In Malawi, dove ho iniziato il progetto BIRTH IS A DREAM, nella lingua locale le parole per “gravidanza” si traducono in “tra la vita e la morte” e “malata”: una metafora potentissima delle condizioni in cui molte donne vivono la maternità, partoriscono, rischiano di morire o subire traumi per tutta la vita.
Ogni anno, quasi 180.000 donne africane muoiono per complicazioni legate alla gravidanza o al parto: una guerra silenziosa.

Nella società africana le donne rappresentano il sostegno della famiglia: coltivano la terra, gestiscono la casa, si prendono cura dei figli, sostengono economicamente interi nuclei familiari. Con la morte di una madre viene meno l’equilibrio di una comunità.

Per cercare di documentare un tema cosi complesso nel modo più adeguato e profondo, ho trascorso ore, giorni in reparti sovraffollati, dove le donne dormono per terra in attesa di partorire, perché costrette ad arrivare giorni, settimane prima, perché provenienti da villaggi distanti giorni di viaggio, dove non esistono schermi per la privacy e dove spesso assiste al travaglio anche personale medico maschile; ed è per tale motivo che molte donne preferiscono partorire a casa assistite da parenti o da levatrici tradizionali, nonostante i rischi.
Il progetto si è sviluppato in numerosi Paesi – Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Malawi, Marocco, Mozambico, Uganda e Zimbabwe – documentando non solo le condizioni materiali, ma soprattutto le scelte, le paure, le speranze delle donne.




Ho ascoltato madri ripetere: “Quando inizia il travaglio non sappiamo se sopravviveremo. Solo Dio può aiutarci ad avere un parto sicuro”. Ma accanto a questa fragilità, ho visto anche una forza silenziosa: ostetriche che improvvisano con risorse minime, mani che si cercano durante il travaglio, sguardi che chiedono rispetto, corpi che resistono.

Queste dinamiche mi hanno portato a riflettere sul fatto che la salute materna sia molto più complessa di un problema sanitario: rappresenta una questione culturale, sociale.

Il titolo “La nascita è un sogno” riflette sia l’aspirazione che l’ingiustizia. Per alcune donne, un parto sicuro è ancora un sogno: qualcosa di incerto, qualcosa di desiderato. Raccontare queste storie significa ribadire che una maternità sicura non debba essere un privilegio, ma un diritto umano fondamentale.

Un giorno, mostrando alcune fotografie agli uomini di una comunità ugandese, ho chiesto loro come si sarebbero sentiti se quelle donne fossero state le loro mogli. Volevo cioè capire se quelle immagini potessero essere percepite come una violazione dell’intimità. La risposta mi ha colpito profondamente: “Le immagini sono forti, ma non vengono a mancare la dignità e il rispetto per le donne fotografate. Raccontano qualcosa d’importante di cui nessuno parla e che è invece necessario fare conoscere”.



Questo equilibrio tra testimonianza e dignità è uno dei cardini del progetto, che evita qualsiasi forma di spettacolarizzazione del dolore.
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