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BIRTH IS A DREAM – Dove nascere è una guerra

In Malawi, dove ho iniziato il progetto BIRTH IS A DREAM, nella lingua locale le parole per “gravidanza” si traducono in “tra la vita e la morte” e “malata”: una metafora potentissima delle condizioni in cui molte donne vivono la...

In Malawi, dove ho iniziato il progetto BIRTH IS A DREAM, nella lingua locale le parole per “gravidanza” si traducono in “tra la vita e la morte” e “malata”: una metafora potentissima delle condizioni in cui molte donne vivono la maternità, partoriscono, rischiano di morire o subire traumi per tutta la vita.

Ogni anno, quasi 180.000 donne africane muoiono per complicazioni legate alla gravidanza o al parto: una guerra silenziosa.

Christine ha 17 anni, è già sposata e ha perso il suo primo figlio a 16 anni. Ora, incinta di 7 mesi, si prende cura delle faccende di casa e della famiglia, tra cui andare a prendere l’acqua e trasportare pesanti bidoni. Bakumba, Camerun.

Nella società africana le donne rappresentano il sostegno della famiglia: coltivano la terra, gestiscono la casa, si prendono cura dei figli, sostengono economicamente interi nuclei familiari. Con la morte di una madre viene meno l’equilibrio di una comunità.

A causa della mancanza di forniture e attrezzature mediche in ospedale, le donne incinte devono procurarsi e portare da casa un lenzuolo per coprire il letto della sala parto; il lenzuolo non è affatto sterile. Kabale, Uganda.

Per cercare di documentare un tema cosi complesso nel modo più adeguato e profondo, ho trascorso ore, giorni in reparti sovraffollati, dove le donne dormono per terra in attesa di partorire, perché costrette ad arrivare giorni, settimane prima, perché provenienti da villaggi distanti giorni di viaggio, dove non esistono schermi per la privacy e dove spesso assiste al travaglio anche personale medico maschile; ed è per tale motivo che molte donne preferiscono partorire a casa assistite da parenti o da levatrici tradizionali, nonostante i rischi.

Il progetto si è sviluppato in numerosi Paesi – Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Malawi, Marocco, Mozambico, Uganda e Zimbabwe – documentando non solo le condizioni materiali, ma soprattutto le scelte, le paure, le speranze delle donne.

I reparti di maternità sono spesso sovraffollati e non riescono a garantire spazi adeguati né alle donne in attesa di partorire, né alle madri con i loro neonati. Qui una neo-mamma con i suoi due gemelli è stata sistemata su un materasso per terra, lungo un corridoio. Kabale, Uganda.
Un’ostetrica ascolta il battito cardiaco fetale con un corno di Pinard durante la visita di una donna incinta al centro sanitario di Chankhungu. Chankhungu, Malawi.
La sala parto è semplicemente una stanza dove le donne partoriscono una accanto all’altra, senza nemmeno un paravento, quindi non hanno alcuna privacy. Kabale, Uganda.
Un’infermiera utilizza una lametta per rimuovere i punti di sutura dall’addome di una donna che ha partorito con taglio cesareo. Bukavu, Repubblica Democratica del Congo

Ho ascoltato madri ripetere: “Quando inizia il travaglio non sappiamo se sopravviveremo. Solo Dio può aiutarci ad avere un parto sicuro”. Ma accanto a questa fragilità, ho visto anche una forza silenziosa: ostetriche che improvvisano con risorse minime, mani che si cercano durante il travaglio, sguardi che chiedono rispetto, corpi che resistono.

Nella sala post partum, alcuni familiari della donna che ha appena partorito stanno preparando da mangiare e prendendo il tè. Dejen, Etiopia

Queste dinamiche mi hanno portato a riflettere sul fatto che la salute materna sia molto più complessa di un problema sanitario: rappresenta una questione culturale, sociale. 

Donna nuda in consegna, circondata da 8 membri del personale medico maschile, che mostrano mancanza di rispetto per la dignità della donna, come paziente femminile. Jinka, Etiopia

Il titolo “La nascita è un sogno” riflette sia l’aspirazione che l’ingiustizia. Per alcune donne, un parto sicuro è ancora un sogno: qualcosa di incerto, qualcosa di desiderato. Raccontare queste storie significa ribadire che una maternità sicura non debba essere un privilegio, ma un diritto umano fondamentale.

Una donna è quasi pronta a partorire, ma è molto stanca dopo molte ore di travaglio. Un infermiere sta spingendo con tutto il suo peso sulla sua pancia per aiutare il bambino a nascere. Bukavu, Repubblica Democratica del Congo.

Un giorno, mostrando alcune fotografie agli uomini di una comunità ugandese, ho chiesto loro come si sarebbero sentiti se quelle donne fossero state le loro mogli. Volevo cioè capire se quelle immagini potessero essere percepite come una violazione dell’intimità. La risposta mi ha colpito profondamente: “Le immagini sono forti, ma non vengono a mancare la dignità e il rispetto per le donne fotografate. Raccontano qualcosa d’importante di cui nessuno parla e che è invece necessario fare conoscere”. 

Dopo quasi 3 ore di travaglio, una giovane donna ha partorito in sicurezza il suo primo figlio a casa, con il sostegno di Alice, un’ostetrica tradizionale (TBA), in una povera sala parto domestica. Kabale, Uganda.
Molte future mamme scelgono di partorire lontano dall’ospedale, con ostetriche tradizionali o a casa propria, perché vivono lontano da ospedali e centri sanitari e non riescono a raggiungere le strutture in tempo per il parto. Ma anche perché a volte preferiscono il trattamento più familiare e gentile che possono ricevere dalle ostetriche tradizionali.Kabale, Uganda
Una donna soffre mentre riceve un’iniezione di anestesia locale perché ha bisogno di punti di sutura dopo il parto. Bukavu, Repubblica Democratica del Congo.

Questo equilibrio tra testimonianza e dignità è uno dei cardini del progetto, che evita qualsiasi forma di spettacolarizzazione del dolore.

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