espansione ai social network dei fenomeni di dipendenza dai grandi flussi informativi delle società odierne ad alto tasso di sviluppo, che negli anni a venire si sarebbe manifestata in tutta la sua rilevanza. E che sia sul fronte della conoscenza diffusa che su quello delle fake news avrebbe avuto una dilatazione estrema con la pandemia di Covid-19 iniziata nel 2020.

Decisamente interessante fu poi l’ondata di “rivolta” globale dell’opinione pubblica contro la tecnologia nucleare e la spinta sui governi affinché riducessero l’esposizione e il rischio di fallout simili nel resto del mondo accelerando lo smantellamento (de-commissioning) degli impianti più vecchi e frenassero l’espansione dei programmi in essere. Tokyo fermò fino all’11 maggio 2012 tutti i reattori attivi (54 in totale), in Germania il governo di Angela Merkel avviò programmi di uscita graduale dall’energia nucleare per il suo sistema energetico, fermando otto reattori ad agosto, promettendo la chiusura di altri nove entro il 2022 e arrivando a rilanciare l’uso del carbone e del gas, fonti più inquinanti del nucleare, pur di accontentare l’opinione pubblica, in Italia il 12 e il 13 giugno la proposta di riattivare l’utilizzo dell’energia nucleare nel Paese fu sonoramente bocciata in un referendum nazionale.

Il dibattito mediatico e la nuova consapevolezza informativa garantita dai social, spesso distorta da tesi semplicistiche, favorirono la diffusione di una polarizzazione globale sul tema del nucleare che contribuì non poco alla strutturazione della nuova ondata ecologista che il decennio successivo avrebbe ulteriormente intensificato. La questione più importante, ovvero quella sull’effettiva sicurezza e i rischi tecnici del nucleare, restava in secondo piano di fronte a una polarizzazione “emozionale”. Ma a dieci anni di distanza, che conclusioni si possono trarre?

 

Mentre a dieci anni dal disastro gli impianti e i terreni ad esso vicini mantengono elevati livelli di inquinamento, possiamo affermare che su diversi fronti la riflessione sul nucleare ha preso una svolta più pragmatica rispetto all’onda emozionale iniziale. Portato sul tavolo degli accusati, il nucleare in tutto il pianeta è risultato però in costante crescita, soprattutto in Paesi dall’economia in via di sviluppo come l’Egitto, l’Ungheria e la Repubblica Ceca o desiderosi di ottenere una riconversione graduale dal petrolio come l’Arabia Saudita.

Il disastro di Fukushima ha sveltato la natura duale del nucleare: energia fondamentale per la lotta ai cambiamenti climatici, fonte pulita più rapida per “decapitare” emissioni e scarichi di gas serra nell’atmosfera da un lato, tecnologia sensibilissima e a rischio in caso di mancata prevenzione o di conseguenze legate a eventi drammatici e imponderabili.

In una recente intervista rilasciata al Financial Times, il ministro dell’Economia del Giappone Hiroshi Kajiyama ha preso atto del fatto che un’uscita accelerata dal nucleare imporrebbe ritardi al programma di transizione ecologica e che l’energia nucleare sarà essenziale per il raggiungimento dell’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050.

Una posizione pragmatica ma realistica, che invita a rilfettere in termini di prevenzione del rischio, a evitare con il progresso tecnologico, il monitoraggio continuo e la razionalizzazione degli impianti il ripetersi di incidenti come quello di Fukushima. Che lungi dall’aver decretato la morte del nucleare potrebbe, col senno di poi, averne mostrato le criticità e invitato a uno sforzo collettivo sul fronte politico, economico, scientifico per stimolare una sua inclusione nel mix energetico “sostenibile” delle economie avanzate. Al tempo stesso, le immagini di Fukushima ci ricordano che non si può parlare di nucleare senza presupporre dei rigorosi criteri securitari per il posizionamento degli impianti e il loro monitoraggio. Mostrando al contempo quanto, nel campo delle analisi sulla transizione energetica, sia difficile ragionare seriamente se si seguono i canoni manichei dell’ambientalismo mainstream.