Fatima deve essere una bella ragazza. Di lei si vede ben poco, ma ciò che lascia trasparire è un’estrema cura di se stessa. Il volto è completamente avvolto da uno scialle nero, che si sistema in continuazione per assicurarsi di essere coperta, lasciando intravedere sono due vivaci occhi color nocciola. Il suo abito è nero e stretto, che parte dal collo e arriva quasi a toccare a terra, mettendo in risalto le forme di un corpo magro e snello. Ai piedi indossa degli stivaletti, sempre neri. Le mani, che gesticolano insistentemente mentre mi racconta la sua vita, sono avvolte da dei guanti, sempre neri.

Per comunicare, oltre che con i gesti e con la voce che proviene da sotto lo scialle, usa gli occhi. L’unica parte del suo corpo a cui concede visibilità è l’unico mezzo che ha per fare conoscere la sua personalità, i suoi sogni, la sua storia. È l’unico punto in cui deve concentrare tutta la sua espressività. Per questo gli occhi sono curatissimi: le palpebre sono ornate da una riga di matita, le ciglia dipinte di nero.

Fatima ha 33 anni e cinque figli. Il suo corpo però, non sembra aver risentito delle gravidanze. Completamente rivestito di nero, il vestito è volontariamente stretto sui fianchi e nei punti in cui possa mettere in risalto la sua femminilità. Un corpo, il suo, che potrebbe benissimo essere quello di una modella. Che però non è. Fatima, infatti, è una terrorista.

Ricercata per la sua militanza nell’Isis, ha abbandonato Zahraa, il suo villaggio natìo vicino ad Aleppo e, insieme al marito ed ai bambini, ha tentato di entrare in Arabia Saudita, dove vivono dei parenti anche loro ricercati per attività terroristiche. Dopo essere stati respinti – anche il regime di Riad è diventato più selettivo nell’accoglienza degli uomini del Califfo – ha provato ad entrare il Libia e Egitto, venendo nuovamente rifiutata. Allora sono entrati illegalmente in Libano, dove oggi vivono nel villaggio di Kwaichra, a poche centinaia di metri dal confine. Qui le autorità non la cercano. Da qui, con il marito, può continuare la propria vita, consegnata alla causa del jihad. Le ultime accuse a lei rivolte da parte delle autorità siriane sono di fare da tramite per i finanziamenti provenienti dall’Occidente diretti allo Stato islamico.

La quotidianità della sua famiglia scorre tranquilla: il marito sta a casa, i bimbi vanno in una scuola wahabita finanziata dall’Arabia Saudita. Fatima gira per il villaggio insieme alle altre profughe siriane per ricevere aiuti dalle Ngos attive sul territorio. Tutte sono in fuga dal regime siriano. Tutte hanno parenti morti o imprigionati per mano delle milizie di Bashar al Assad. Tutte simpatizzano per chi Assad lo combatte. Molte hanno i mariti che stanno tutt’ora combattendo tra e file di Daesh. Fatima, infatti, è una delle poche donne ad essere accompagnata dal marito. Le altre sono vedove, oppure mogli di soldati del Califfo. Quando chiedo a Fatima quali siano i suoi piani per il futuro non si sbilancia, mi guarda e risponde:”Insciallah”. Siamo nelle mani di Dio.

Anche Aicha è sposata con un terrorista. 42 anni, sei figli, è scappata da Aleppo per fuggire dall’avanzata delle truppe del regime. Suo marito, arruolatosi nell’Isis, è morto in battaglia colpito da una mitragliata nemica. I due figli maggiori, invece, sono stati uccisi da una bomba. Della loro morte racconta come se fosse una cosa completamente normale e comprensibile, qualcosa che da sempre è stato messo in conto. E che presto si presenterà di nuovo. A Kwaichra vive insieme ai figli superstiti e a un nipote di 24 anni. Anche lui sfollato. Anche lui ha perso dei parenti stretti in guerra. Anche lui odia Assad. Anche lui vuole tornare indietro per imbracciare le armi. Tra le fila di Daesh. Aicha vive alla giornata, cercando giorno per giorno di trovare qualcosa da mangiare per i propri figli. Quando le chiedo che futuro vede per loro mi risponde che sono nelle mani di Dio: “Insciallah”.

Jamila non sa che futuro le aspetta. Il marito è da due anni in prigione in Siria. La condanna è sempre la stessa: terrorismo di matrice islamista. Non dà sue notizie da quando è stato arrestato, potrebbe essere morto. Najla, invece, ha 45 anni e 7 figli. Il primogenito, appena diciottenne, è da due anni in prigione. Altri tre sono morti in combattimento. Tra le braccia stringe un bambino di tre anni, il figlio di sua figlia, il cui padre è stato ucciso dalle truppe di Assad prima che il piccolo venisse al mondo. Anche lui combatteva per Daesh. Quale sarà il futuro per questo bambino? “Insciallah”.

Le mogli dell’Isis sono centinaia. Mentre i mariti combattono e muoiono in Siria agli ordini del Califfo loro vivono nel vicino Libano, a pochi chilometri di distanza. I loro figli sono migliaia. Ogni donna ha in media 9 figli, ogni uomo in media quattro mogli. Ogni famiglia, dunque, è composta da quasi 40 persone. Nati in Libano da genitori siriani, questi bambini sono apolidi e non hanno diritto a nessun tipo di assistenza pubblica né ad alcun tipo di aiuto, se non quello dato dalle Ngos e dal regime saudita, che garantisce a tutti loro un istruzione di impronta wahabita. La stessa ideologia, dopotutto, a cui si ispira l’Isis.

Quale può essere il futuro per questi bambini? “Li guardi” mi dice un operatore che preferisce rimanere anonimo, “non hanno nessuna speranza, perché la soluzione a questo conflitto è più lontana che mai. I padri sono terroristi, le madri sostengono i jihadisti. Quale futuro possono avere se non quello di imbracciare le armi in nome di Allah. Questo è anche il pensiero delle mogli dell’Isis che vivono in Libano. Secondo ognuna di loro il futuro dei propri figli è nelle mani di Dio. Ma anche nelle mani di chi, in nome di Dio, sta combattendo a pochi kilometri di distanza.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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