Ho scritto di te il giorno in cui il ciclo della vita ti ha condotto lontano dagli affetti di coloro che ti erano vicini, che ti amavano, e forse da qualcun altro che magari ti avrà odiato, come sempre accade tra gli appartenenti alla razza umana. Invidie e gelosie sono sempre esistite tra le file dei mediocri dell’animo umano, però a me poco importa il giudizio degli altri, di chi ti ha elogiato o di chi ti ha denigrato, io scrivo all’amico, scrivo a te avendoti sempre considerato tale.
Nonostante il tuo silenzio, il tuo nascondermi la malattia che lentamente ti consumava, io dal mio canto ero a conoscenza del tuo stato.
Ero da tempo informato, anche quando tu scendesti dal treno nella stazione ferroviaria di Orbetello e mi venisti incontro, mentre io fingevo di non sapere. Ti avevo trovato molto smagrito dall’ultima volta in cui ci incontrammo a Lucca in occasione del Foto Lux, e tu alla mia ovvia domanda di come stessi, mi hai risposto che stavi bene, che avevi sofferto un’infiammazione all’esofago, ma che ti eri ristabilito. Entrambi sapevamo che la verità era celata altrove, e facendo finta di nulla, ho finto di gioirmi di quel tuo esserti ristabilito nella tua bugia.

Forse siamo stati diversi nell’affrontare gli eventi della vita, questa vita fatta di momenti felici e altri tristi, e uno dei miei momenti tristi fu quando venni a conoscenza di quale tegola mi fosse improvvisamente piombata fra capo e collo. Con ironia ti raccontavo il tipo di medaglia con cui ero stato insignito nell’aver raccontato la prima Guerra del Golfo, quel conflitto scaturito a seguito dell’invasione irakena del Kuwait. Quelle Incertezze di un mestiere da noi scelto, noi che siamo consapevoli dei rischi che esso comporta, che può indurre le nostre vite ad essere legate ad un filo. Questioni di attimi, una bomba intelligente non è in grado di distinguere, ne può la pallottola vagante, e poi esiste sempre il fanatico combattente che decide di giocare con te al tiro al bersaglio, come in un cinico gioco.
Poi accade che ti colpisce un’arma più subdola, di cui non ti rendi conto nell’immediato, anzi sorridi alla vita durante il tuo ritorno verso casa, apparentemente indenne, con il tuo fardello di immagini che raccontano i drammi esistenti ancora celati sui supporti di cellulosa in attesa di vedere la luce attraverso un processo di bagni chimici o, come accade oggi, impressi in una minuscola scheda digitale. Il brutto male si annida in te, penetra invisibile, apparentemente silente, non lascia tracce.
Scaturita come tante altre dalla criminale mente umana, quest’arma è concepita per mietere le sue vittime anche dopo i trattatati di pace, o la fine delle ostilità tra i folli signori delle guerre. Chissà perché è classificata come uranio impoverito. È un impoverimento il suo che di certo non lo vede dormire sotto ai ponti.
Ricordo i tempi in cui si stava sempre insieme, quando ci ritrovavamo a Milano, e con noi altri amici. C’era Mario, il Dondero, che io chiamavo Donderò per il suo essere fluttuante da un luogo all’altro, a volte senza meta, per il solo piacere di conoscere altri suoi simili. C’era il Roveri, l’Alberto fotografo a Panorama, che per lungo tempo ti ha concesso l’alloggio nella sua casa. C’era l’Andrea Pacella dello spazio Leica, pronto a venirci incontro per le nostre esigenze. C’erano soprattutto le mie carbonare, o gli spaghetti con le cozze o le pennette in tanti gusti. Poi improvvisamente ti sei estraniato.

Il tempo, la storia, i fatti della vita, ti hanno reso diverso da come apparivi e ti rapportavi, da quel nostro fortuito primo incontro, anche allora in una stazione, quella monumentale di Porta Nuova a Torino.
Erano i lontani anni ’80 del secolo scorso e poi i successivi ’90.
Erano anni tutto sommato diversi, appartenevano a un secolo migliore nella sua seconda metà, dopo che nella prima si erano vissuti gli anni peggiori della storia. Due devastanti conflitti avevano squassato il mondo. Campi di concentramento avevano falcidiato milioni di esseri, e ancor più la furia bellica. Il mondo aveva conosciuto per la prima volta il micidiale crimine atomico. Quello economico aveva vissuto la grande crisi, le rivoluzioni e il crollo degli imperi.
Noi nati negli anni successivi senza le colpe di chi ci aveva preceduto, ci illudevamo di cambiare il mondo.
Avevamo deciso, almeno io e te, e una schiera di nostri coetanei, di imbracciare un’arma più potente di un fucile. La nostra arma era la photo-camera, quello strano oggetto inventato da Niépce e Daguerre nel lontano 1826 con cui immortalare momenti non visti dai molti, e smuovere le coscienze altrui attraverso le nostre immagini.
Pura utopia.
Le nostre illusioni ci hanno però permesso di vivere e conoscere le miserie dell’umanità, le sue drammaticità soprattutto al di là dei nostri confini.

C’era sì la guerra Fredda, i blocchi contrapposti, l’ideologia del capitalismo di Adam Smith, contro l’ideologia di Karl Marx, ma il mondo, l’area geografica a cui apparteniamo, girava meglio. La felicità era palpabile sul volto della gente nonostante le battaglie sociali. Il grande cinema raccontava di un Paese diverso. La Dolce Vita era il sinonimo di un’Italia che era risorta dalle ceneri di una guerra che aveva devastato non solo le città, i nostri beni più cari, e mandato a morire centinaia di migliaia di giovani.
Oggi ho vergogna e mi viene il voltastomaco a vedere parte dei nostri politici attuali, che ideologicamente legati a quella storia, parlano di democrazia e ad un tratto sono dalla parte delle loro vittime di un tempo. Ma forse si riconoscono nella politica fascista di quelle stesse vittime, ora diventate carnefici.
Questa è un’altra storia, o meglio, lo è solo in parte. Quel periodo ci appartiene e la guerra siamo andati a cercarla altrove per poterla raccontare. Abbiamo voluto documentare che esistevano ancora ingiustizie e guerre, fame e carestie, nonostante scorressero fiumi di champagne in Via Veneto, e sul litorale Viareggino imperversassero le ugole d’oro della musica in quella Bussola che ne io, ne tu, abbiamo mai frequentato.
Tu nella tua libertà e consapevolezza di scelte, sei andato a raccontare quel sud America di Salvador Allende e Augusto Pinochet. Ti sei inebriato nel guardare il passaggio sul Malecon, in una Havana decadente, lo sfrecciare nella sua auto del Leader Maximo, il capo indiscusso dei rivoluzionari barbuti. E poi Haiti, il colera, le malattie che devastano i popoli già posti ai margini di quella illusione che è la famiglia dell’uomo, tema così caro ad Edward Steichen.
Io avevo scelto un’altra strada, passando dal genere musicale degli anni ’70 della “Swinging London”, alle lotte di classe dei minatori britannici, finendo poi in quel Medio Oriente, a raccontare i popoli del Corano, costretti a difendersi dall’imperialismo ateo prima e poi dalla democrazia esportata sotto le insegne della Coca Cola e del Marlboro Country. Purtroppo al grido di “Allah Akbar” sovente sono anche le lotte fratricide, e in nome di Dio misericordioso, del Dio è grande -“Allah Akbar” – si da inizio al massacro. Sui petrodollari è riportato il verbo: “In God we Trust”.
Dovrei concludere con questo grido spesso diffuso oggi nelle capitali europee e altrove, invece mi domando a mente fredda il perché la nostra amicizia sia andata nel tempo ad affievolirsi sempre più. Lo dico con cognizione di causa, nonostante tu sia sempre stato non solo un amico, e non certo solo per la fotografia, nostra appartenenza. Lo eravamo di più definendoci compagni di merenda, da non confondere con quel famigerato gruppo definito il mostro di Firenze. Trascorrevamo serate intere fino a tardi a chiacchierare, di tutto ciò che ci passava per la testa.
Ero felice nell’apprendere che avevi iniziato a collaborare con l’agenzia tedesca di Zeitenspiegen Reportagen, dopo che era cessato il tuo rapporto con Sipa Press, credo avvenuto con la cessione dell’agenzia da parte del suo fondatore, l’eccentrico giornalista di origini turche nazionalizzato francese Goksin Sipahioglu.
Quando tornavi dai tuoi viaggi, era con attenzione che ascoltavo i tuoi racconti, anche se non sempre mi mostravi le foto, di cui sei sempre stato geloso. Era forse il timore che ti copiassi l’idea, pur sapendo che non era da me?
Ricordi quando accadde che ci incontrammo a Gerusalemme? Venisti con me, volevi che ti mostrassi dove fu ucciso il caro Raffaele Ciriello, colpito da un carrarmato israeliano. O a Betlemme durante l’assedio alla città dell’Autonomia Palestinese. Era il 2002, eri in compagnia di Paolo Pellegrin.

Qualche giorno dopo ci recammo a Jenin assediata e sotto coprifuoco. Non fu impresa facile, e mi dispiacque apprendere che non eri rimasto soddisfatto di ciò che realizzasti, in quanto ad una certa ora si decise di riguadagnare la strada del ritorno. Esisteva un serio pericolo, quell’assedio aveva comportato in una sola azione la morte di 23 soldati israeliani attirati in una trappola. Un numero enorme nell’ottica di Israele. La rappresaglia fu quella di radere al suolo l’intero campo profughi palestinese. Ciò nonostante, non ho mai smesso di cercarti, anche quando, lasciata Milano, ti sei trasferito a Genova.
A Lucca qualche anno fa abbiamo avuto l’occasione di un confronto di cui avevamo bisogno entrambi. La Palestina aveva lasciato della ruggine e io non volevo che con il tempo non restasse più nulla di un’amicizia che per me non ha mai smesso di esistere. Lì, con lo sguardo rivolto di tanto in tanto alla stupenda chiesa di San Michele, ti raccontavo in una lunga conversazione atta a dissipare le incomprensioni che si erano insinuate fra noi, anche se da parte mia non ne ho mai avute. Il tuo non è mai stato un carattere facile, e non sono solo io a dirlo, ma questo non mi ha mai impedito di esserti amico.
Oggi che posso riflettere a mente fredda, analizzando tutto quanto, e mi chiedo se non sia stata l’esperienza vissuta con lo scomparso Padre Gesuita Paolo Dall’Oglio, rifondatore della comunità cattolica siriaca, rapito dall’Isis, e di cui non si hanno più notizie, ad allontanarti. Non vorrei sbagliarmi, credo però che questo abbia comportato in te un profondo turbamento, da indurti ancor di più a chiuderti in te stesso.
Ad Orbetello ero comunque contento nonostante questo tuo distacco, lo ero ancor di più in quanto la mia mostra e la tua apparivano insieme nello stesso spazio, una di fronte all’altra, e anche per essere stati ritratti insieme.

Quando hai mostrato alcune foto del tuo lavoro sui Balcani, il mio commento è stato: “Caro Ivo, guardando le tue immagini, mi stai facendo tornare il desiderio di fotografare”. Ti si è illuminato il viso, ed io ero sincero e ne sei rimasto stupito. Forse ritenevi che non sarei stato in grado di esprimere un giudizio del genere, e oggi mi pervade solo la tristezza che tu non abbia potuto portare a termine questo lavoro, che solo tu saresti stato in grado di realizzare.
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